Tiffany Chung, il fascino dell’atrocità

Tiffany-Chung_Arsenale-e1431004078768Cosa accade quando un artista legge, o meglio rilegge la realtà circostante puntando il dito sulle catastrofi ambientali, le crisi umanitarie, i conflitti, le migrazioni? Accade che tutto ciò che la storia ci mostra e che noi leggiamo sulle pagine dei giornali, spesso lasciando che ci scivoli addosso, rimane invece come cicatrice viva sulla pelle di coloro che sanno tradurla in un linguaggio originale e personale. Ecco forse perché l’arte è spesso voce della protesta, ecco perché tanto spesso artista fa rima con attivista.

È il caso di Tiffany Chung, artista di origine vietnamita, passata attraverso gli orrori della guerra e giunta negli Stati Uniti dove ha studiato arte per poi ritornare nella nativa Ho Chi Min City dove vive e lavora. Si tratta qui di una serie di disegni apparsa alla 56° Biennale di Venezia. Basta il titolo ad evocare la catastrofe: “Syrian Project (2011- 2015)”. L’astrazione delle linee e l’utilizzo dei colori ci fanno pensare a costruzioni eteree sospese in un universo fatto di tratti lievi ed effetti cromatici delicatissimi. Poi avvicinandoci alle opere riconosciamo il profilo di una mappa, quella del territorio siriano, e il dubbio si fa spazio, atroce e sinistramente affascinante. Le immagini create dall’artista riproducono meticolosamente le statistiche sul numero di bambini uccisi o sul numero di campi di rifugiati o ancora sul numero delle vittime della guerra. E la prospettiva cambia immediatamente, ciò che sembrava un idilliaco gioco di punti e linee si traduce in un agghiacciante inventario di vittime e tragedie. Una complessa stratificazione di topografie che scavano lungo la storia e riscrivono cronache e storia.

Può bastare l’opera di un’artista a scalfire la nostra corazza di indifferenza?

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2 risposte a "Tiffany Chung, il fascino dell’atrocità"

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  1. Salve italiane in transito, fortuna per noi che transitate anche dalle nostre parti…grazie del buongiorno con cui aprite le nostre giornate…informazione condita di sensibilitá sui temi del mondo. La voce dell’arte non basta ma contribuisce…quella della politica é colpevole o assente. Vi suggerisco un video che ha a che fare con le tragedie che affliggono il mondo, con l’arte, la politica, la vita: “il discorso più bello del mondo” di Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay. Baci mitiche!

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