Chiacchiere de lunedì

“Ma vi rendete conto?-scriveva Don Antonio Gallo nel suo libro , Di sana e robusta costituzione (ALiberti ed.p. 110)- per i grandi neocapitalisti ormai c’è la libera circolazione delle merci. E gli esseri umani no?” e continua poi ““nessuno può fermare i migranti: è come un fenomeno sismico, e l’accoglienza da parte dell’Europa è un dovere”.

Gericault, La zattera della Medusa, 1818, Museo Louvre
Théodore Géricault, La zattera della Medusa, 1818, Museo Louvre

Questo lunedì, ancora nel frastuono dei fatti accaduti la scorsa settimana abbiamo deciso di commentare la barca affondata  a Lampedusa con la forza tragica dei naufraghi dipinti da Théodore Gericault  nel famoso dipinto La zattera della Medusa (il dipinto, conservato al Museo del Louvre, rappresenta il naufragio della nave francese Medusa davanti alle coste della Mauritania nel 1816). L’opera ebbe la forza di influenzare così profondamente i pittori contemporanei e oltre, che segnò una svolta nell’arte del XIX secolo e dette il via all’era del romanticismo.

Qual è il filo che ci unisce strettamente a quei poveri corpi stesi sulla banchina di Lampedusa? Noi che “siamo andati via” abbiamo il dovere morale di chiedercelo.

Noi che non siamo scappati da guerre, malattie o carestie ma che abbiamo semplicemente colto al volo un’occasione di maggiore benessere e stabilità. Noi che non abbiamo dovuto rinunciare alle nostre famiglie e, in fondo neppure radicalmente al mondo al quale siamo adusi, alle sue abitudini, alle sue idiosincrasie, è possibile che abbiamo semplicemente avuto fortuna? Nessuna capacità personale, nessuna bravura, semplicemente il trovarsi nella “parte giusta del mondo” ci distingue da questi migranti. Guardando le immagini di quei corpi allineati sulla banchina del porto di Lampedusa non possiamo fare altro che sentire il peso di queste morti e sperare che le parole dei governi non restino tali

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