Tutte le streghe sono donne: è un fatto

“Tutte le streghe sono donne: è un fatto (…)  le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque” scriveva Roald Dahl nel primo capitolo del suo divertente libro Le streghe scritto nel 1987.

Castello di Chillon, Montreaux

È vero, è un fatto ed è sempre stato così. Volete sapete perché? Perché per secoli siamo state considerate solo un terreno di conquista o una preda di guerra.  Niente recriminazioni,  ma oggi 8 MARZO è il momento giusto per ricordare, partendo magari dalla considerazione che l’ignoranza, la superstizione e le tradizioni sono state per lungo tempo la causa di tante vessazioni e feroci errori.

Un ricordo spolverato potrebbe essere l’occasione per visitare la mostra che si tiene al Castello di Chillon sul lago Lemano dal titolo La Chasse aux sorciéres dans le Pays de Vaud (XV-XVII sec.).

Una mostra originale e insolita che consigliamo.

Qui infatti potrete vedere tanti documenti, immagini e  oggetti utilizzati per perseguitare tanta povera gente accusata di stregoneria, e scoprire anche che lo stesso castello fu utilizzato come prigione per  quelle stesse persone, mentre erano in attesa di giudizio. Dalla mostra risulta che nel Canton Vaud ci sia stata, tra il XV e il XVII secolo, una spietata caccia alle streghe: sembra che la

Svizzera abbia avuto il trise primato della più lunga e duratura persecuzione con il maggior numero di persone incriminate e giustiziate in rapporto al numero degli abitanti. Per dare un’idea più precisa dello sciagurato (e inumano) fenomeno, basti pensare che, tra il 1595 e il 1601, circa 40 persone vennero ammazzate a Chillon perché accusate di stregonerie: di esse ben 35 erano donne…

Una volta vista la mostra, che lascia di stucco per la feroce volontà persecutoria che animava autorità civili e religiose assieme (i curatori lasciano intendere che nei paesi ove solo – o prevalentemente – le autorità religiose si dedicarono a questo orrore, il numero dei casi di persone giustiziate, in rapporto alla popolazione, fu minore), ci si può dedicare al castello, che è sempre bello e capace di suscitare interesse e curiosità anche nei visitatori più giovani. Vi troverete anche un nuovo percorso interattivo molto vario e interessante  che va dalle audio guida, ai video ed alcune sorprese espositive che non mancheranno di suscitare il vostro divertimento.

Ad accogliervi nel primo cortile troverete anche un’opera contemporanea: un omaggio ai tanti morti perseguitati dall’infamia della caccia alle streghe. L’opera è composta da tanti rami con attaccate targhe che recano i nomi delle persone morte bruciate: soprattutto donne, come dicevamo, ma anche uomini e bambini.

E allora per finire TANTI AUGURI donne e OCCHI APERTI affinchè la caccia non venga mai riaperta!

di pancia, di cuore… da ridere

Brava Chiara Pelossi, brava perché il tuo libro di pancia,di cuore…da ridere (autorinediti)  mi ha svagato e, cosa sempre più difficile, almeno per me, mi ha fatto ridere.

Lo consiglierei a chi volesse trascorrere un paio di ore rilassanti.  Alla fine della storia ti sei divertita:  è un po’ come quando siamo andate a vedere il diario di Bridget Johnes al cinema e abbiamo pensato: ecco, era proprio quello che mi ci voleva stasera per andare a letto tranquilla. Attenzione però: se, al contrario, quel genere di umorismo non fa per voi, allora lasciate perdere perché Lina, la nostra protagonista, assomiglia molto alla sventurata Bridget. Nel mio caso, confesso di provare sempre una certa simpatia per le donne che sanno ridere di se stesse e che mettono in conto, senza preoccuparsene più di tanto, di fare anche delle figuracce.

Chiara Pelossi, autrice ticinese esordiente, si presenta nel libro come scrittrice per passione e divertimento. Chi volesse saperne di più può guardare il suo sito www.chiarapelossi.com

Un’altra cosa che mi ha colpito infine è che parte del ricavato della vendita del libro sarà devoluto all’Associazione Alessia, di Vernate (Svizzera), che si occupa di dare sostegno ai bambini malati e alle loro famiglie.

E allora Chiara continua così, perchè questo è un bel modo di coltivare una passione.

Fotomuseum: dove la fotografia è arte e documento

A venti minuti di auto da Zurigo si trova la cittadina di Winterthur, la sesta in ordine di grandezza in Svizzera. Winterthur ha conosciuto un rapido sviluppo economico nel XIX secolo grazie alle fabbriche di motori, locomotive e alle industrie tessili. Questa ricchezza diffusa ha prodotto mecenati che hanno dato un incredibile impulso alla vita culturale della città.

Ma non è della città che vogliamo parlare, quanto di un suo museo che dalla sua istituzione, nel 1993, a oggi ha acquisito fama mondiale e che da solo varrebbe una visita al Canton Zurigo.

Si tratta del Fotomuseum, il Museo di fotografia, che con l’invidiabile media di sei/otto mostre l’anno ha acquistato grande prestigio nel panorama mondiale dei musei fotografici, guadagnandosi una posizione fra i 10 migliori musei di questo tipo nel mondo e divenendo il primo assoluto in Europa.

Catalogo della mostra su Diane Arbus
Catalogo della mostra su Diane Arbus

Nel museo si guarda alla fotografia “come arte ma anche come documento”. Alla base del programma espositivo stanno tre orientamenti fondamentali: il primo è il concetto di galleria d’arte per i fotografi e gli artisti contemporanei, il secondo il concetto di museo tradizionale che raccoglie le opere di maestri del XIX e XX secolo; il terzo è il concetto di museo storico/culturale e sociologico della fotografia come tecnica applicata ai più differenti campi, dall’architettura alla moda, all’industria.

Dal 3 marzo al 28 maggio di quest’anno il Fotomuseum dedica una mostra a Diane Arbus. «Questa mostra di duecento fotografie offre l’opportunità di esplorare le origini, la portata e le aspirazioni di una forza del tutto originale nel campo della fotografia. Essa comprende tutte le fotografie «icona» dell’artista così come molte altre che non sono mai state esposte al pubblico, fra esse anche i primi esempi del lavoro della Arbus, che dimostrano già la sua caratteristica sensibilità».

31 marzo: è l’ora della terra, spengi la luce

Torni a casa e trovi le luci accese senza nessuno, a volte pensi che tuo figlio annegherà sotto la doccia aperta ormai da più di mezz’ora e senti, dentro di te, che non si possono comprare, ogni anno,  tutte le nuove tecnologie che il mercato ci propone. Vorresti però saper spiegare al meglio perché non si può. Nel farlo, cerchi di non cadere nelle solite banalità, ma devi ammettere che anche tu che non sai molto e allora, per non arrenderti, puoi affidarti a chi  è più esperto di te e da tempo organizza, promuove e fa conoscere temi quali, l’energia,l’ambiente, la sicurezza alimentare, la protezione sociale.

Consapevoli di dover andare a traino di chi ne sa di più, come italianintransito abbiamo deciso di aderire all’evento L’ora della terra, organizzato dal WWF, il 31 marzo. In quella occasione, il mondo proverà a spengersi per un’ora, e così faremo anche noi. Un gesto simbolico lo so ma che vuole affermare la volontà di lottare contro i cambiamenti climatici e aderire alla strada della sostenibilità. Quindi, chi fosse interessato può aderire all’iniziativa e leggere tutto su wwf/oradellaterra/index.aspx

E poi sempre in tema con la Terra e la sua salvaguardia ci piaceva evidenziare che da noi in Svizzera molto presto partirà la VII Edizione del Festival du film vert un festival che si terrà in molte città tra cui anche Losanna, Nyon e Ginevra e per la prima volta anche in Francia a Ferney-Voltaire. Il festival nasce per presentare al pubblico una selezione di film che trattano la questione legata all’ambiente, allo sviluppo sostenibile e ai rapporti Nord- Sud del mondo.  Tra tutti i film quello scelto per essere  presentato in tutte le sale della Svizzera e si intitola DIRT! (proiettato il 17 marzo a Nyon) una fiaba africana che è stata nominata per il Premio Tornesol du Documentaire Vert 2012. Chi volesse seguire i film del festival può comprare i biglietti on-line e trovare tutte le programmazioni sul sito www.festivaldufilmvert.ch

Ciao Lucio… e grazie!

Lucio Dalla si è spento ieri a Montreaux durante il suo tour in Svizzera, stroncato da un infarto.

L’aver preso congedo dal mondo in un modo così repentino e tragico, ci ha lasciati di stucco. Per un momento è come se si fosse spezzata una parte dei nostri legami con il passato.

Dalla è stato un pilastro della canzone d’autore, ha attraversato con i suoi testi e la sua musica quasi 50 anni di storia italiana. Come tutti i grandi è passato attraverso fasi differenti e si è valso della collaborazione di nomi famosi: uno su tutti Francesco De Gregori.

Lucio Dalla è stato un curioso, ha esplorato tanti campi musicali e le arti in genere come dimostrano le sue frequentazioni  e le sue amicizie con grandi artisti, poeti, intellettuali e scrittori italiani quali Michelangelo Pistoletto, Aldo Mondino, Andrea Pazienza, Pier Vittorio Tondelli, Giacomo Campiotti,  Mimmo Paladino, Enrico Palandri, Enzo Cucchi, Gian Ruggero Manzoni,  Luigi Ghirri, Luigi Oldani.

Forse i più giovani non sono altrettanto colpiti quanto noi da questa perdita, e per noi intendo quelli della generazione dei telefoni a gettoni, del mangiadischi e della Vespa PK. Per noi  Dalla è stato un mito. Ci ha accompagnato nelle contestazioni al liceo e con il suo cappellino di lana in qualche modo ha incarnato chi si voleva ribellare al «sistema».

Negli ultimi anni si era in effetti un po’ perduto in questo sistema, ma la sua musica non ha mai tradito i suoi fan.

Lo vogliamo ricordare così, alla Amarcord, riesumando un suo pezzo che non tutti ricordano ma che ci ha aiutati, noi bambini degli anni settanta, a conoscerlo e ad apprezzarlo.

Un passaporto per le arti: libera circolazione alle idee

La Gioconda, particolare del dipinto, Leonardo da Vinci, circa 1503-1507

Leonardo nel 1516 lascia l’Italia per la Francia per andare a lavorare alla corte di Francesco I, con se porta alcuni dipinti tra cui La gioconda che, dopo la sua morte (1519), entra ufficialmente nelle collezioni del re di Francia. Il dipinto riscuote da subito amplissima attenzione e, nel corso dei  secoli, diventa forse l’opera d’arte più famosa del mondo.

E’ giusto fermare gli artisti alle frontiere? Possiamo impedir loro di muoversi liberamente? Cosa tolgono le frontiere al mondo?  “ Ringrazio il destino per avermi condotto sulle rive del Mediteraneo” diceva Marc Chagall, nel 1950, quando si stabiliva definitivamente a Vence in Costa Azzurra. Lo stesso stupore felice doveva aver provato Picasso che, sempre in quegli anni, scopriva la passione per la ceramica, lavorando a Valluris. E cosa pensare delle migrazione di artisti europei in America, tra le due guerre? Saranno loro a produrre la base per l’arte americana del dopoguerra. Tra gli artisti viaggiatori penso all’artista Alighiero Boetti che, nei primi anni Settanta, si recò più volte in Afghanistan creando le famose Mappe di cui qui sotto vedete un’immagine.

Alighiero Boetti, Mappe,1972-73

Il desiderio di muoversi degli artisti sembra aver suscitato anche l’interesse della Tate Britain, che ha inaugurato da poco a Londra la mostra  Migrations: Journeys into British Art. In questa esposizione si è tentato di coprire l’arte a partire dai secoli XVI-XVII, per giungere sino ai nostri giorni, tracciando una mappa di tutti quegli artisti non inglesi che hanno risieduto in Inghilterra e hanno contribuito alla scena artistica del paese. La mostra parte da Van Dyck, passando per l’arte di Whisler, e poi di Mondrian, per arrivare ad artisti contemporanei come la belga Francis Alys che, lasciata  l’Inghilterra, attualmente vive e lavora a Messico City.

The Iron Lady: mi fa “pensare” doppio

Per me il film poteva essere intitolato: The two Iron Ladies. Infatti, appena uscita dal cinema, non riuscivo a pensare in un’unica direzione: ero affascinata dalla forza e dalla determinazione della donna Margaret Thatcher e, nello stesso tempo, sentivo ancora una volta la forza e la grande personalità dell’attrice  Meryl  Streep. Questa duplice sensazione mi ha accompagnato per un bel po’ dopo il film. E ora, che sono ben contenta che Meryl Streep abbia vinto il suo Oscar come miglior  interprete femminile, lascio da parte l’attrice per tornare al personaggio Thatcher. La forza e la durezza di questa donna hanno un qualcosa per me di familiare, spesso ho trovato la stessa caratteristica in tante persone della sua generazione. A lei posso inoltre attribuire una rara  intelligenza, che le ha permesso di arrivare ai posti di comando, dove le donne devono dimostrare, ancora una volta, il doppio delle loro capacità. Mi ha spiazzato la rappresentazione del doloroso e distaccato rapporto che la donna Thatcher ha con la figlia. L’incertezza di quest’ultima, infatti, stride con la voglia di vincere della madre e così, mentre l’una accetta ogni difficoltà come una nuova sfida, l’altra sembra non aver ancora trovato il suo spazio nella vita.

Il film non aiuta a comprendere il periodo storico in cui operò, da primo ministro, Margaret Thatcher. Vi sono vaghi accenni alle grandi battaglie sociali che agitarono l’Inghilterra di quegli anni, ma niente si dice del ruolo internazionale della signora come alfiere del cosiddetto neoliberismo (assieme a Ronald Reagan, che ne fu il massimo esponente politico). Solo menzioni di sfuggita alla caduta del muro di Berlino, agli incontri coi grandi di allora. Si percepisce il suo antieuropeismo, ma non si spiega nemmeno quello. Solo l’inutile guerra delle Falkland riceve ampia attenzione, ma anche qui solo per sottolineare che era davvero una dama di ferro.

Il film è godibilissimo, con una grandissima prova di Meryl Streep, che si dimostra di nuovo la grande regina del cinema del nostro tempo.

Uno scatto dietro la tenda: Derriére le rideau,Musée de l’Elysée,Losanna

A chi non è capitato di farsi una foto tessera in una di quelle macchinette che si trovano nelle stazioni, o vicino ai centri commerciali e non ha provato un po’ di emozione chiudendo la tendina, aggiustandosi per l’ultima volta i capelli e mettendosi in posa? Pochi minuti, quattro scatti e la foto è pronta.

Ricordo addirittura un’amica che si fermava per farsi  una foto tessera-ricordo con il figlio, in qualsiasi posto visitasse.

Indimenticabile poi il film Il mondo di Amelie dove si scopre che il ragazzo innamorato della protagonista è un collezionista di foto tessera abbandonate nei pressi delle macchinette. Quel film ha influenzato più di un collezionista e se non mi credete andate a visitare l’interessante mostra che si è aperta da pochi giorni a Losanna al Museo dell’Elysée dal titolo Derriere le rideau, l’Estetique Photomaton des surréalistes a Cindy Sherman en passant par Andy Warhol (17 febbraio-20 maggio). Una mostra che racconta della fortuna delle foto tessera, nata con l’installazione delle prime macchinette  alla fine del 1920. In mostra le foto sono state usate come strumento artistico e come oggetto da collezione. Vi si trovano le foto tessera da cui Andy Wharhol  ha realizzato i suoi quadri, oppure le tracce dell’interesse suscitato da questa tecnica fotografica nei surrealisti.  In mostra troverete anche opere di artisti più recenti come la piccola raccolta a mazzetti dove sono ritagliati i volti di Anne Deleporte. C’è anche la storia dell’ installazione Esposizione in tempo reale dell’artista italiano Franco Vaccari. L’opera, presentata alla Biennale di Venezia del 1972, consisteva in una di quelle quelle macchinette per foto tessera collocate nella stanza. Gli spettatori erano invitati a farsi la foto e a lasciarla sulle pareti della stanza, come prova della performance così realizzata. In mostra a Losanna ci sono alcune di quelle foto fatte durante la Biennale e la suggestione di quei volti è potente e ti riporta indietro all’atmosfera di quegli anni.

Gillian Wearing, Self Portrait at 17 Years Old, 2003

Una foto tessera nasce per un’utilità: è lo strumento che indica la nostra identità e ci serve per qualunque attestato di riconoscimento. E di questo aspetto la mostra non si dimentica e ci lancia tre domande a cui riflettere: Chi sono io? Ovvero la macchina mi dà un’opportunità per mostrarmi; Chi sei tu? La fototessera mi permette di identificare l’altro e guardarlo;  Chi siamo noi? Ci permette di pensarci come gruppo, più ritratti e dunque rappresenta un’identità sociale.

Nella mostra infine non manca il riferimento al cinema e se avete tempo potete vedere varie scene tratte  da film famosi, con la nostra macchinetta in primo piano.

 

Les salles d’attente en Europe

Les salles d’attende de l’Europe foto di Malika Gaudin Delrieu

Le sale d’attesa per l’Europa è il titolo della mostra fotografica di Malika Gaudin Delrieu allestita presso la Galerie Focale di Nyon aperta fino all’11 marzo prossimo.

Le sale d’attesa sono, per la giovane artista francese, i luoghi in cui risiedono i rifugiati in attesa di ottenere il permesso di soggiorno nel paese in cui sono approdati.  In due anni di lavoro la fotografa ha esplorato questa realtà a Malta, Ceuta e in Grecia.

La scelta fatta dalla fotografa non è quella di offrire una visione generale della vita di questi persone che richiedono asilo. La mostra, infatti, non è un reportage giornalistico, ma è piuttosto il tentativo   di fermare l’atmosfera di sospensione e abbandono in cui vivono queste persone in transito.

Il viaggio iniziato per andare incontro alla libertà e a migliori condizioni di vita si è bloccato, si è  arenato, costringendo queste persone a una sospesa immobilità che li rende prigionieri di un luogo senza speranza, senza nessun tipo di calore umano o accoglienza. Il filo spinato fotografato come un decoro verso il cielo, le sbarre, le reti e i muri sono gli arredi di quelle sale d’attesa.  Sono anche i  confini delle loro esistenze: separano da un mondo esterno che non vuole vedere questo fenomeno dell’immigrazione dai paesi in via di sviluppo, racchiudono un terreno fertile per la frustrazione, l’angoscia e tanta rabbia .

La galleria Focale è una piccola galleria e libreria specializzata in fotografia. Chi volesse visitarla sappia che ha anche una piccola libreria ben fornita

Una strada per l’Italia in crisi

Chi è fortunato lo ha conosciuto di persona e lo ha sentito parlare: Don Luigi Ciotti.  Fondatore, nel 1965, a Torino, del Gruppo Abele, nato per lavorare con i giovani o con gli adulti che hanno problemi di droga, prostituzione o AIDS.

Quando Ciotti parla è diretto, semplice, senza retorica. Le sue parole arrivano  dritto al cuore toccando temi complessi come la legalità, la solidarietà e le diseguaglianze. La sua testimonianza è concreta e fondata su una fede costruita sui fatti.

Tra le mille cose fatte per l’Italia, nel 1995 ha fondato Libera (www.libera.it), un’associazione che si è presa il compito coinvolgere la società civile nella lotta alle mafie. Libera è conosciuta perché, tra le tante altre cose che fa, riqualifica  i terreni confiscati alla mafia attraverso il lavoro dei giovani, uniti in cooperative. Si può lavorare sulle terre affidate a Libera anche come volontari, ricevendo così un’occasione di impegno civile più unica che rara.

Se non lo conoscete, potete avvicinarvi a lui leggendo il suo libro – edito dalla Giunti assieme alle edizioni del gruppo Abele – dal titolo La speranza non è in vendita. Il suo rigore, unito alla  scelta netta e senza timore di stare sempre dalla parte della giustizia, ci indicano quella che oggi è l’unica strada  di speranza per il nostro paese. Come recitava il motto di Giorgio La Pira (un politico italiano di non moltissimi anni fa), ripreso dalla lettera ai Romani di Paolo di Tarso, spes contra spem: la speranza anche quando apparentemente non c’è speranza.

Questo è Don Ciotti, un uomo che ci fa vedere un futuro diverso.