Social Street, nuovo modello di Social?

socialstreetItaliaQuando ero piccola darsi una mano fra conoscenti era la norma. Nessuno aveva secondi fini, ma soprattutto nessuno pensava che ce ne potessero essere (credo sia questo il cuore del problema), forse si era un po’ naïf, o forse semplicemente le complicazioni della nostra epoca ancora non ci avevano raggiunto… Dunque non solo fermarsi a parlare nelle scale di casa era normale, ma anche ad esempio chiedere al vicino di farci la spesa, o di fare un’iniezione, o di accogliere i bambini della porta di fianco per qualche ora, o di accompagnare in cortile i propri figli e i figli degli altri fermandosi a parlare con le altre mamme sedute sul muretto, era del tutto normale. Poi piano piano i ritmi della vita sono cambiati, abbiamo tutti iniziato ad andare più veloce, tutti abbiamo imparato a “farci i fatti nostri”, a scapito di quella familiarità che contraddistingueva il tessuto sociale italiano. Siamo arrivati a preferire arrampicarci per le scale piuttosto che prendere l’ascensore con l’anziana vicina del piano di sopra, per non dover parlare, per non dover ascoltare, per poter continuare a “farci i fatti nostri”.

Per innescare una controtendenza positiva ci viene incontro Social Street Italia, la piattaforma digitale il cui obiettivo “primario è quello di socializzare con persone del vicinato per venire incontro a singole necessità quotidiane, aiuto concreto, condivisione di attività, scambio di pareri, opinioni… Non devono esserci finalità di lucro ma solo finalità sociali. Il social street non porta avanti nessuna visione politica, religiosa, ideologica, raggruppa le persone con l’unico criterio della vicinanza fra residenti nell’area”. Gli ideatori di Social Street sono partiti dalla “constatazione dell’impoverimento dei rapporti sociali non solo negli ambiti urbani maggiormente sviluppati ma anche in realtà dove tali rapporti erano di fondamentale importanza nella vita quotidiana. Tale impoverimento ha comportato come conseguenza degrado urbano, mancanza di controllo sociale del territorio, perdita del senso di appartenenza… il “modello Social Street” propone una possibile soluzione partendo dal basso ed esclusivamente per riattivare i legami sociali ricreando rapporti di conoscenza tra le persone che vivono nella stessa strada”.

Il modello coltiva e privilegia “la scelta di concentrarsi su tutto quanto unisce le persone (escludendo ciò che divide), di essere propositivi anche di fronte alle critiche più dure, non accettare l’essere contro senza l’essere costruttivi, l’esclusione di linguaggi non accettabili da tutti  i componenti del gruppo”. Inoltre l'”utilizzo di un territorio specifico definito come elemento aggregante ha comportato anche la destrutturazione di tutte le altre categorie in cui le persone si riconoscevano dividendosi per gruppi di appartenenza (classi sociali, interessi, età, appartenenze politiche, provenienza)” e facilitando in tal modo il contatto.

“Social street parte dall’esperienza di Via Fondazza a Bologna. L’ideatore del gruppo, Federico Bastiani, aveva un unico obiettivo: far socializzare i vicini di casa al fine di acquisire fiducia reciproca. Alla base del funzionamento del social street sta proprio la costruzione di questo rapporto. Risiedendo in Via Fondazza da ormai quattro anni, si era reso conto che il contatto con gli abitanti della strada non andava mai oltre il “buongiorno” (nei migliori dei casi) eppure vedeva le stesse persone tutti i giorni. Federico ha cosi deciso, senza alcun investimento (creazione di un sito, app geolocalizzanti etc) di utilizzare lo strumento che ormai la maggioranza delle persone utilizza, Facebook. Ha creato quindi un gruppo chiuso “residenti in via fondazza” e battezzato amichevolmente i suoi residenti “fondazziani”. Scopo del gruppo è innanzitutto scambiarsi e condividere informazioni utili per tutti e soprattutto condividere la propria esperienza per metterla al servizio degli altri.

Utopia? Beh non resta che provarci.

Cookisto e il consumo collaborativo

Il logo di Cookisto
Il logo di Cookisto

Innanzitutto due parole sul significato di “consumo collaborativo”.

All’indomani della grande crisi economica del 2008 si è moltiplicato nel mondo il concetto che l’utilizzo condiviso dei beni di consumo, poteva essere la via vincente per uscire dall’impasse. La condivisione (sharing), il baratto (bartering), il prestito (lending), il commercio (trading), il noleggio (renting), la donazione (gifting) e lo scambio (swapping) potevano essere reinventati e si è fatta largo l’idea che invece di dissanguarsi per acquistare beni o servizi, essi potevano essere messi a disposizione di coloro che ne avevano bisogno da coloro che ne possedevano, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. Mutuato dal linguaggio informatico è nato il P2P (peer to peer) una rete condivisa d’informazioni e materiali concordata tra i vari utenti, irrealizzabile solo fino a dieci anni fa, in quanto con le nuove tecnologie è possibile garantire piattaforme affidabili per le transazioni e, soprattutto, creare attorno a questi nuovi prodotti delle comunità affidabili. Questo in poche parole il significato di consumo collaborativo. Questo modello economico è stato applicato con successo alla mobilità e sono nati Lyft (ride-sharing), Liquidspace (space rental) e Taskrabbit (deliveries and errands); e al turismo con, ad esempio,  Airbnb (bed and breakfast).

Nessuno aveva ancora pensato di applicare il consumo collaborativo alla cucina! E personalmente trovo questa idea davvero geniale.

Il format, forse lo possiamo chiamare così, é nato da una reale esigenza. Infatti il fondatore di Cookisto, il giovane greco Michalis Gkontas, studente di economia all’estero, trovandosi in critiche ristrettezze economiche e incapace di produrre alcunché di commestibile, ha l’idea di creare una comunità di cuochi basata sulla fiducia, che, per una manciata di spiccioli, cucina per coloro che non sanno o non hanno il tempo o la voglia di cucinare. Tutto funziona grazie a Internet. Infatti basta rintracciare il cuoco (anche la casalinga del piano di sotto che ha fatto troppi gnocchi per la famiglia ed è quindi disposta a vendere la soverchia quantità di cibo) più vicino alla tua zona, mettersi d’accordo sul prezzo (ripeto pochi spiccioli), su come ritirare il cibo e il gioco è fatto.

Si parla soprattutto di fiducia (infatti è impossibile monitorare parametri quale l’igiene o la bontà delle materie prime) e dunque la comunità di Cookisto è formata da una parte da inguaribili golosi che non hanno la possibilità per qualsiasi ragione di cucinare e dall’altra da volenterosi cuochi disposti a cucinare in modo sano e (si spera) genuino.

Cookisto 2

La novità è che non esistono mediazioni. Una volta che ti sei aggiunto alla comunità hai un contatto diretto con “l’altro” sia esso cuoco o mangione! Puoi ordinare i tuoi piatti preferiti o proporre i menu in cui sei più forte accedendo al sito e poi attraveso via e-mail, facebook o twitter definire i dettagli.

Cookisto è diventato in breve tempo una realtà in Grecia, tanto che il modello sta per essere esportato nel Regno Unito e probabilmente da lì ovunque.

In attesa di potervi accedere anche qui, devo mio malgrado dedicarmi anche questa sera alla cucina!