La modernità va in scena alla 13esima Biennale di Lione

Panoramica del primo piano de la Sucrerie
Panoramica del primo piano della Sucrière,in primo piano l’opera di Cèleste Boursier-Mougenot

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Si è aperta il 10 settembre la 13esima Biennale di Lione. Quest’anno il suo curatore-Ralph Rugoff- l’ha intitolata: la vita moderna. Sono stata a visitarla e dopo aver visto le opere dei sessanta artisti invitati da trenta diversi paesi, sono arrivata alla conclusione che la vita moderna, così come intesa dal curatore, è oggi improntata principalmente a angoscia e attesa per un cataclisma in arrivo.

Jessica Diamond,Le vin avant La Roue,2015
Jessica Diamond,Le vin avant La Roue,2015

Si comincia, infatti, con il grande manifesro che rappresenta il tema della Biennale: è una foto tratta da una scena del video di Yuan Goang-Ming che poi troverete in due luoghi della Biennale (alla Sucriére e al Musee des Confluences). Vi si vedono una spiaggia, tanti ombrelloni colorati, il mare invitante e poi sullo sfondo una grande centrale nucleare che incombe su tutto, enorme e minacciosa.

Nella Sucrerie, posta in un quartiere sul fiume in piena evoluzione architettonica e sempre molto stimolante da visitare, l’eposiyione è allestita in modo molto chiaro. Al primo occhio ci si rende conto che il curatore ha puntato su poche opere, esposte come se ci si trovasse in una galleria ( questo aspetto mi ha ricordato l’Arsenale della arttuale Biennale di Venezia). L’idea dell’incombente disastro torna però subito alla mente quando, improvvisamente , comincia a suonare una batteria di tamburi posta al centro della sal e priva di musicista . Il suono-si capisce dopo- è prodotto da noccioli di ciliegia che cadono dal soffitto sui tamburi e sui piatti: siamo noi, con i nostri cellullari, le cui vibrazioni eletromagnatiche che vengono captate da un dispositivo , a causarne la caduta. L’opera di Celeste Boursier-Mougenot, è molto coinvolgente e cattura l’attenzione di ogni visitatore.

Angoscia per qualcosa che è già accaduto invece me l’ha procurato il lavoro di Nguzen Trinh Thi, l’artista vietnamita che ha presentato una serie di fotografie e filmati in cui si vedono delle persone, ritratte da sole e intente a indicare, col braccio teso e l’indice allungato, un luogo. Un lavoro sulla memoria, il cui senso è percepibile dal titolo “Landascape as the silent witness of history”. Non sappiamo cosa indicano quelle persone , ma il solo indice alzato ci fa pensare al ricordo di qualcosa di tragico, di inaspettato, di terribile.

Nguzen Trinh Thi, Landscape series,2013
Nguzen Trinh Thi, Landscape series,2013

Di sospensione e di attesa mi è sembrato parlasse anche la curiosa installayione video dell’ artista cinese He Xiangyu, esposta nella seconda sede della mostra , al MAC . Qui si entra in un labirinto di video dove su ogni schermo si vede una persona che si sta addormantando o che dorme già. Uomini e donne ripresi tra la veglia e il sonno.

In bilico su un cornicione, a guardare qualcosa di distrutto, risultato di un evento già avvenuto , invece mi ha collocata l’artista taiwanese Lai Chih-Sheng. Immaginatevi una stanza con a terra dei resti di imballaggi e un cornicione stretto ma percorribile posto in alto , a contornare tutta la stanza. L’artista ti invita a salire e a percorrerlo rimanendo ben vicina al muro, in modo da non cadere giù. In realtà i resti da vedere in basso sono gli avanzi degli imballaggi delle pere della biennale. Guardandoli, ti viene spontanea la domanda: cosa resta al visitatore della mostra, una volta che essa è finita?

Lai Chih-Sheng, Border _Lyon, 2015
Lai Chih-Sheng, Border _Lyon, 2015

Di opere ce ne sono state tante altre e molto interessanti. Comunque , l’ide aid modernità proposta da questa biennale è delineata dal senso di angoscia per un futuro incerto e dall’incoscienza di chi vive inconsapevolmente su un pianeta alla deriva.

Di modernità in senso positivo come immaginayione creatrice e ottimistica, senso di meraviglia e stupore per il Creato , non sarei riuscita a trovare traccia se non fosse che, rimastomi un po’ di tempo , per fortuna mi sono recata a visitare una seyione staccara della biennale stessa, collocata fuori Lione, presso il convento de la Tourette. Qui l’artista Anish Kapoor si è voluto confrontare con l’utlimo capolavoro dell’architettura di Le Courbusier.

Le Couvent de la Tourette, opera di Le Corbusier
Le Couvent de la Tourette, opera di Le Corbusier

Ed è in quella creazione architettonica della fine degli anni Cinquanta, in quei volumi, in quei tagli di luce e in quella concezione dello spazio, che hi ritrovato il senso vero e ottimistico della modernità.

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