Se l’arte parla del suo tempo come può essere ignorata?

Se l’arte parla del suo tempo come può essere ignorata? Questo mi domando ogni volta che mi si dice di non comprendere l’arte contemporanea. Certi artisti di oggi esprimono i sentimenti del mondo in modo molto più chiaro di mille parole o documenti. Unico vero segreto è quello di riuscire ad ascoltare le immagini. A questo proposito, è difficile non sentire la forza e il richiamo delle opere di Doris Salcedo.  L’artista colombiana, infatti, ormai da venti anni, presenta con i suoi lavori il grido di dolore e la memoria di tante vittime anonime delle guerre e della violenza. Chi volesse capire cosa intende per arte la Salcedo, potrebbe andare a Roma, al Maxxi, dove fino al 24 giugno è visibile la sua installazione Plegaria Muda. L’opera consiste in un centinaio di tavoli sovrapposti, dai quali nascono esili fili d’erba.  L’artista da sempre predilige per i suoi lavori  oggetti di uso quotidiano, come semplici tavoli o sedie, oggetti comuni che raccontano la storia di gente comune.

L’opera fatta per Roma è come una preghiera dedicata a tutte quelle persone  che non hanno voce per parlare della loro esistenza. Nella visione di insieme i tavoli, ripetuti come moduli, ricordano un cimitero. È come se fossero tavoli-bare, da dove però rinasce la vita: i fili d’erba simbolo di speranza. L’artista dice che l’idea di questo lavoro è nata a seguito di un viaggio nei ghetti di Los Angeles, compiuto dopo aver letto in un rapporto ufficiale che nell’arco di venti anni vi erano morti diecimila giovani, deceduti tutti di morte violenta. L’opera è anche una risposta ai 1500 giovani uccisi dall’esercito colombiano,  tra il 2003 e il 2009, senza nessuna ragione apparente.

Doris Salcedo non è nuova a questo genere di interesse e tutta la sua ricerca si è focalizzata su questi temi. Nel 2007 era presnete con un grande lavoro alla Turbine Hall della tate Modern:  Shibboleth un’installazione che consisteva in una frattura del pavimento lunga 167 metri. Anche in questo caso il lavoro voleva far affiorare il tema della discriminazione , la dura  esperienza degli immigrati del Sud del mondo che arrivano in Europa.

Un’altra sua opera gigantesca era stata creata, nel 2003, per Art21 la Biennale di Istambul dove in uno spazio vuoto tra due edifici in centro della città aveva impilato una marea di sedia di legno, per commemorare le vittime anonime, quelle che soffrono in silenzio perché emarginate e senza voce.

Le sue opere occupano vasti volumi, hanno un peso importante e quindi con quella forza prorompente riescono a rendere nello spazio e la memoria delle masse di persone scomparse e anonime cui si riferiscono.

So che l’arte non può agire in modo diretto. So che non posso salvare nessuno, ma l’arte può mantenere vive le idee, idee che possono influenzare le nostre vite” (Doris Salcedo da articolo su www.women.it di Marilde Magni, 13 marzo 2004)

Allora lasciamo che l’idee dell’arte contemporanea possano circolare il più possibile.

2 risposte a "Se l’arte parla del suo tempo come può essere ignorata?"

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  1. E’ vero, l’arte contemporanea è spesso oggetto di mistero o di denigrazione per i più.
    Questo è stato spesso, se non sempre, il destino dell’arte: “cos’è il jazz?” e Armstrong rispondeva: “se devi chiederlo, nn lo saprai mai”. E le opere di Picasso, e altri ancora del passato non furono capiti e nemmeno pecepiti immediatamente. Quindi l’artista non può avere fretta, è un cantore del mondo che accetta, almeno in parte, il suo destino da Cassandra…
    Ma non capirsi non vuol dire non camminare sulla stessa terra e quindi è un gesto di grande creatività quando l’artista e il resto del mondo non si respingono a vicenda: il primo si arma di umiltà, si esprime, aspetta, insegna, indica; il mondo non chiude i suoi occhi, le sue orecchie, la sua pelle, disdegnando il mistero che chi crea gli pone davanti.
    Anche venirsi incontro, alla fin fine, è un’opera d’arte…

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