Frankenstein? Non è il mostro…

Duecento anni fa, nel 1816 le “aberrazioni” climatiche causate dall’eruzione del Tambora, un vulcano indonesiano che aveva scagliato nel 1815 abbondanti polveri e gas nell’atmosfera, condannarono l’Europa ad un anno senza estate. In particolare, in Svizzera il 1815 e il 1816 furono caratterizzati da eccezionali carestie e calamità, tanto che il governo federale dichiarò lo stato di emergenza.

Basta attenersi a questo scenario per capire come avvenne la genesi del romanzo Frankenstein di Mary Shelley, capostipite dei romanzi gotici per eccellenza.

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Infatti, durante quell’estate piovosa e fredda Mary, il suo futuro marito Percy Shelley, Lord Byron e John Polidori, medico e scrittore inglese, si trovarono a dover passare interminabili giornate confinati in casa, a villa Diodati, una residenza di sogno posta sulle rive del Lago Lemano, presso Ginevra. Qui per ammazzare il tempo la compagnia iniziò a leggere racconti tedeschi dell’orrore tradotti in francese e a discutere argomenti filosofici sull’origine della vita. Fino a quando, su suggerimento di Byron, tutti furono spronati a scrivere, ognuno per proprio conto, una novella sui fantasmi.

Con queste modalità e in questo clima nasce l’opera immortale di Mary Shelley alla quale, la Fondazione Bodmer dedica un’intera mostra che raccoglie i manoscritti originali, le lettere, le prime edizioni e tutto quanto può essere messo in relazione con Frankenstein.

Come proposto nel post precedente, abbiamo fatto un salto alla Fondazione Bodmer durante la notte dei musei di Ginevra, e siamo state ricompensate da questa affascinante storia che si fonde con la materia stessa del libro della Shelley. Pensavamo di sapere tutto su Frankenstein, ma abbiamo capito di non aver compreso appieno le implicazioni filosofiche, letterarie, scientifiche del romanzo, che può essere definito un vero e proprio archetipo del suo genere, inoltre profondamente radicato nella cultura occidentale, conosciuto da tutti anche se pochi, davvero pochi, lo hanno letto.

Frankenstein non è il mostro della tradizione popolare, la creatura uscita dalla penna di Mary Shelley non ha nome è un infelice, un emarginato, un tentativo fallito e abbandonato a se stesso al momento della creazione, il simbolo della pretesa dell’uomo di poter fare o disfare a piacimento. Chiuso in una solitudine infinita non può che sognare la normalità per lui impossibile.

Un romanzo epistolare che ha plasmato un intero genere letterario e che ancora oggi non perde il suo alone di immortalità, un’opera sulla quale sono state costruite infinite rielaborazioni, trasposizioni teatrali e cinematografiche e che, sebbene spesso frainteso o non compreso appieno non manca di suscitare ancora oggi ammirazione e forti sensazioni.

 

 

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