Isole di sogno

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In cerca dell’isola che non c`é. Ulisse la trovò in Ogigia, ove la ninfa Calipso lo tenne legato a sé per otto anni. Io l’ho trovata alla National Gallery, guadando l’opera Weaving Magic di Chris  Ofili. Un progetto d’arte contemporanea che il visitatore si trova davanti mentre è immerso in un percorso museale fatto di capolavori del passato. Un grande arazzo che ha richiesto più di tre anni di lavorazione. L’opera si intitola The Caged Bird’s Song; leggo che il titolo riecheggia un ‘opera della scrittrice e attivista  Maya Angelou. L’arazzo è appeso in una larga stanza dalle pareti interamente dipinte dall’artista con figure di danzatrici e danzatori  .

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Chris Ofili, Weaving Magic

L’arazzo ha i colori del verde e dell’azzurro, assieme ai viola e ai gialli. Al centro spiccano due figure: una nell’atto di suonare uno strumento a corde, l’altra supina e intenta a bere da una cascata di acqua che scende dall’alto. E in effetti, tutto attorno sembra esservi niente altro che acqua e vegetazione. Acqua che quasi irrompe dal cielo e che definisce tutto il paesaggio circostante. Ai lati dell’arazzo, invece, sono due figure:  a destra un uomo con una gabbia in mano e a sinistra una figura orientale, che sembra guardare la scena da dietro una tenda vegetale.

Ofili è un artista inglese riconducibile al gruppo dei Young British Artist un gruppo di artisti che apparve alla fine  degli anni Ottanta.

L’opera è  davvero bella: i cartoni fatti con la tecnica dell’aquarello, da Ofili, sono stati tradotti perfettamente sull’arazzo dal Dovecot tapestry Studio  di Edimburgo. Cinque tessitori hanno trasposto alla perfettamente la lettera e lo spirito del suo lavoro.

L’atmosfera è surreale. Guardando gli schizzi preparatori mi venivano in mente alcune opere di Sebastian Matta o di Wilfredo Lam.

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Chris Ofili studi per Weaving Magic

La visione dell’arazzo regala un momento quasi magico. Mi domando però  perché, negli studi preparatori (anch’essi in mostra), Ofili

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Chris Ofili, studi per Weaving Magic

 abbia preso come fonte dell’acqua gli occhi piangenti del volto di Mario Balottelli, il controverso e discusso campione di calcio.

Joyce e Ulisse

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Molina, Genaro –– B581759856Z.1 LOS ANGELES, CA – DECEMBER 16, 2011–– The tattered cover of a first edition printing of James Joyce’s, “Ulysses. Photographed on December 16, 2011. (Genaro Molina/Los Angeles Times) ATT PRE–PRESS: PLEASE MAINTAIN WARMTH.

Settantacinque anni sono passati, il 13 gennaio, dalla morte di James Joyce.

Ricordare questo anniversario è solo un pretesto per parlare del capolavoro dello scrittore irlandese definito una pietra miliare della letteratura del XX secolo: Ulisse.

JoyceTesto difficile e impegnativo, paradigma delle correnti avanguardiste che percorrevano il mondo anglosassone all’inizio del secolo scorso, che si prefiggevano di rinnovare il linguaggio della letteratura per venire incontro al deciso cambiamento dei tempi, ai progressi in campo tecnologico, alle nuove sfide dell’umanità.

Pubblicato nel 1922 a Parigi, era stato iniziato dall’autore nel 1914, e a grandi linee racconta la storia di una giornata-odissea dublinese che il protagonista Leopold Bloom (Ulisse) vive insieme alla moglie Molly Bloom (Penelope) e Stephen Dedalus (Telemaco). Nelle intenzioni dell’autore il testo ricalcava l’Odissea e, come aveva fatto Omero, raccontava la storia dell’uomo nel mondo.

Difficile, difficile, non so in quanti sono riusciti a finirlo… personalmente non ce l’ho fatta! Fa parte di quella lista di libri che universalmente non si riescono a finire e che tutti o quasi fingono di aver letto (insieme a Moby Dick di Melville, 1984 di Orwell, Il Giovane Holden di Salinger, La coscienza di Zeno, Gomorra,  Il nome della rosa… questa sembra sia la classifica aggiornata!).

Eppure, eppure preso a piccole dosi, un po’ alla volta non è che si finisca, ma si accetta.

Il vocabolario ricercato, il flusso di coscienza, il modo cioè di presentare i pensieri del personaggio di un romanzo così come si affacciano nella sua mente, secondo una rete di libere associazioni mentali di idee, pensieri, immagini, ricordi difficili da decriptare, se non proprio intellegibile, diventa pian piano ipnotico.

Esemplare e consigliato è il monologo interiore di Molly Bloom, otto lunghi periodi senza punteggiatura, quaranta pagine di pensieri, rimandi, flash back in cui Molly si fa conoscere attraverso un soliloquio divenuto famoso.

Una delle tante resolutions per il 2016 è proprio quella di finire Ulisse… chissà se ci riuscirò…

Uomini o ciclopi?

Ho visto una meravigliosa trasposizione teatrale dell’odissea ad opera di Robert Wilson coprodotto con il Piccolo Teatro di Milano e il National Theatre of Greece.

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Si recitava in greco moderno con i sottotitoli in alto , su uno schermo ben visibile. Una parola risuonava in moltissime scene, dato che Odisseo gira disperato per terre lontane: si tratta di philoxenia, ossia ospitalità. Per i greci antichi e moderni il termine era lo stesso: deriva da due altre parole Phila (amicizia amore) e xenos (straniero). Ospitalità vuole e voleva dire offrire amicizia allo straniero. Per Omero, il mondo barbarico e bestiale dei Ciclopi si contrapponeva a quello civile e giusto degli esseri umani,dal  momento che questi ultimi ritenevano un dovere naturale e anche un grande onore offrire ospitalità al viandante. Tutta l’Odissea è permeata di questo concetto.

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Mai come oggi il tema dell’ospitalità ci pone davanti la scelta: essere ciclopi o persone civilizzate.

Poi penso alla storia del panettiere di Kos greco di oggi ( di cui abbiamo raccontato il 12 ottobre) , che si comporta esattamente come Penelope e Telemaco: se uno straniero arriva alla sua isola, lui gli offre il pane e ogni giorno lo fa per tantissime persone. Senza chiedersi perchè, si fa cosi e basta: questo è l’atteggiamento di chi discende da Odisseo.

Questo spettacolo non va perso sarà a Milano ancora fino al 31 ottobre.

Autori che maltrattano i personaggi

bridget-jones-mad-about-the-boyHelen Fielding, autrice del famosissimo Diario di Bridget Jones, sta per pubblicare, per l’esattezza il 10 di ottobre,  il seguito della storia della ex trentenne che, dopo diverse disavventure trova finalmente l’amore e corona il sogno della sua vita convolando a giuste nozze con il nobile Mark Darcy.

La trama del feuilleton, uscito agli inizi degli anni 2000, che ha fatto piangere e sorridere le trentenni singles di mezzo mondo, che si calavano nei panni della protagonista, era costruito sulla falsa riga di Orgoglio e pregiudizio (prima edizione 1813, peraltro inarrivabile!) e aveva reso famosa non solo l’autrice, ma anche gli interpreti (maschile Colin Firth e femminile Renée Zellweger) della successiva trasposizione per il grande schermo.

Le anticipazioni sul nuovo romanzo di questa eroina nazional-popolare (il titolo dovrebbe essere Mad about the boy) la vedono ormai vedova del bel Darcy e con due figli a carico (cosa che ha gettato nel panico molte fans del Regno Unito).

Ma mentre aspettiamo che il libro giunga in libreria per poterne parlare (o anche no!) possiamo fare una riflessione sul potere di vita e di morte che possiede l’autore sui personaggi usciti dalla sua penna, e su come essi vengono percepiti dal lettore a seconda del modo in cui si affronta il testo.

Sicuramente Helen Fielding per poter dare un seguito alle vicende di Bridget doveva strapazzare la sua protagonista. A chi infatti può interessare una storia di tranquillità e appagamento familiare? E così il marito viene fatto fuori. Avevamo appena tirato un sospiro do sollievo per lei ed eccola ripiombare nei problemi (ci sarà un nuovo lieto fine?).

Ma quanti autori nel corso dei secoli hanno maltrattato i protagonisti infliggendo loro pene d’amore, sconvolgimenti economici, tragedie familiari e quant’altro solo per poter avere un lieto fine d’effetto o per poter dare, con la sorte miserevole loro destinata, insegnamenti morali o civili? Non si contano naturalmente.

Alcuni di questi personaggi sono entrati nel mito: Penelope e la sua fedeltà di sposa di Ulisse, costretta a tessere una noiosissima tela invece di spassarsela con i Proci; i due sfigatissimi Promessi Sposi, obbligati sadicamente a rincorrersi fra epidemie di peste, carestie e tranelli dell’Innominabile, per tante, troppe pagine.

Spesso gli scrittori sono più malvagi dei loro personaggi e le situazioni in cui li fanno vivere ed agire sono costruite in maniera che i poveretti non possono in alcun modo spezzare le catene delle avventure/disavventure nelle quali sono calati.

E allora ? Beh, a questo punto che nessuno di noi lettori si senta in colpa se avverte un moto di sollievo nel momento in cui Anna Karenina finisce sotto un treno o urla «Evvai!» quando finalmente Madame de Tourvel cede alle lusinghe del Visconte di Valmont. E neppure meravigliamoci di aver tifato per la balena bianca o di aver finalmente ricominciato a respirare solo dopo la distruzione di Macondo.

Teniamo sempre presente infatti che come lettori abbiamo i diritto di lasciar perdere, di abbandonare una lettura che non ci convince, che non ci piace sia essa un classico della letteratura o le cinquanta sfumature… a volte capita di fare del bene in questo modo agli stessi personaggi!