I secoli del pellegrino

Corteo di Pellegrini: Fidenza, Cattedrale
Corteo di Pellegrini: Fidenza, Cattedrale

Spesso si pensa che i secoli del medioevo siano stati caratterizzati da una limitata mobilità delle genti, dovuta per lo più alla difficoltà degli spostamenti e della viabilità. Questo è vero solo in parte. Infatti l’uomo medievale era mercante itinerante, navigatore fluviale, ripercorreva le antiche strade romane creandone di nuove, dai contorni tortuosi, sterrate e spesso pericolose, ma soprattutto l’uomo medievale fu pellegrino. Si può affermare infatti che il viaggiatore medievale per eccellenza fu il proprio il pellegrino. Palmieri, Giacobei (o più semplicemente Peregrini) o Romei, era un intero continente che si spostava per raggiungere luoghi considerati particolarmente santi. Se il pellegrinaggio inizialmente fu prettamente religioso, implicante cioè la conversione al cristianesimo e un radicale mutamento di stile di vita e abitudini – cosa che attirava anche una massa di truffaldini e criminali che in tal modo si vedevano salvati dalla giustizia non solo celeste, ma soprattutto terrena – ben presto si fece penitenziale ed espiatorio, cioè si intraprendeva un viaggio per purificarsi dai peccati. Tanto che la Chiesa, a partire dall’XI secolo, provvide a disciplinare il pellegrinaggio, che fu sancito da un apposito voto e dotato di indulgenze spirituali.

pellegriniIl pellegrino era protetto dalla Chiesa e chi gli nuoceva era passibile di scomunica. Il pellegrino si riconosceva non solo dall’abbigliamento, dotato di sacca e bastone, ma soprattutto dai simboli, che ognuno poneva ben in mostra, che dimostravano l’avvenuto pellegrinaggio. Chi aveva compiuto una delle Peregrinationes Majores (Roma, Gerusalemme, Compostela) era infatti riconoscibile per: medagliette con San Pietro in piombo, chiavi incrociate del Santo e Veronica (il telo in cui era rimato impresso il viso del Cristo durante la salita al Calvario) per i Romei, i pellegrini verso Roma; croci, rami di ulivo e palma, per i pellegrini della Terra Santa, i Palmieri; infine la capasanta o conchiglia di San Giacomo per i viaggiatori verso Compostela (Giacobini o Peregrini).

Nasce nei secoli medievali anche una letteratura del pellegrinaggio. Compaiono libri che non solo raccontano dei viaggi di pellegrini famosi, per lo più sotto forma di diari, ma anche delle vere e proprie guide. Mirabile è quella scritta nel 1139 da Aymeric Picaud e conservata nella biblioteca di Santiago di Compostela contenuta nel cosiddetto Codex Calixtinus, in cui non solo si trova una accurata descrizione della meta del pellegrinaggio, ma risulta essere un documento importantissimo in quanto contiene la descrizione del viaggio vero e proprio con tutte le indicazioni riguardanti le difficoltà naturali, climatiche e i possibili brutti incontri; vengono descritti accuratamente valichi, strade, città, ponti, fiumi e i luoghi di ospitalità che si troveranno lungo il cammino.

Conchiglia-pellegrinoAncora oggi intraprendere il pellegrinaggio ad esempio sul Cammino di Santiago ha conservato un significato profondo che trascende l’impresa sportiva o il mero piacere naturalistico o storico, non si tratta di un semplice itinerario turistico, spesso infatti ancora oggi mettersi sulla strada del Santo è una necessità interiore, un tentativo di ritrovare se stessi prima ancora che affrontare un cammino di fede.

Viva la cuccagna

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Il Medioevo non è stato solo quel periodo buio e repressivo che gli autori del Romanticismo hanno indicato; anzi è stata un’epoca apportatatrice di idee ed innovazioni che hanno lasciato ampie tracce nella storia dell’umanità. Ma certo con rigidi schemi di comportamento, negli ambiti della società, della mentalità, del costume. Eppure troviamo nella sua letteratura, soprattutto nella novellistica e nelle leggende trobadoriche, il mito -come è stato definito- della Cuccagna, dove chi più dorme più guadagna; il paese di Bengodi secondo una notissima novella del Boccaccio. Nel quale si può mangiare a crepapelle, perché vi si trova un monte di cacio grattugiato sulla cima del quale si cuociono in continuità ravioli che si gettano giù perché giungano ben conditi in pianura; nella quale scorre un fiumicel di vernaccia senza gocciol d’acqua. Mangiate finchè volete e potete; ed i migliori vestiti sono tutti disponibili sui cespugli delle strade. Ognuno è giovane, nel fiore dell’età e delle forze, e le pulsioni sessuali possono con chiunque ed ovunque essere soddisfatte. Anche le donne possono scegliere il loro partner senza remore o timori. Che pacchia!

Emanuele Luzzati, Il paese dei balocchi
Emanuele Luzzati, Il paese dei balocchi

Ma esisteva un paese del genere? No, ovviamente: era un mito consolatorio d’evasione da una realtà di povertà, fissità, diversità tra ceto e ceto, sesso e sesso. Anzi, ha scritto uno dei padri della moderna storiografia, il medievista da poco scomparso Jacques Le Goff, non un mito; ma un’utopia. Perché l’utopia non è un semplice racconto ( riferimento all’etimo greco di “mito”) : è un contromodello, che ha un aggancio mentale più consolatorio. Come si cercasse di ricostruire nella fantasia un mondo virtuale che almeno facesse evadere-virtualmente, appunto – dalla realtà quotidiana.

Le Goff in un suo saggio, da uomo attento alle modifiche della storia, ha aggiunto che modelli del genere esistono in tutte le epoche: cioè sono un portato della mente e della fantasia umana. Infatti per fare un esempio, nel Sessantotto francese ed europeo, lo slogan proibito proibire non ha questa valenza? E allora, sempre ed ovunque, ma soprattutto in un momento come questo contrassegnato dalla globalizzazione (quindi alieno dalla consolazioni localistiche) e dalla crisi, ( quindi economicamente incerto): VIVA LA CUCCAGNA!