Ode al carciofo

Giuseppe Arcimboldo, L'estate,1573, Musee du Louvre, Parigi
Giuseppe Arcimboldo, L’estate,1573, Musee du Louvre, Parigi

Ognuno di noi associa una stagione in arrivo con qualcosa di buono da gustare. Da piccola, in campagna, non passava maggio che io non facessi una scorpacciata di ciliege. E a settembre? I fichi naturalmente.

Ora che vivo a Ginevra, in inverno sento la mancanza di un ortaggio che qui sembra sconosciuto: il carciofo. Per la maggior parte del tempo è introvabile e quando fa capolino nel supermercato, potete essere certi che è di qualità non commestibile. Io ci ho provato a cucinarlo, il carciofo svizzero, ma è grosso, duro e pieno di peluria al suo interno. Alla fine mi sono arresa e mi accontento di fare una scorta di carciofi buoni quando vado in Italia. Cotti, crudi e sottolio, sono una specialità per il palato.

Belli come un fiore possono anche fare bella figura in cucina, se messi dentro un vaso di fiori.

A loro dedico questa giornata grigia e dalla pioggerellina uggiosa, con una poesia scritta in loro onore da Pablo Neruda:

Il carciofo dal tenero cuore si vestì da guerriero,

ispida edificò una piccola cupola

si mantenne all’asciutto sotto le sue squame,

vicini a loro i vegetali impazziti si arricciarono,

divennero viticci,

infiorescenze commoventi rizomi

sotteranea dormì la carota dai baffi rossi,

la vigna inaridì i suoi rami dai quali sale il vino,

la verza si mise a provar gonne,

l’origano a profumare il mondo,

e il dolce carciofo lì nell’orto vestito da guerriero,

brunito come bomba a mano,

orgoglioso

e un bel giorno,

a ranghi serrati,

in grandi canestri di vimini,

marciò verso il mercato a realizzare il suo sogno:

la milizia.

Nei filari mai fu così marziale come al mercato,

gli uomini in messo ai legumi con i bianchi spolverini erano i generali dei carciofi

file compatte,

voci di comando e la detonazione di una cassetta che cade,

ma allora arriva Maria con il suo paniere,

sceglie un carciofo non lo teme,

lo esamina,

lo osserva controluce come se fosse un uovo,

lo compra,

lo confonde nella sua borsa con un paio di scarpe,

con un cavolo e una bottiglia di aceto finché,

entrando in cucina lo tuffa nella pentola.

Così finisce in pace la carriera del vegetale armato che si chiama carciofo,

poi squama per squama spogliamo la delizia e mangiamo la pacifica pasta,

del suo cuore verde.

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