Dedicato ai genitori… ma anche ai figli

le piccole virtùNatalia Ginzburg è stata una delle penne più brillanti del secolo scorso e della letteratura italiana. L’estratto che proponiamo fa parte di un libro intitolato Le piccole virtù,  11 brevi saggi, quasi racconti, il cui tono senza fronzoli cattura pagina dopo pagina. Denominatore comune è la vita fatta di piccole e grandi cose, la vita della donna Natalia che di volta in volta è amica, compagna, figlia, madre, scrittrice e sopravvissuta agli orrori della guerra.

Un libro da leggere e meditare le cui pagine più famose sono quelle su Cesare Pavese, struggenti e malinconiche in cui il ricordo dell’amico si fonde indissolubilmente con la descrizione della città di Torino.

Vale la pena rileggere queste righe e tenerle a mente, perché come sempre succede nella grande letteratura il pensiero dell’autore diventa universale, diventa consiglio, aiuto, consolazione.

“Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un’importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.

Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un’offesa. Allora i nostri figli, tediati, s’allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d’una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.

In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c’è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d’esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d’ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.

I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d’esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.

Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell’orgoglio, frustrati d’una soddisfazione.

Se il meglio del loro ingegno non hanno l’aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.

Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell’energia e dell’impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.

Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell’insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.

Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d’attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?”

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi

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3 Comments

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  1. Nadia Bertolani 8 dicembre 2015 — 09:38

    Finora non ho mai commentato, per pigrizia, per timidezza, ma questa volta voglio esprimere la mia ammirazione e un ringraziamento per aver riportato a galla una scrittrice indimenticabile e le sue parole che mi toccano particolarmente e che tutti dovrebbero (ri)leggere.

  2. Care amiche
    sono sempre molto in sintonia con i vostri post…questa volta mi sento di dissentire, almeno in parte. Le argomentazioni di Natalia sicuramente hanno un senso contestualizzate nel suo tempo…adesso la riflessione richiede un punto di vista ulteriore. Fino agli anni ’60 i figli hanno avuto molte richieste e poche offerte (quasi tutte sudate e sofferte) da parte delle loro famiglie. Adesso siamo in un tempo in cui i genitori hanno soggezione, sensi di colpa e addiritttura paura dei propri figli e abbiamo finito per concedere loro di procrastinare la crescita troppo a lungo. I voti alti non devono essere obbligatori ma con le mani in mano tanti di loro ci stanno già e non credo vadano assecondati. Prima di tutto perchè non fa bene a nessuno non impegnarsi in qualcosa (anche la noia è legittima ma solo se è in qualche modo creativa) poi perchè Il mondo è sempre più veloce (anche se non è giusto) richiede impegno e capacità di resistere alle frustrazioni (anche se è doloroso) e a me pare che dovremmo chiedere ai figli di rendere conto delle scelte che fanno e possono non fare, ma non a spese degli altri, genitori compresi…

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