Tutto in famiglia

Dal video di Bill Viola, The Greeting, 1995

Sono reduce da una breve vacanza in famiglia, che mi ha visto condividere con mio padre, fratelli e nipoti un evento speciale che riassume tutta la vita dei miei genitori.  Così, con la mente a  ciò che ho vissuto e forse anche per stemperare le emozioni, sono andata a rifugiarmi in un libro e ho scelto  Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Sono tornata a questo libro perché, anche se parla di una generazione precedente a quella dei miei genitori,  il modo di raccontare i  luoghi, i fatti e le persone mi richiamano situazioni e  vissuto della mia famiglia.

L’autrice, in una avvertenza posta a mo’ di prefazione,  dice che ciò che ha descritto “non è la mia storia, ma piuttosto, pur con vuoti e lacune , la storia della mia famiglia”. E così ci parla della sua casa paterna, del padre, della madre e dei fratelli, della vita matrimoniale e della guerra. L’autrice dice di aver riportato ciò che ha sentito e visto attorno a sé. In verità, in Lessico famigliare, si leggono le sensazioni, le cronache e gli avvenimenti di ogni famiglia, compresi i problemi, i rancori e le incomprensioni. Nel libro è forte il suo legame con la madre e mi ha colpito come abbia ben saputo descrivere la differenza delle relazioni instaurate con essa da lei e dalla sorella maggiore Paola: da un lato (l’autrice) un rapporto improntato all’aspetto materno e protettivo, dall’altro (la sorella) una relazione di parità.  Tutto scorre nel libro, si susseguono  le fasi della vita e anche le relazioni con la famiglia cambiano; come quando l’autrice,  sfollata in Abruzzo con i figli, al momento dell’armistizio riceve una lettera dalla madre, che le dice di non sapere come fare per aiutarla. Lei scrive: “ pensai allora per la prima volta nella mia vita che non c’era per me protezione possibile, che dovevo sbrigliarmela da sola. Capii che c’era stata sempre in me, nel  mio affetto per mia madre, la sensazione che lei m’avrebbe, nelle disgrazie protetto e difeso”.

Il suo libro per me  è come una strada dentro i grovigli della famiglia e ogni volta mi stupisce come la sua scrittura ha saputo dipanarli in modo semplice e leggero; ma in realtà tocca così in profondo i rapporti famigliari che in ultimo  tutti ci sentiamo un po’ parte della realtà che descrive.

Si spegne signori si chiude. L’era della diminuzione

Non abbiamo ancora letto questo libro ma ci ha incuriosito e in attesa che ci arrivi dall’Italia ve lo mostriamo:

Nell’introduzione si legge:

(…) Dopo aver stravinto la competizione per la conquista del cibo e dello spazio, dopo essersi moltiplicata alla follia e aver raggiunto livelli di benessere straordinari consumando a suo piacere quasi tutto il mondo, la specie umana decide di non crescere più, disponendosi quasi disciplinatamente alla diminuzione.

Una rivoluzione che il libro rivela e interpreta con grande originalità e con un linguaggio denso e suggestivo, ma sempre con rigore epistemologico e con un risvolto ambientalista preciso: come se la salvezza del pianeta fosse un compito della specie umana o, al contrario, dipendesse dalla liberazione del suo peso eccessivo sul mondo. Liberazione, fine di futuro in sé, fine della storia forse anche, perché la giostra questa volta non si limiterà a farci discendere e salire, noi e i nuovi passeggeri, ma si svuoterà e, alla fine, inesorabilmente si fermerà e non salirà più nessuno (si spegne, signori, si chiude).

Non sappiamo se davvero  stiamo per spegnerci, chi può dirlo? però nel frattempo siamo noi che possiamo SPENGERE LA LUCE  per un’ora, ricordate?  il 31 marzo prossimo possiamo aderire campagna del wwf  L’ora della terra.  Spengiamo la casa per un’ora, più siamo più la Terra respirerà e ci stupiremo che un piccolo sforzo avrà un grande effetto.

100 anni dalla nascita di John Cage: la leggenda della musica contemporanea

Questo anno si ricorda il centenario della nascita di JOHN CAGE (Los Angeles 1912-New York 1992), il musicista, filosofo, artista che ha rivoluzionato la musica contemporanea di avanguardia.

L’orchestra da Camera di Ginevra (l’OCG) organizzerà, il 5 aprile prossimo, un concerto a l’Usine dal titolo Une nuit d’hommage à John Cage.

Per chi fosse interessato ma non lo conoscesse e non lo avesse mai ascoltato è bene ricordare alcuni aspetti della sua ricerca di avanguardia musicale.

È stato un artista che ha fatto della musica una campo di esplorazione. Per lui la musica è natura e non imitazione della natura. Egli fu molto a contatto con l’arte visiva, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando creava happening dove univa in piena libertà d’espressione l’arte visiva, la musica, il teatro e la danza, dando vita al movimento denominato Fluxus.

Ha sperimentato cose mai fatte prima  come il “piano preparato” (anni ’40) preparava il piano per il concerto mettendo sulle corde delle lastre di metallo, o vari oggetti che ne avrebbero modificato il suono senza poter prevedere come e dunque senza poter controllare il risultato sonoro finale.

Ha esplorato nei suoi concerti il mondo dei rumori, provando a suonare percussioni di ogni tipo.

Da sempre   interessato ad intrecciare rapporti con la danza dagli anni Trenta ha legato un lungo sodalizio con il coreografo Merce Cunningham al quale rimane legato per tutta la vita.

Era profondamente interessato alla cultura orientale, alla musica e alla e alla filosofia indiana. Lo Zen divenne la sua impostazione filosofica e con essa le sue meditazioni sul vuoto.

Potrebbe stupirvi un suo concerto, addirittura indignarvi ma non dimenticate che tutto il suo lavoro è stata la base di tante ricerche musicali nuove e lui rimarrà alla storia come una leggenda di anticonformismo libertà e intelligenza artistica.

Proprio ieri mentre leggevo sulla Stampa  (26 marzo) di gruppi alternativi che si costruiscono da soli gli strumenti musicali e in modo particolare del musicista napoletano Maurizio Capone, percussionista fondatore dei Capone Bunght Banght, una banda che suona con strumenti creati con materiale di riciclo, non potevo non pensare alla scuola di John Cage a quanto gli dobbiamo nel campo della libertà espressiva.

Una vita da Oscar

Che donna! L’ho sempre ammirata e forse anche un po’ invidiata: non è mai stata una bellezza appariscente, ma i suoi grandi occhi, il suo sorriso e la sua eleganza mi hanno sempre ipnotizzata. Audrey Hepburn ha vissuto in Svizzera per più di trent’anni e, proprio in questo anno, la Svizzera la ricorda con una serie di manifestazioni a lei dedicate. Tutti gli eventi si terranno nella città di Morges , perché l’attrice ha vissuto poco lontano da lì, in un paese chiamato Tolochenaz, dove è  stata anche seppellita. Tutte le manifestazioni sono iniziate nel mese di marzo e andranno avanti fino a novembre.

Per l’occasione è stato realizzato uno spettacolo dal titolo “Something for Audrey” e sono state ideate due mostre: la prima  “Rome Paris, New York…itineraires d’une étoile” ripercorrà la sua vita di artista, mentre la mostra “Gros plan sur une femme d’exception” sarà invece più dedicata alla sua vita privata e al ruolo che ha svolto come ambasciatrice dell’Unicef. Infine, al cinema Odeon di Morges non mancheranno le proiezioni dei suoi film più celebri. Chi volesse saperne di più può consultare il sito www.foraudrey-morges.ch

La casa della moschea di Kader Abdolah

Provo un piacere: quando con il treno mi fermo a Milano, per proseguire il viaggio fino a Ginevra (o viceversa per portarmi a Pistoia),  ne approfitto per andare alla libreria delle Messaggerie, vicino alla stazione, dove passo sempre un po’ di tempo in cerca di qualcosa da leggere nel viaggio. E’ lì, nello scaffale dedicato ai suggerimenti della libreria, che ho scoperto uno dei miei libri preferiti, sicuramente uno di migliori che abbia letto in questi ultimi anni:  il romanzo di Romain Gary, La vita davanti a séun libro assolutamente da leggere, che l’autore pubblicò nel 1975 e che gli valse il Prix Goncourt. Non gli sarò abbastanza grata alla libreria per avermelo fatto scoprire. Poco tempo fa mi sono di nuovo lasciata convincere da un loro suggerimento e ho scelto il libro di un autore iraniano, Kader Abdolah, che si intitola La casa della moschea (Iperborea ed).

Mi incuriosiva cosa scriveva  l’autore nella prefazione: “ho scritto questo libro per l’Europa. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere…un Islam moderato, domestico, non quello radicale”.  L’ho letto tutto d’un fiato e, come spesso succede, mi sono ritrovata dentro le atmosfere di questa famiglia persiana che vive nella casa della moschea e vede passare negli anni il regime dello scia, l’arrivo di Khomeini e tutto ciò che ne è seguito. Mi sono affezionata al patriarca di quella famiglia,  Aga Jan, “un autentico figlio della casa della moschea” che ha il ruolo di custode della storia; un uomo saggio che sa capire e attendere il passaggio degli avvenimenti più drammatici, rimanendo  sempre saldo sulle sue radici. Infine il libro  mi è ancor più piaciuto perché l’autore è un rifugiato politico (vive in Olanda dal 1988), perseguitato prima dallo scia e poi dal regime di Khomeini. Si capisce che si sente un uomo in transito e che con la scrittura cerca di raccontare da lontano la storia della sua terra, vedendo le vicende storiche  dell’Iran attraverso il racconto quotidiano di una famiglia.

Assolutamente da leggere, se davvero vogliamo cercare di comprendere meglio l’Islam e la sua cultura.

… non ci piace

faccina disgustata

Nonostante i chiarimenti contenuti in un articolo apparso sul sito di «Gherush92», un’organizzazione non governativa no profit che ha ottenuto lo status di consulente speciale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC), non ci piace la sua presa di posizione nei confronti della Divina Commedia di Dante, tacciata di razzismo, islamofobia, antisemitismo. Tale organizzazione suggerisce addirittura di togliere dai programmi scolastici il poema.

Vorremmo aggiungere che probabilmente contenuti del genere sono presenti nelle terzine dantesche, poiché facevano parte del patrimonio culturale europeo della sua epoca, ma da qui ad affermare che a causa di opere come questa si sono formate ideologie distruttive il passo è troppo lungo per poter essere accettato.

Dunque per noi Dante rimane il più grande poeta della letteratura italiana e non un corruttore di coscienze deboli.

Anzi, accogliendo l’idea di cancellare la Commedia dai programmi scolastici negheremmo ai nostri giovani la capacità di avere uno spirito critico tale da riconoscere ciò che di buono e ciò che di meno buono arte e letteratura possono trasmettere!

Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero (Oscar Wilde)

Immaginatevi 100 maschere diverse per epoca e provenienza (Africa, Oceania, Asia, America) antiche e più recenti, da apprezzare per le forme bizzarre, per i materiali e gli scopi tutti diversi per cui sono state create: un panorama sul mondo sul tema del rappresentarsi e mostrarsi. Per immergervisi basta visitare  il piccolo museo della grande collezione Barbier Muller, nel centro antico della città di Ginevra. Qui infatti si è aperta  da poche settimane la mostra Masques à dèmasquer che rimarrà visitabile fino al prossimo 16 settembre.

In questo percorso non vi mancheranno le sorprese e rimarrete colpiti dagli accostamenti più insoliti. Per farvi un esempio, una maschera tradizionale di carnevale dei Grigioni è collocata vicino ad una maschera da hockey degli anni ’70 del secolo scorso. E così maschere tradizionali africane sono state accostate a maschere moderne, ricavate da scatole di latta. Forme, colori, smorfie e tratti del viso molto diversi tra loro, che però hanno lo stesso scopo: quello di coprire  il volto come se ciò potesse concederci la possibilità di andare oltre i limiti concessi all’essere umano.masque de hockey, Stati Uniti, 1970-80

Qualcosa in più da sottolineare: se vi affrettate ad andarla a visitare potete partecipare anche ad un gioco pensato per i visitatori. Infatti, fino al 21 marzo, si può giocare con alcune didascalie della mostra. Chi indovina quelle sbagliate verrà estratto a sorte per un premio speciale offerto dal museo. Non pensate di poter vincere cercando di trovare le didascalie corrette nel catalogo della mostra perché, ahimè, il catalogo verrà reso disponibile solo alla fine del concorso!

… ci piace


… ci piace che Francesco Bandarin, vicedirettore del settore cultura dell’Unesco abbia inviato una lettera al Governo italiano, esprimendo preoccupazione per i rischi dovuti al folle traffico delle navi da crociera a Venezia. In undici anni questo traffico è aumentato del 300 per cento. Sembra che ora ci sia la volontà di trovare una soluzione d’emergenza per evitare che queste enormi navi passino dal centro. Allora speriamo che il fronte NO ALLE GRANDI NAVI possa vincere. Ricordiamo che queste grandi navi da crociera oltre a spostare enormi masse d’acqua rischiando di danneggiare le fondamenta dei canali e delle case inquinano moltissimo con i loro gas di scarico.

(La notizia l’abbiamo ripresa dal Giornale dell’arte, febbraio 2012, n.317 p. 8 articolo di A.S.C. intitolato Mai piè navi in Laguna!)

Un anno dopo Fukushima

Oggi ricorre un anno dal disastro nucleare nella centrale nucleare di Fukushima.

E allora eccoci ancora una volta a parlare della Terra, delle nostre abitudini e la necessità di cambiare se vogliamo preservarla per le generazioni future. Non è facile cambiare ma orami è chiaro che lo dobbiamo fare senza indugiare troppo. Allora eccoci qui di nuovo a cercare di capire cosa sta succedendo e cosa dovremmo fare, trovare gli spunti e le ragioni per questo cambiamento.

In Svizzera come vi avevamo già segnalato partirà la VII Edizione del Festival du film vert un festival che si terrà in molte città tra cui anche Losanna, Nyon e Ginevra e per la prima volta anche in Francia a Ferney-Voltaire. Il festival nasce per presentare al pubblico una selezione di film che trattano la questione legata all’ambiente, allo sviluppo sostenibile e ai rapporti Nord- Sud del mondo.  Tra tutti i film quello scelto per essere  presentato in tutte le sale della Svizzera e si intitola DIRT! (proiettato il 17 marzo a Nyon) una fiaba africana che è stata nominata per il Premio Tornesol du Documentaire Vert 2012. Chi volesse seguire i film del festival può comprare i biglietti on-line e trovare tutte le programmazioni sul sito www.festivaldufilmvert.ch

E poi vogliamo ricordarvi la nostra adesione come italianintransito all’evento L’ora della terra organizzato dal WWF per la giornata del 31 marzo. In quell’occasione il mondo proverà a spengersi per un’ora, e così faremo anche noi. Un gesto simbolico lo so ma che vuole affermare la volontà di lottare contro i cambiamenti climatici e aderire alla strada della sostenibilità. Quindi chi fosse interessato può aderire anche lui e leggere tutto su wwf/oradellaterra/index.aspx

Spengi tutto quello che hai  per un’ora, più siamo più la Terra respirerà e ci stupiremo che un piccolo sforzo avrà un grande effetto.

Make Kony famous!

Un film documentario di 30 minuti circa, intitolato Kony 2012, circola sul web da qualche tempo, ed è diventato un vero e proprio «viral hit». Ma a dispetto di alcuni filmati virali precedentemente messi in rete su veri o presunti vizi dei divi di Hollywood o sulle figuracce di politici famosi, che hanno divertito milioni di visitatori, si tratta di un video tragicamente attuale che è stato visto su You Tube circa 10 milioni di volte in pochi giorni.

Si tratta di un filmato realizzato da Jason Russell, regista americano, su un particolare aspetto del poco conosciuto conflitto che devasta l’Uganda fin dal 1980, messo in rete come campagna di sensibilizzazione dal gruppo umanitario Invisible Children e centrato sulla piaga dei bambini soldato.

Ma facciamo un passo indietro per cercare di capire meglio la situazione presentata nel video. Nel documentario, attraverso la terribile esperienza di un ragazzo di nome Jacob, si parla della figura di Joseph Kony, comandante supremo della Lord’s Resistance Army, movimento di resistenza da lui stesso creato, che combatte affinché l’Uganda diventi un paese basato sui 10 Comandamenti. Ricercato per crimini di guerra dalla International Criminal Court (ICC), per mantenere sempre efficienti i suoi effettivi, Kony ha rapito nel corso degli anni migliaia di bambini (circa 30.000) costringendoli a diventare combattenti per la sua causa o schiavi sessuali. La sua arma di persuasione è innanzitutto la paura che incute nei piccoli e anche un certo alone di misticismo che è riuscito a creare attorno alla sua figura, alimentato dall’imposizione di seguire rigide regole e rituali sacri, oltre all’utilizzo di droghe e alcool. Kony si sente unto dal Signore e basa l’intera sua campagna militare sulla necessità di purificare il suo popolo, non solo usando riferimenti biblici per giustificare lo sterimio della sua stessa gente (si parla di 400.000 morti, ma i numeri non possono essere accertati), ma anche affermando di avere un rapporto diretto con lo Spirito Santo, con il quale comunica per volontà di Dio.

La LRA nella figura di Kony è accusata di atrocità in ben quattro paesi africani: Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana e Sudan del Sud. Visto il carattere prevalentemente «regionale» della guerra portata avanti da Kony (nonstante le incredibili atrocità commesse) gli osservatori pensano che con la cattura del capo ribelle si potrebbe giungere rapidamente alla fine di questo assurdo massacro.

Ma il problema è che nessuno sembra essere in grado di trovare Joseph Kony che si è reso invisibile, un vero e proprio fantasma che si muove continuamente su un territorio vastissimo, colpendo violentemente, ritirandosi e sparendo nel nulla, tanto che nessuno conosce più neanche il suo attuale aspetto.

Lo scopo di Invisible Children è dunque proprio quello di «rendere Kony famoso» per arrivare alla sua rapida cattura.

Inevitabilmente il video per l’emozione che ha suscitato e per la fama che ha riscosso ha portato con sé una scia interminabile di critiche sui modi della campagna, sui reali scopi dell’associazione, che sul web è stata addirittura accusata di «aver manipolato fatti per scopi strategici». Tutte critiche alle quali Invisible Children ha risposto postando spiegazioni e ulteriori puntualizzazioni in un lungo articolo che invitiamo a leggere.

Noi abbiamo pensato di fare nostra la causa, dando visibilità al video realizzato da Invisible Children sul nostro blog e invitando tutti i nostri lettori a guardarlo.

Siamo infatti certi che, sebbene il Sig. Kony non sia l’unica piaga africana e sicuramente il fatto di non essere ancora stato catturato, dopo più di un ventennio di attività eversiva, non sia solo dovuto alla sua scaltrezza ma anche alla connivenza di governi e personaggi influenti, guardare in faccia l’orrore e divenirne consapevoli sia già un inizio di cambiamento.