In arte è difficile dire mi piace

Pablo Bronstein,
Pablo Bronstein, Pair of House a la Greque,2011

Non sono certo la prima a dire che dentro di me si nascondono mille persone. Ma le cose si complicano quando tutte quelle persone escono allo scoperto, nel momento in cui visito una mostra d’arte contemporanea, specialmente se si tratta di un ‘artista che non avevo mai conosciuto prima.

Esiste un impatto emotivo nell’arte? Facciamo un ‘esempio: sono stata a visitare la mostra di Pablo Bronstein  dal titolo A is building, B is architecture che si è aperta pochi giorni fa al Centre d’Art Contemporain di Ginevra.  Appena sono entrata al primo piano una grande installazione di due edifici identici che paralleli coprono tutto lo spazio della grande sala. Al primo piano una  serie di disegni realizzati dall’artista, che proponeva sezioni di edifici e architetture realizzate con uno stile antico tutte  incorniciate in tono con l’epoca ritratta nell’opera. Ho subito pensato che il quadro incorniciato ha comunque un effetto rassicurante. Ben presto, poi, mi sono resa conto della qualità di quei disegni e anche della subdola piacevolezza che nascondono una volta attaccati nelle pareti di una casa.

Dopo il momento emotivo, arriva lo sforzo di capire senza seguire spiegazioni scritte.  Per l’artista l’architettura fa da padrona e questo messaggio è chiaro già dalla prima installazione. L’artista parte dall’architettura, rilegge il passato  in modo lucido, non sembra interessato a darci la sua interpretazione. Ciò che descrive è la versione fedele di una sezione di elemento architettonico.  Queste architetture primeggiano nei suoi disegni , sono monumentali sovrastano le figure e quasi inquietano, questo stesso effetto lo avevo provato di persona al primo piano dove primeggiavano le due grandi architetture.  L’effetto dei disegni di insieme ti sembra un po’ decadente;  sembra di essere lontani dalle parole di Barnett Newman quando affermava  “l’impulso primario dell’arte moderna è consistito precisamente nel desiderio di distruggere la bellezza”.Qui la bellezza si cerca e un po’ ti soffoca .

Pablo Bronstein
Pablo Bronstein, Relocation of Temole Bar,2009

Tutte questi spunti, queste impressioni, però, sono solo appunti, perché l’artista lo scoprirò solo una volta uscita dalla mostra dopo aver approfondito il suo lavoro  e aver scoperto che si è specializzato nei suoi studi in disegno a china di schizzi architettonici. Da lì sono nate le sue architetture inventate, realizzate come lo facevano nel Sette-Ottocento, leggo sul sito di Saatchi (www.saatchigallery.com)” Bronstein utilizza l’architettura per entrare in contatto con il potere: di storie, di monumenti e degli ambienti costruiti”e si interessa a tutto  ciò che lega l’ architettura classica a l’urbanismo contemporaneo. Ma i disegni non sono tutto, Pablo Bronstein è interessato anche alla scultura, alla performance e alla danza.  Nel suo lavoro si cerca di tracciare i confini, le  relazioni tra lo spazio fisico e i ballerini.

Architettura, arte e musica mi vengono in mente allora le esperienze degli anni Quaranta al Black Mountain College dove la musica di Jhon Cage  si incontra con la danza di Merce Cunningham e poi con l’arte di Rauschenberg.

Mi fermo qui, lo sforzo di cogliere da sola il senso della mostra non era stato sufficiente: i temi che sembrano del passato sono in verità molto attuali e interessanti e si intersecano con tanta arte del XX secolo.

Quando esco da una mostra e mi chiedono se ti è piaciuta  o meno, non rispondo quasi più perché la risposta è molto complessa e di una cosa sono certa: dire se ci piace o meno un’artista non sarà mai come dare il like su facebook.

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