In vacanza a ritroso nel tempo

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Fondazione Beyeler

Se c’è un museo che ti fa sentire in vacanza non appena vi entri, è la Fondazione Beyeler a Basilea. Mai come in questo Museo l’architetto Renzo Piano ha saputo sfruttare e valorizzare lo spazio a sua disposizione. Le mostre vi si godono appieno e la visita è come una passeggiata dove la luce e lo spazio rendono tutto piacevole. Certo il museo lo sa e si fa pagare caro, ma ne vale sempre la pena.

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Maria Vasilyeva, Rooftops, 1915

In questo momento, e fino al 10 gennaio, c’è una mostra dal titolo un po’ lungo, che potrebbe scoraggiare. Invece è da non perdere. Si intitola: In Search of 0,10 -The Last futurism Exhibition of Panting 0,10. Vedrete la ricostruzione di una mostra che si è  tenuta a San Pietroburgo esattamente cento anni fa. La mostra si intitolava, appunto, The Last futurism Exhibition of Panting 0,10. Dopo una ricerca non facile sono state di nuovo riunite  molte delle opere  di quella mostra, fornendo una vista d’eccezione sul panorama artistico russo di quel periodo. Troverete opere legate al  futurismo e al cubismo; ma soprattutto la  mostra fu molto importante perché segnò lo spartiacque tra la ricerca artistica  di Kasimir Malevic e quella di Vladimir Tatlin. Infatti, nel 1915, i due esposero una ventina di opere ciascuno e, dopo  aver  avuto un inizio simile, si separano definitivamente per  abbracciare due modi di intendere l’arte profondamente diversi. Malevich presento’ in mostra l’opera Quadro nero su fondo bianco e traccio’ le linee dell’arte astratta, non oggettiva ma che crede nella  supremazia della sensibilità pura ( sempre nel 1915 Malevic a San Pietroburgo firmerà il manifesto del Suprematismo e enunciando così la sua poetica), mentre Tatlin, al contrario, colloco’ le sue opere in una sezione distinta, ricercando un arte che si legava alla tecnica e voleva essere legata alla vita reale e al suo uso nella società.

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The Last Futurist Exhibition of Painting, 0,10, Pietroburgo, 1915

Ancora oggi ce lo chiediamo: l’arte deve stare dentro la società e servire ad essa come voleva Tatlin, oppure deve abbandonare le immagini della realtà, la “zavorra dell’oggettività”, per toccare le vette della sensibilità pura? Sporcarsi le mani con la concretezza della realtà, come desiderava Tatlin, o cercare invece il nucleo pulsante dell’arte nella purezza dell’astrazione?

Sono passati cento anni ma in questa mostra si ritrovano temi e opere che possono considerarsi delle chiavi di volta per tanta arte dei decenni successivi e anche per l’arte di oggi.

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