Downgrading

Quando ero piccola la mia nonna affermava sempre che il cibo non si doveva gettare e alla domanda “perché?” la risposta era perentoria: “Perché altrimenti piange Gesù”. La mia nonna faceva parte di quella generazione che aveva vissuto sulla propria pelle una serie di catastrofi, comprese due guerre mondiali, e ben conosceva il valore anche solo di una fetta di pane. Fin da bambina dunque, per non far piangere Gesù, ho sempre evitato di buttare il cibo, di farlo scadere nel frigorifero, di riutilizzare gli avanzi, non perché sono particolarmente virtuosa ma perché l’imprinting è una cosa potente.

Quando leggo quindi che in Italia pro capite (dal neonato all’ottuagenario) all’anno vengono gettati 108 chilogrammi di cibo mi si accappona la pelle. La Fao calcola che nel mondo ogni anno vengono gettati 630 milioni di tonnellate di cibo, per produrre i quali si sfruttano 1,4 miliardi di terreno, utilizzando immense riserve idriche ed immettendo nell’atmosfera 3,3 miliardi di CO2. Cifre da capogiro. Ma tant’è. Su questo pianeta siamo tanti, davvero tanti. A leggere tali cifre ci si chiede, ma io posso davvero fare la differenza con la mia macchinetta elettrica? Da soli no, ma l’unione fa la forza.

Introducendo il concetto di “downgrading” (riduzione) nelle nostre vite, rispetto alle nostre presunte necessità, potremo fermarci prima ancora di arrivare allo spreco. Davanti al prezzo stracciato del pacco gigante di peperoni al supermercato, quindi, fermiamoci un momento. Se proprio non riusciamo a fermarci pensiamo prima dell’acquisto a tutti modi possibili per evitare che appassiscano in frigorifero e vengano buttati. Ancora prima, insegniamo ai nostri figli che quello che è nel piatto deve essere mangiato e la pasta al sugo del giorno prima non gettiamola, facciamone frittata e il pane raffermo? vi assicuro, diventerà un’ottima torta. Gettare il cibo non è sinonimo di benessere è indice di una società che fa i capricci, come quei bambini che non vogliono mangiare il grasso del prosciutto…

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