Battelli a vapore: la parata sul lago Lemano

Forse non l’avrei mai considerata molto interessante la parata dei battelli a vapore, se non mi fossi trasferita dall’Italia nei pressi del lago Lemano.  E invece, fin dalla prima volta che li ho visti, mi hanno affascinata e incuriosita, questi vecchi battelli con la ruota a pale laterali della Compagnie Generale de Navigation (CGN), fondata nel 1873.

Domenica  20 maggio si terrà una festa a loro dedicata. Saranno in cinque  e navigheranno lungo le coste, fermandosi ai porti di Losanna, Morges , Saint-Prex, Nyon, Rolle e Ginevra. Il battello più antico che vederemo sarà  il Montreux, costruito nel 1904, mentre il più giovane è datato 1927 e si chiama Rhone.

Chi volesse saperne di più e confrontare questi battelli ancora in servizio con il battello più antico conservato al mondo, potrebbe andare a visitare  il Museo dei trasporti di Lucerna.  Questo museo,vale una gita, sia per ciò che espone sia per vedere il suo edificio, costruito nel 2009 dallo studio di architettura Gigon e Guyer di Zurigo. Il museo è nuovissimo, molto originale con la sua facciata ornata da centinaia di ruote, cerchioni, volanti eliche e oggetti  di ogni tipo legati al mondo del trasporto.  “ Questo guazzabuglio di elementi riciclati rappresenta una sorta di omaggio alla mobilità meccanicizzata” ha affermato l’architetta Annette Gigon.

Ebbene, dentro al museo potrete  ammirare il piccolo Rigi, un battello che in origine aveva lo scopo di trasportare merci da Lucerna a Fluelen, tappa per i commerci tra Basilea e Milano. Diventato turistico nel 1863, trasportò  anche Thomas Cook in occasione del suo primo viaggio attraverso le Alpi svizzere.

Lasciamoci trascinare dalla corrente del lago e andiamo sulle sponde del Lemano ad ammirare i battelli di un’epoca che non esiste più. Per maggiori informazioni sulla parata potete guardare su www.cgn.ch

Verso una architettura (moderna e funzionale). 125 anni dalla nascita di Le Courbusier

Quest’anno si celebrano, a La Chaux de Fonds, in Svizzera, i 125 anni dalla nascita di Le Courbusier.

Le Courbusier (Le chaux-de Fonds, Svizzera 1887- Roquebrune-cap-Martin, Francia 1965) è stato architetto, urbanista ma anche artista e uomo di lettere: una delle figure che più ha influito sulla cultura e sul pensiero  del XX secolo. È lui che ha  rivoluzionato il modo di vivere e di concepire le abitazioni e la città. Credeva in un’architettura razionale, che seguisse i principi del “funzionalismo”.  La casa viene da lui reinterpretata, facendola divenire uno strumento, una “machine à habiter”.  L’ambiente interno è pensato e redistribuito  secondo le funzioni dell’abitare moderno; le forme sono semplici, squadrate, “pure” con gli spazi interni che presentano una distribuzione aperta. Le Courbusier immagina e realizza nuove case per la città moderna.  Come urbanista, ha lavorato a Parigi con un progetto (1931 Plan Voisin) che voleva  coordinare i rapporti tra la rete viaria di comunicazione e i luoghi di lavoro e quelli di residenza, riducendo le distanze tra questi ultimi.  Pensa di costruire in altezza, sostituendo le case singole con i palazzi (Immeubles-Villas). Nel 1914 mette a punto un progetto  che si basa sull’’utilizzazione standardizzata degli elementi prefabbricati.

A Ginevra nel 1927  aveva presentato un proprio progetto, nell’ambito del concorso  per il  Palazzo delle Società delle Nazioni; ma non venne selezionato. Nella città però realizzerà comunque, nel 1931-32, l’immobile Clartè:  un palazzo di otto piani, con 48 appartamenti.

Nel dopoguerra il suo linguaggio è meno rigido, si libera dalle sole forme geometriche pure e inserisce nei progetti forme antropomorfe, dove trapelano sfumature liriche ed emotive assieme a influenze surrealiste. Questo lavoro sfocia, negli anni Cinquanta, nella realizzazione della Cappella di Notre –Dame-du Haut, a Rochamp (1950-51).  Una chiesa pensata in calcestruzzo armato, formata da un’unica navata di forma irregolare con ai lati 3 piccole cappelle indipendenti, che terminano in tre campanili di forma semicircolare. Il tetto sembra una vela appoggiata, non sostenuta dai muri della chiesa. Per le forme e per i giochi di luce creati dall’architettura all’interno della chiesa,  vale assolutamente la pena visitarla  (Rochamp è nella provincia di Belfort in Francia, all’incirca a 250 chilometri da Ginevra).

A chi, invece, volesse fare più gite dedicate a Le Courbusier, sempre in Svizzera segnaliamo la Maison de l’homme Pavillon d’Exposition ZHLC a Zurigo, edificato nel 1963 come casa di Madame Heidi Weber e diventato in seguito un museo d’arte e un luogo per seminari e convegni.

Quest’anno la città di Chaux de Fonds ha in programma una serie di manifestazioni per ricordare la sua figura. La città ospita una delle sue prime opere: La Maison Blanche, da lui realizzata per i suoi genitori e ora considerata monumento storico del Cantone di Neuchatel. Durante le manifestazioni sarà possibile visitarla, anche perché vi si  terranno esposizioni, visite guidate, proiezioni sul grande architetto. Il Musée des Beaux arts dei Chaux de Fonds organizza per l’occasione una mostra dal titolo Le Courbusier et la Photographie (30 settembre-13 gennaio). Il 6 ottobre, giorno della nascita di Le Courbusier, saranno proiettate delle immagini e dei video sulle facciate dei palazzi della città. Per consultare il programma completo, cliccate  www.lecourbusier2012.ch

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… il 9 maggio prossimo sarà la Festa dell’Europa, infatti proprio il 9 maggio 1950, Robert Schuman presentava la proposta, nota come “dichiarazione Schuman”,  di creare un’Europa organizzata.

Oggi, che l’idea di Europa si è decisamente appannata, questa giornata dovrebbe avere una maggiore eco per ribadire e sottolineare quei valori di pace e di solidarietà che i paesi che fanno parte dell’Unione europea hanno deciso di condividere e conservare.

In ogni paese della comunità europea si festeggerà in modi diversi. A Roma dal 3 al 19 maggio si tiene il Festival dell’Europa, evento ricco di appuntamenti musicali e culturali, nell’ambito del quale l’8 maggio Il Maestro Uto Ughi terrà un concerto nella Piazza del Campidoglio, inoltre per il 19 maggio è prevista la Notte bianca dei Musei d’Europa… peccato non esserci!

Francesca woodman: artista per poco ma per sempre

Ancora una storia di donna: un’artista, fotografa americana.

Nata nel 1958 morta nel 1981.

Nel panorama dell’arte ci sono artisti che vengono cancellati facilmente dalla memoria, anche se in vita hanno avuto molto successo. Ma vi sono anche figure, magari meno appariscenti, che tuttavia non si riescono più a cancellare e che assumono nel tempo, senza sapere come questo accada, il ruolo di fonte di ispirazione per tanti altri artisti. Questo è il caso di Francesca Woodman, la cui opera è oggi al centro di una bellissima mostra al  Guggenheim di New York organizzata dal  San Francisco Museum of Modern Art.

Francesca Woodman era già una fotografa a tredici anni. Era così precoce che quando entrò, nel 1975, alla Rhode Island School of Design era già un’artista indipendente e consapevole della propria ricerca. Tutte le sue foto  si riassumono in nove anni di lavoro, dopodiché muore suicida. Tutto il suo percorso è, come ha scritto Corey Keller nel catalogo della mostra, “Haunting and intimate, direct and visceral” ossia “Appassionato e intimo, diretto e viscerale”.

Le sue fotografie sono per la maggior parte il suo autoritratto: ci sono pochissimi scatti dove appaiono figure maschili. Il suo interesse è per la donna, per il suo corpo, molto spesso nudo, usato per leggere lo spazio della foto attraverso il suo movimento. Per molto tempo è stato messo in risalto il suo ruolo di femminista e questo aspetto certamente l’ha resa ancor più famosa.

Gli sfondi scelti per il corpo sono spesso muri vecchi e scalcinati;  molte volte il corpo non appare nella sua interezza ma è presente solo come frammento dentro lo spazio o sotto forma di ombra, come un apparizione.

Francesca Woodman cresce in una casa di artisti. E’ figlia della famosa ceramista Betty Woodman e del pittore George Woodman e da essi trae e respira la disciplina e il lavoro dell’arte. La cosa che risalta dalla sua biografia è il rapporto che l’artista e la famiglia hanno sempre avuto con l’Italia, un vero amore che convincerà più tardi i suoi genitori ad  acquistare una casa all’Antella (provincia di Firenze), dove si sono ritirati a vivere e a lavorare.

Una bella mostra un bel catalogo da non perdere:  Retrospective of Francesca Woodman on view at th Guggenheim in Spring 2012. (16 marzo-13 giugno).

Arte contemporanea in Italia siamo al capolinea?

In questi giorni mi sono trovata a seguire un filone di notizie che mi ha molto turbata e che mi ha indotto a chiedermi  se rimarrà qualcosa di ciò che da sempre sembra essere una delle componenti importanti della nostra società: i musei e il loro rapporto con la vita culturale.

Mentre sulla  prima pagina del Giornale dell’Arte leggevo che va al Brasile – e più precisamente al  Centro Cultural Banco do Brasil, di Rio de Janeiro – il titolo di museo più visitato al mondo (battendo così i musei d’Europa e d’America), sui quotidiani italiani, trovava spazio (se non risonanza) la notizia che l’Italia si prepara a mollare al proprio destino alcuni dei suoi principali musei d’arte contemporanea: il MAXXI di Roma è ormai sull’orlo del commissariamento e il Madre di Napoli ha già chiuso al pubblico un piano del palazzo.

Cosa sta accadendo? Non ci sono più soldi, certo: siamo in piena crisi  e questo non era stato previsto. Ma mi domando: chi aveva fatto i conti delle spese di funzionamento di questi musei? Come aveva pensato di gestirli? Qualcuno ha sbagliato quando si pensava alla governance di queste istituzioni, oppure non ci ha pensato affatto?

Niente di peggio che ingannarci con grandi progetti culturali e poi lasciare che tutto decada, per abbandonare il campo. Tutto questo è lì a denunciare ancora una volta la nostra debolezza, e si presenta come una ulteriore sconfitta che ci allontana dal mondo delle idee e della crescita culturale internazionale .

E allora mi viene di pensare all’artista Antonio Manfredi che, in qualità di direttore del museo, cerca vendetta per tutto questo abbandono. Da quando ha capito che non riesce più a tenere aperto il suo centro per le arti contemporanee, ha reagito come un’artista infuriato: d’accordo con tutti gli altri artisti presenti in collezione (più di mille da tutto il mondo), ha cominciato a bruciare le opere del suo museo.  Un atto estremo che non lascia possibilità di tornare indietro e  annulla tutto il lavoro portato avanti dal 2005.  Molti direttori e intellettuali seri si sono accinti quasi a sorridere e hanno detto che in fondo il  Cam non è mai stato propriamente un museo, ma solo il risultato delle azioni di un’artista. Questa scarsa sensibilità e questo superficiale istinto superiorità non fanno loro onore: io credo che questo artista si meriti più rispetto e attenzione, non fosse altro per la passione con cui ha condotto in questi anni il centro, nel tentativo di contribuire all’interazione del pubblico con gli artisti contemporanei.  Ma anche questo oramai sembra niente e mi domando: tutto ciò ha ancora un valore?

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Ci è piaciuta molto l’iniziativa  che si chiama Nonnet: orti urbani digitali che si tiene in Campania. Voluta e sostenuta da Legambiente e Mondo digitale, il progetto prevede  uno scambio alla pari intergenerazionale. In poche parole, dal 2010 mentre i cittadini pensionati di Succivo e di Eboli, insegnano agli studenti campani la coltivazione biologica i ragazzi a loro volta  sono i loro tutor  per l’alfabetizzazione digitale.  E’ un baratto, gli anziani insegnano a zappare e a curare la terra i giovani insegnano loro ad esplorare la rete internet.

L’iniziativa coinvolge per ora oltre 60 orti e a noi è piaciuta moltissimo perchè ci sembra  un esempio semplice di volontariato dove si unisce la tradizione e l’innovazione e si apre una strada alla coesione sociale.

Melomani è il vostro momento!

Il barone Scarpia nella Tosca, Gerdier in Andrea Chenier, Jago in Otello, solo per citarne alcuni, sono tutti personaggi corruschi e infidi. Cosa hanno in comune oltre a questa cattiveria che li porta a macchinare le più terribili cose contro i protagonisti ignari? Ma naturalmente la voce: in genere infatti gli interpreti devono essere bassi o baritoni, coloro cioè che hanno i timbri vocali più profondi.

Per introdurre l’argomento posso dirvi che l’opera alla quale siamo più abituati, quella ottocentesca, ci ha educato a un certo stereotipo a proposito dei personaggi.

In genere al soprano, la voce femminile più acuta, viene affidata la parte della protagonista che incarna la ragazza innamorata. Soprani sono le voci liriche femminili più conosciute dalla Callas alla Caballé, passando per la Tebaldi solo per parlare delle grandi nella storia. A questa voce femminile fa da contraltare la voce più acuta maschile: il tenore, che è la voce che incarna il protagonista innamorato o l’eroe (su tutti il nostro Pavarotti). Accanto a loro il contralto o mezzosoprano che dà la voce alla rivale femminile della protagonista e i baritoni o i bassi che impersonano i “cattivi” che insidiano l’amore dei protagonisti.

Insomma vale la semplificazione utilizzata da Bernard Show quando affermava che “l’opera lirica è quella rappresentazione in cui il tenore cerca di portarsi a letto il soprano, ma c’è sempre un baritono che glielo vuole impedire”.

Ma non è così semplice, se questa generalizzazione può essere applicata all’opera ottocentesca, non è così per tutta una serie di altre opere dalla Carmen di Bizet al più antico Julius Cesar di Hendel.

Amanti dell’opera dunque attenzione! Una serie di conferenze, che trovo meravigliosa, sta per essere varata a Ginevra dal Grand Théâtre de Geneve in collaborazione con l’Association genevoise des Amis de l’Opéra et du Ballet, presso il Foyer du Grand Théâtre.

È un ciclo di quattro lezioni-conferenza sulle voci nell’opera. Questo ciclo è dedicato alle voci maschili.

Ed è questo ciò che le conferenze del Gran Théâtre vogliono scoprire attraverso l’ascolto e l’esame dei diversi personaggi maschili. L’intento è dunque quello di “definire i registri vocali ed esaminare le possibili corrispondenze con le funzioni drammatiche, l’età e il sesso. Tentare una catalogazione e una classificazione delle voci nell’opera in rapporto alla storia che viene raccontata e alla Storia che la racconta”. Potrebbe essere divertente no?

Onore a chi ha coraggio

C’è un uomo in Italia, a Lamezia Terme,  che dà molta noia alla ‘ndrangheta. Per questo è da tempo che lo intimidiscono, sperando forse che possa cedere e lasciare la città per tornarsene a Brescia, da dove è arrivato nel 1976.  Certo, perché Don Giacomo Panizza è un immigrato al contrario: è andato dal Nord al Sud e ha dedicato la vita a stimolare le coscienze, in Calabria, con ininziative contro la mafia.

Attualmente ha preso in gestione un immobile confiscato alla ‘ndrangheta, o meglio alla famiglia Torcasio, nel quartiere Capizzaglie, in cui conduce le attività della comunità “progetto Sud”. In quell’immobile la comunità dà assistenza a disabili,  minori ed immigrati.

Nei giorni di Pasqua ho potuto parlare, per caso, con una ragazza che lo ha conosciuto direttamente e che ha visitato la sua comunità. Lei mi ha spiegato che questo palazzo si trova vicino ad altri tre palazzi, ancora in mano alla famiglia Torcasio. Quando è stata là  è rimasta sconvolta dagli attacchi quotidiani che Panizza subisce nel quartiere. Il suo nome, pochi giorni fa, è tornato alla ribalta sui nostri giornali perchè gli hanno sparato dei colpi di pistola, prendendo di mira la porte del palazzo.

Quel palazzo, che nessuno aveva avuto il coraggio di prendere in gestione, come ha spiegato bene il corriere della sera (11 aprile, cronache p.26), nemmeno i vigili urbani, né molti enti publici (nonostante la precarietà della loro attuale collocazione), è situtato in un quartiere troppo pericoloso. La mia amica mi raccontava della forza e della serenità di quest’uomo, che ha dedicato la sua esistenza a non piegarsi alle prepotenze, che predica da sempre contro l’omertà e che, con la sua vita, dimostra che ci si puo immaginare un modo diverso di vivere il Sud.

C’è un uomo in Italia che dà molta noia alla ‘ndrangheta e noi non vogliamo dimenticarlo.

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Ci è piaciuta la scelta del Politecnico di Milano che, dal 2014, terrà i corsi dei bienni specilistici e dei dottorati in inglese.

Siamo d’accordo con il rettore Giovanni Azzone quando afferma che i nostri giovani  devono avere  “oltre alle competenze scientifiche anche un’apertura culturale internazionale”. Perchè –come dice Azzone- “un ragazzo che si affaccia al mondo del lavoro deve abituarsi a lavorare in contesti internazionali. E poi in questo modo si possono attrarre anche studenti stranieri , un valore aggiunto per il nostro paese”.

Quante mogli quanti mariti?

Chissà se è capitato anche a voi di giocare ad un vecchio gioco che si faceva in Toscana dal titolo Quante mogli quanti mariti?. Un gioco “bischero” come viene definito dai due autori del libro Si giocava a schioppapalle, Vittorio Innocenti e Tiziana Vivarelli (ed. Polistampa).

Bischero,  per noi vuol dire un po’ grullo e la parola, tutta toscana,  si associa alla famiglia fiorentina dei Bischeri, che durante la progettazione di Santa Maria del Fiore si rifiutarono di vendere al Comune , ad un prezzo molto buono, l’area su cui sorgevano le sue case per poi svenderle successivamente quando vennero bruciate da un incendio.

Il gioco, che appunto ho ritrovato in questo curioso libro di giochi e giocattoli della tradizione, si faceva in primavera nei prati, dove si raccoglievano dei fili d’erba particolari che avevano spighe sottili e si usavano per tirarle addosso ai compagni. Le spighe rimaste attaccate ai vestiti del portatore avrebbero rivelato il numero delle moglie e dei mariti (a secondo se era un bambino o una bambina) che sarebbero toccati da grandi.

Anche io ho sorriso quando ho ritrovato quel gioco nel libro e mi sono ricordata quante volte l’ho fatto e quanta attenzione mettevo al numero che usciva!