Immaginare il “dopo”

Tempi eccezionali questi. O meglio, poiché “eccezionale” ha una connotazione di fondo positiva, spaventosi. L’incertezza sul futuro per noi occidentali, che la storia degli ultimi 70 anni ha risparmiato dai grandi stravolgimenti epocali, è inconcepibile e incomprensibile. Su tutto, le restrizioni sugli spostamenti e la conseguente impossibilità di condurre una vita “normale”, fatta di relazioni e incontri, sono la cosa che più di ogni altra viviamo come un oltraggio insostenibile alla nostra libertà individuale. Ma, come ha scritto Paolo Giordano, il nostro errore ripetuto e reiterato è stato “rifiutare l’impensabile, costringerlo a forza dentro categorie abituali e meno spaventose” (Corsera, 21.03.20) per tale inaccettabile leggerezza, ora ci troviamo a questo punto. E l’impressione che il mondo come lo abbiamo conosciuto fino qui uscirà diverso da questa prova, non ci abbandona, anzi ci spaventa. Per noi, generazioni del boom economico del dopo guerra, la vita è stata lieve, tanto che sentiamo di non avere l’elasticità necessaria per affrontare un futuro che ci porterà inevitabilmente fuori dalle zone conosciute.

La grande paura pare scemare con molta lentezza, ma lo strascico di ciò che abbiamo vissuto, come tutti dicono, sarà lungo e doloroso. Come al solito ci si divide in pessimisti e ottimisti ad oltranza. I primi convinti che mai più nulla sarà come “prima”, mentre i secondi già pronti per un nuovo aperitivo.

La storia ci ha insegnato che dopo ogni grande cataclisma, dopo ogni grande stravolgimento politico, dopo ogni guerra, la ripresa è stata esplosiva. Ma l’obiezione potrebbe essere che la storia ci parla di un mondo diverso, un mondo giovane, in cui la globalizzazione non esisteva, la tecnologia avanzata si chiamava fantascienza, quando andava bene, e stregoneria per i più dubbiosi, privo di tutto ciò che ha caratterizzato il “secolo breve”. Un tempo c’era spazio, ampi margini di manovra, con un conseguente risveglio delle arti e delle scienze, e con un’economia spesso di sussistenza che si ritrovava a respirare dopo le grandi paure dei secoli bui (?). Ma oggi? Fare supposizioni è impossibile, le variabili sono talmente numerose che qualsiasi previsione sarebbe in parte, se non del tutto, errata.

E dunque che fare? La cosa chiara è che tutti saremo chiamati a fare il nostro dovere, ricordando che, poiché ci si presenta una seconda possibilità, sarebbe criminale ignorare le storture del “prima”, ricadendo negli stessi errori. La necessità primaria sarà di vivere questa nuova stagione, che si apre e che fa paura, come un nuovo punto di partenza, cosa che darà l’opportunità di cambiare i vecchi cliché. Sarà necessario non dimenticare la grande paura del 2020, correggendo, ognuno per quanto è di sua competenza e grazie alle capacità, quello che era sbagliato o inaccettabile. Ora, infatti, che sarà d’obbligo dare una sterzata alle proprie vite, la speranza è quella di non ricadere nei vecchi peccati. Finalmente sarà data la possibilità di smetterla di vivere come se ognuno fosse un’isola immortale, nella sicurezza che tutto è concesso. Per necessità dovremo abbandonare la nostra sicumera. Il pianeta ci ha chiaramente dato una bella scrollata, che purtroppo si è concentrata sui più deboli e fragili. Stavolta. Facciamo in modo che queste perdite di vite umane, di storie, di saggezza, non siano vane. Non volevamo fermarci un momento a pensare, immersi in una vita che correva troppo veloce? Ci ha pensato la natura a metterci il bastone fra le ruote. E questo ci dovrebbe far riflettere attentamente. Il futuro dovrà ricominciare con il cambiamento, non solo di abitudini e comportamenti, ma molto più profondo di pensiero e atteggiamenti.

L’ultima riflessione va al mondo dell’arte. Se è vero che molte cose cambieranno, anche gli artisti avranno una uova narrazione dalla quale attingere… chissà se finalmente finiranno le noiose citazioni, le affabulazioni inconcludenti, le cannibalizzazioni della creatività… staremo a vedere.

Saremo tutti all’altezza del nuovo mondo?

2 risposte a "Immaginare il “dopo”"

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  1. proviamoci! proviamoci! proviamoci!, quasi un appello da resistenza, perché sennò difficilmente rimarrà qualcosa di quello che abbiamo conosciuto, protetto e amato

  2. Vedo l’articolo solo sul cell ma non al computer …anche se è lo stesso indirizzo di posta; volevo risponderti direttamente al blog ma non si sa perché mi nega l’accesso… Allora procedo per email: Sono assolutamente d’accordo con le tue riflessioni sulla nostra generazione. Non siamo elastici e pronti alle sfide che ci aspettano. Dalla nostra parte rimane però una capacità maggiore dei giovani nel concentrarci, che assieme alla curiosità intellettuale ci aiuta a sentirci meno soli. La situazione che mi spiazza di più in questi giorni non è la condizione di isolamento, ma la pagina completamente vuota che mi si presenta nella mente quando tento di programmare il futuro prossimo. Ho un senso di vertigine quando mi rendo conto che non sono in grado di programmare. Oggi per esempio mi scoppiava la testa e Simone mi ha fatto tutti i calcoli di probabilità sulle decisioni che dovevo prendere, alla fine non c’era una soluzione sicura e tutte le riposte mi davano il 33per cento . Allora? Imparerò a prendere le giornate per quello che sono senza programmare e riprogrammare? Per me sarebbe già in grande cambiamento. Gli artisti veri ci aiutano a capire il presente e ha percepire il mondo che verrà.Forse l’installazione fatta di mille farfalle nere del messicano Amorales Black Cloud ( la vidi a Milano) mi restituì un senso di inquietudine e pericolo incombente che oggi è presente nella vita di tutti noi. Bello era quando ci prendevamo un po’ di tempo per parlare assieme! S

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