Mangerei… un cucchiaio

In un rapporto del World Economic Forum dell’anno scorso si calcola che il consumo di plastica quadruplicherà entro il 2050. La produzione di plastica attualmente si aggira intorno ai 311 milioni di tonnellate e, secondo il rapporto, si prevede che raggiungerà 1.124 milioni di tonnellate entro quell’anno.

Solo il 14% della plastica viene raccolto per il riciclaggio. Dopo le perdite di smistamento e rielaborazione, solo il 5% del valore totale del materiale viene lavorato e utilizzato per un secondo utilizzo. 

A causa del basso valore della materia, vi sono pochi incentivi economici per un riciclo completo della plastica e pochi investimenti sono destinati alla costruzione delle infrastrutture per farlo. Si stima dunque che il 40% del materiale venga inviato in discarica, il 32% venga diffuso nell’ambiente e il 14% venga utilizzato per il recupero.

Pazzesco vero?

Le soluzioni suggerite finora per superare questo problema si sono focalizzate sulla creazione di un solo tipo di plastica, il che consentirebbe la realizzazione di un solo tipo di impianto per il suo riciclo. La cosa, che a parole sembra incoraggiante, cozza purtroppo con la volontà dei produttori decisi a mantenere la situazione attuale così com’è (sigh!).

Nella massa di plastica che ogni anno viene buttata o difficilmente riciclata, una grande parte è composta da posate usa e getta. Nei soli Stati Uniti ogni anno vengono utilizzati 40 miliardi fra cucchiai, coltelli, forchette e cucchiaini di plastica.

Le cifre di cui parliamo fanno davvero paura e se pensiamo che una sola forchetta di plastica impiega centinaia di anni a biodegradarsi, avremo la misura di quanto stiamo riuscendo ad inquinare il nostro pianeta.

La fondatrice della società indiana di posate Bakeys, Narayana Peesapaty, pensa di poter dare una soluzione almeno al problema delle posate di plastica e ha introdotto sul mercato le posate che si possono mangiare.

I cucchiai e le forchette prodotte dalla sua piccola impresa, che conta nove donne operaie, possono definirsi vegani, perché sono fatti con riso, grano e sorgo, un antico tipo di grano originario dell’Africa, scelto per la sua resistenza ai liquidi e perché coltivabile in zone prive di abbondanti precipitazioni.

Le posate sono disponibili in tre gusti: semplice con il solo impasto delle tre farine, con l’aggiunta di zucchero (perfetto per i dolci), salato (con pepe nero e semi di cumino e carambola).

Chi ha assaggiato le posate afferma che hanno il sapore di crakers e ben si sposano con qualsiasi cibo, e se anche dopo l’uso vengono gettate, si decompongono nel giro di tre giorni. L’unica controindicazione è il costo: le posate commestibili costano infatti il doppio di quelle di plastica, ma l’inventrice spera di poterne abbattere il prezzo con lo sviluppo dell’attività.

Per i coltelli invece non c’è speranza… l’umido smussa le lame e li rende inutilizzabili. Bisogna rimettersi a pensare e trovare una soluzione!

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2 Comments

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  1. Numeri impressionanti… forse dovremmo pensare a un piano di sostituzione della plastica, in barba ai produttori. È quasi un’utopia, lo so, ma vale la pena pensarci.

    • … quando penso a questi numeri mi viene un brivido. Bisognerebbe davvero ripensare alle nostre spese. Andare a fare la spesa con le “sportine” delle nostre nonne e la bottiglia del latte di vetro forse è davvero un’utopia, ma cominciare a ridurre gli imballaggi sarebbe un passo avanti. Certo se pensi a tutta la plastica che viene utilizzata negli ospedali ti viene un colpo…

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