Il giorno dopo il 1 Maggio: pensieri

scena dal film, 12 anni schiavo di Steve Mc Queen
scena dal film, 12 anni schiavo di Steve Mc Queen

Tutti gli uomini (oggi diremmo gli uomini e le donne) sono creati eguali. Le belle parole scritte da Thomas Jefferson nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Le parole che lo hanno fatto passare alla storia come colui che, con un tratto di penna, cambiò il giudizio di Aristotele sul fatto che certi essere umani nascono per comandare e altri solo per servire. No: tutti nascono eguali. Parole altissime. Eppure Jefferson aveva degli schiavi nella propria piantagione, a Monticello (proprio Monticello, si chiamava, dal momento che Jefferson amava l’Italia). E nemmeno pochi: ne aveva svariate decine. L’azienda di famiglia andava avanti per mezzo degli schiavi.

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scena dal film, 12 anno schiavo di Steve Mc Queen

Il motivo era che la schiavitù, oltre che centrata sulle schifose e demenziali concezioni razziste che purtroppo sembrano non scomparire mai in questo mondo, si basava sullo sfruttamento della manodopera a costo zero. Lo stesso Jefferson in una lettera scrisse che ogni volta che nasceva un nuovo schiavo nella piantagione i suoi profitti tendevano ad aumentare.

Bangladesh, crollo palazzo
Bangladesh, crollo palazzo, aprile 2013

Sfruttamento: l’altra faccia della schiavitù. Come lo sfruttamento,  selvaggio che si compiva un anno fa nel Rana Plaza, in Bangladesh, dove più di mille persone – al lavoro per un salario da fame – sono morte perché le più elementari norme di sicurezza venivano costantemente ignorate.

La schiavitù e lo sfruttamento non muoiono mai: cambiano, si trasformano, ma sopravvivono nei meccanismi legati all’avidità, alla volontà di massimizzare il profitto a scapito di tutto e tutti. Abbiamo ancora tanta strada da fare per poter affermare con sicurezza che, nei fatti, in pratica, nasciamo tutti eguali.

 

L’arte non inganna la pubblicità si

Eduardo Paolozzi, I was a Rich Man's Plaything,1947
Eduardo Paolozzi, I was a Rich Man’s Plaything,1947

Vi ricordate alcune immagini monumentali dove  bambini di tutti i paesi sorridevano e ci facevano le linguacce? O quelle con tanti ragazzetti in magliette colorate che ci aprivano il cuore per la loro allegria? il messaggio arrivava diretto: quella marca sapeva di giovane, di buono e di superamento di tutte le barriere culturali. Con quella marca ti vestivi convinto di essere in un mondo migliore. In fondo non sono passate molte generazioni, da quando la moda ha cominciato a farci credere che dietro al logo ci sia anche un certo tipo di approccio alla vita. Mia figlia di 14 anni mi dice: quest’anno voglio cercare la mia personalità e per cominciare mi concentrerò su un look diverso. Io penso che personalità e look ormai vadano assieme e che il vestito sia divenuto il biglietto da visita che mi inquadra.

Se così è, allora è bene ricordare che il 24 aprile scorso, in Bangladesh, è crollato un palazzo fabbrica di otto piani, uccidendo più di mille lavoratori che stavano cucendo vestiti da immettere nel nostro mercato. Vestiti appartenenti anche ad alcuni di quei marchi che mi figlia indossa per cercare la sua personalità. E non è finita qui. Tra le ditte coinvolte in questa tragedia si sono trovate anche due aziende italiane: Benetton e Piazza Italia; così almeno hanno riportato diversi quotidiani. Ieri a Ginevra si è tentato di riunire tutte le aziende che avevano le proprie produzioni in quella fabbrica maledetta. Lo si è fatto sotto la supervisione dell’International Labour Organization e con la partecipazione del sindacato internazionale Industriall Global Union.  Ebbene, ho letto che proprio Benetton e Piazza Italia non c’erano all’incontro di Ginevra: non si sono presentati. Che brutto: così queste due aziende rischiano di farci perdere la faccia davanti al mondo.

Eppure me lo rivedo come fosse ora, quel gran cartellone nella periferia di Firenze: sovrastava tutti con le immagini di facce di bambini felici, italiani e indiani, cinesi e africani;  giovani di mezzo mondo che sorridevano fiduciosi per il futuro, perché quella marca lo prometteva da tempo che con lei il mondo sarebbe stato migliore.

Delusione. Penso che l’arte mi dica la verità, quando parla per immagini; mentre quando lo fa la pubblicità si tratta di immondizia. Adesso lo dico a mia figlia: la personalità offerta attraverso la moda e la pubblicità è da gettare.