Intelligenti artificiali?

Ho un amico che una mattina si è svegliato e ha deciso di fare lo scrittore. Avrebbe potuto svegliarsi pensando di fare l’idraulico o l’elettricista, ma quella mattina ha pensato che la migliore strada che potesse intraprendere per diventare ricco e famoso, adulato e amato, fosse fare lo scrittore, lo scrittore vero, quello che vende migliaia di copie e viene invitato a parlare della sua opera in TV e che magari ispira liberamente una serie televisiva o almeno un film.


E no, non è uno scherzo, neppure l’inizio di un racconto dell’orrore né di una tragicommedia, perché il suddetto amico invece di armarsi di santa pazienza incominciando innanzitutto a leggere, leggere e ancora leggere (dai grandi classici agli ingredienti segnalati sulla confezione delle caramelle) e poi a studiare e poi ad esercitarsi innanzitutto con grammatica e sintassi, poi con pensieri brevi, poi con racconti e infine cimentandosi in un romanzo, ha dettato un prompt a Chat GPT, chiedendogli di scrivere per lui una storia di spionaggio che possedesse i requisiti adatti (mistero, eros, azione, CIA ed FBI in una specie di denso minestrone in cui si agitano personaggi surreali capeggiati da una specie di James Bond nostrano).

Questo ahimè, non è un caso isolato, è ciò che sta accadendo sempre più frequentemente nel mondo della scrittura. L’intelligenza artificiale infatti dona a molti sedicenti scrittori il brivido dell’onnipotenza, la certezza di avere un racconto, un romanzo, una sceneggiatura pronta nel giro di mezza giornata. E pazienza se non è esattamente originale, e pazienza se sembra già letta, certamente è scritta più o meno bene e un lettore distratto non si accorgerà sicuramente della imbarazzante mole di piccole incongruenze e tragiche falle.

L’intelligenza artificiale è un’ospite preziosissima quanto insidiosa, che pare capace di riscrivere i limiti dell’umano e dona capacità che sembrano prodigiose a chiunque sia disposto ad utilizzarla in modo acritico.

Tuttavia, come si dice, sembrare intelligenti non equivale ad esserlo. Come afferma Walter Quattrociocchi Professore ordinario presso il Dipartimento di Informatica dell’ Università Sapienza di Roma, “non basta più chiedersi se una macchina sembri umana. Bisogna capire quali condizioni rendono una risposta affidabile… e quale differenza esiste tra generare frasi plausibili e produrre conoscenza condivisibile…  La differenza sta dunque fra chi scambia la fluenza linguistica per comprensione e chi riconosce che la conoscenza richiede qualcosa di più della somiglianza con il linguaggio umano”.  

Per quanto riguarda non solo i libri, ma le opere d’arte in generale, entra in gioco pesantemente non solo la conoscenza, ma anche la creatività. Credo che chiunque possa concordare con quanto afferma Malorie Blackman, autrice britannica: “Ogni impresa creativa richiede tempo, impegno, la volontà di imparare dagli errori e dai fallimenti e la determinazione a perseverare: competenze essenziali e durature che non possono essere apprese e perfezionate consentendo all’intelligenza artificiale di svolgere tutto il nostro pensiero creativo e la nostra produzione per noi. Sicuramente parte del piacere di leggere, ascoltare canzoni, guardare film e serie televisive, ammirare un’opera d’arte e, in effetti, condividere qualsiasi sforzo creativo è quel senso di connessione con il creatore del contenuto, quella sensazione che ti stia parlando a un livello emotivo profondo che è completamente assente quando l’opera è stata prodotta dall’intelligenza artificiale”.

Si tratta di un intervento che la scrittrice ha fatto alla London Book Fair, sostenendo il disegno della SoA (Society of Authors) per il lancio di un programma che aiuti a identificare le opere scritte da esseri umani in un mercato invaso da libri generati dall’intelligenza artificiale. Il programma consentirebbe agli autori di registrare le loro opere apponendo sul retro dei volumi un logo che ne attesta la realizzazione esclusivamente “umana” e ricalca un piano simile a quello approvato dall’Authors Guild statunitense.

Questo di sicuro non argina il nulla che ci avvolge e la straripante ingerenza dell’intelligenza artificiale nei “prodotti editoriali” (ormai i “libri” sono diventati quasi esclusivamente “prodotti” da vendere). E forse sta proprio qui il problema. Trattando il libro, dalla notte dei tempi opera della creatività umana, come se fosse un qualsiasi articolo da banco, pubblicato per produrre reddito, è cambiata la prospettiva dello scrittore. C’è tutta una folla di scribacchini che si siedono alla scrivania, oops, scusate, chiedono all’intelligenza artificiale di scrivere per loro, non per condividere un’esperienza creativa, per dare sfogo ad un’esigenza che nasce dal profondo (alla domanda perché scrivi molti autori rispondono “perché non posso farne a meno” rivelando così una necessità esistenziale), ma per rincorrere sogni di gloria e denaro, come ci ha abituato, soprattutto nel mondo anglosassone, l’ascesa di molti romanzieri con milioni di copie vendute all’attivo. Ma non è tutto oro quel che luccica. Prendere facili scorciatoie verso la fama è la degenerazione dell’arte dello scrivere.

Chissà cosa penserebbero Melville, Poe o Kafka, solo per citare alcuni autori del passato universalmente conosciuti e apprezzati ma poco pubblicati ai loro tempi e morti in miseria. Se avessero potuto utilizzare l’intelligenza artificiale sarebbero scesi a compromessi?

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Autore: italianintransito

Storica per amore dei fatti, accanita lettrice per passione, scrittrice a tempo perso. Il blog è una finestra sul mondo, un modo per far sentire la propria voce da un luogo non lontano geograficamente, ma distante anni luce dal mio passato. Condivido ciò che scopro e ciò che so cercando di non perdere mai l'entusiasmo per quello che vedo.

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