La Biennale di Venezia dà l’arrivederci

Questo week end la Biennale di Venezia chiude i battenti e, per festeggiare al meglio questi 7 mesi di attività, gli organizzatori hanno programmato una ricca serie di appuntamenti.

d9ba7403-4412-4825-a575-8a8609e959aa-320x480La Biennale Arte, nei prossimi giorni, sarà come uno spettacolo dal vivo in continuo svolgimento, animata da un fitto programma di Performance in Arena (Padiglione Centrale) e in Arsenale.

Innanzitutto, cardine del programma, sarà la fine del progetto di lettura del Capitale di Marx, che ha accompagnato la Biennale lungo tutta la sua apertura. Letto da attori come un testo drammaturgico a ricalcare il rito sikh dell’Akhand Path (una recitazione ininterrotta del libro sacro per la quale si alternano più lettori nell’arco di diversi giorni), è stato colonna sonora come se fosse un Oratorio durante tutta la durata della Biennale.

Fra le tantissime proposte, per le quali il programma completo è consultabile sul sito della Biennale, ne suggeriamo tre che ben esplicitano il tema esplorato quest’anno dal curatore Okwui Enwezor.

Jason Moran e Alicia Hall Moran, il 20 novembre, all’Arena, con il loro Work Songs, mappano e approfondiscono il tempo dei canti di lavoro nelle prigioni, nei campi, nelle case. La mappatura di questi canti di lavoro ha un doppio approccio, concettuale e emozionale. Negli spazi dell’ARENA, una voce solista eseguirà un ciclo di canti di lavoro.

Sempre il 20 Jeremy Deller esplora il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo e fino ai nostri giorni, basandosi su materiali d’archivio. Il suo lavoro approfondisce problematiche quali l’assenza dei diritti dei lavoratori, i contratti a zero ore, le ore prefissate di lavoro e di pausa, il concetto di “tempo lavorativo” – e lo fa attraverso lo studio e l’esecuzione dei canti che una volta si eseguivano per strada. Pur essendo conosciute come factory songs, infatti, queste composizioni probabilmente non erano cantate all’interno delle fabbriche, a causa del forte rumore dei macchinari. Questi canti “di fabbrica”, un incrocio tra musica popolare e folk, a volte parlano del lavoro in generale, a volte raccontano in modo più specifico le condizioni lavorative all’interno delle fabbriche.

Tania Bruguera ricrea la sua performance e video installazione Untitled (Havana, 2000), che riflette sulla intenzionale “cecità” alla realtà della vita dei cittadini sotto il regime di Fidel Castro. L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà densa di contraddizioni attraverso un’esperienza multisensoriale.

Tutti a Venezia: si apre la 56 Biennale d’arte

2015-stage-biennale-di-venezia4Tutti pronti al via: sabato 9 maggio si apre la 56 Biennale d’arte di Venezia. E’ l’appuntamento più importante per l’arte contemporanea, tutti dovrebbero andarci perchè è un’occasione per capire attraverso la sensibilità degli artisti, il nostro presente, ciò  che è appena passato e cosa ci aspetta.

Quest’anno sarà molto la sensibilità degli artisti africani a guidarci. E cosi, mentre all’Expo a Milano si è appena aperta la grande mostra “Africa. La terra degli spiriti” ripercorrendo l’arte africana dal Medioevo ad oggi ( Museo MUDEC), la Biennale ha come suo curatore il nigeriano Okwui Enwezor e sabato premierà con Leone d’oro alla carriera l’artista ghanese El Anatsui.

Ho visto un lavoro di El Anatsui per la prima volta proprio a Venezia l’opera si intiolava :La bandiera per un nuovo potere mondiale. L’opera era del 2004 ed era esposta in una bellissima mostra dal titolo Artetempo, sulla facciata di Palazzo Fortuny. Era un arazzo fatto di alluminio e filo di rame tessuti assieme con scarti industriali come lattine e tappi di bottiglie. Il materiale viene pressato e cucito assieme. Un lavoro di riciclaggio che affascinò chiunque vide l’opera scintillare appesa a palazzo Fortuny. Oltre a tessere, El Anatsui, lavora anche con oggetti comuni come i vassoi o specchi su cui incide segni e simboli derivati dalla propria cultura.

El Anatsui, In the World But don't Know the World,2011
El Anatsui, In the World But don’t Know the World,2011

Il titolo della Biennale quest’anno sarà All the world’s future e dal sito ufficiale si legge:“Okwui non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme. Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche. Questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai curricula degli artisti operanti nel mondo. Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità.”

Tra i padiglioni segnalati sembra molto interessante il padiglione turco dove si vedrà il lavoro di Sarkis, un’artista che è da tempo presente a Ginevra nella collezione del museo Mamco .

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Sarkis, l’Atelier depuis 19380, collezione Mamco Ginevra

L’artista è turco di origine armena: il fatto che rappresenti la Turchia è già un simbolo molto forte per la Biennale di Venezia. Il suo lavoro Rainbow, sarà un’installazione fatta di immagini, specchi, neon e specchi atti ad esplorare la magia dell’arcobaleno. E ancora una volta questo lavoro di Sarkis si lega bene a Ginevra dove con le pioggie frequenti è facile rimanere colpiti dalla bellezza  dell’arcobaleno .