“Spesso il male di vivere ho incontrato”

Non si tratta di attualizzazione “facile”, non si tratta di sovrapporre categorie moderne a concetti antichi, ma leggendo il bel libro di Donatella Puliga, scrittrice e filologa, intitolato La depressione è una dea. I romani e il male oscuro (Il Mulino, 2017) si apre un velo non solo sul nostro passato storico ma anche su quella che non è una patologia (disturbo dell’umore, stato d’animo alterato o come la si voglia definire) che appartiene solo ai nostri giorni.

C’è un’analogia fra ciò che credevano i romani a proposito del “male oscuro” e quello che attualmente si sa della depressione, segno che già alla loro epoca gli antichi avevano fatto una seria riflessione sulle implicazioni di questa malattia dell’animo. Superata infatti la concezione greca secondo la quale la depressione era data da una sovrabbondanza di “bile nera”, uno dei quattro umori dall’equilibrio dei quali dipendeva la salute dell’individuo; nel mondo romano – poiché si credeva che la psiche funzionasse come proiezione di forze divine – la depressione era personificata da una dea: la dea Murcia. Di Murcia sappiamo poco, fa parte infatti di quelle divinità minori che non sono assurte a posizioni particolarmente importanti nel pantheon romano. È citata da Sant’Agostino e prima di lui da Livio

Sotto il malefico influsso di Murcia l’uomo diventa murcidus ossia inetto e pigro, spento, opaco, senza voglia di vivere. Il termine si lega inevitabilmente anche all’aggettivo marcido che significa marcescente, putrido, e di conseguenza anche al concetto di vecchiaia e all’aggettivo veternus, che secondo Servio rappresentava uno stato di indolenza e apatia, una malattia interiore cioè un morbus internus che rendeva gli uomini vecchi prima del tempo .

Cicerone, Orazio, Lucrezio, Seneca tutti hanno descritto, soprattutto nei loro epistolari – spazi privilegiati, dedicati all’introspezione – la depressione a modo loro. Per Orazio era un torpore mortale, il funestus veternus. Per Seneca era il taedium vitae e nel trattato Sulla tranquillità dell’animo donava già allora alcune ricette per gestire questo malessere.

Un libro interessante che spiega come nel mondo romano la depressione si svincola dalla mera sfera corporale e si lega saldamente alla dimensione della mente e dei suoi fantasmi. Sembra dunque che quel male oscuro che domina la modernità in realtà sia, ahimé, un male antichissimo.

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