Grand Palais sede di Art Paris Art Fair
Italia e Francia, cugine da sempre, rivali nel campo della moda e del vino e dell’offerta museale e artistica ora competono anche per il mercato dell’arte contemporanea. Infatti le città di Milano e Parigi apriranno negli stessi giorni (dal 27 al 28 marzo) le fiere d’arte moderna e contemporanea.La prima, Art Paris Art Fair si aprirà il 27 presso il Grand Palais ospiterà più di cento gallerie e ha invitato come paese d’onore la Cina. Per l’occasione infatti verrà organizzata una mostra di scultura cinese contemporanea e verranno presentate una sessantina di lavori a china. Nella fiera di Parigi inoltre ci sarà una sezione dedicata al design e ai libri d’arte. Ma al design e ai libri d’arte sembra rivolgersi anche la fiera Mi Art che si terrà dal 28 marzo a Milano, anzi la fiera di Milano sembrerebbe avere un programma ancor più articolato.
Mi Art, Fieramilanocity
Ci saranno infatti due nuove sezioni una chiamata Thenow dove si metterà a confronto un artista storico con uno più giovane e la sezione Conflux curata da Abaseh Mirvali e dedicata a progetti e installazioni site-specific di gallerie e artisti internazionali con un’attenzione privilegiata all’America Latina e al Medio Oriente.Le due fiere non mancheranno di avere gallerie importanti e ormai affermate ma anche quelle più giovani che guardano all’arte d’avanguardia.In entrambi le fiere ci saranno momenti di confronto con gli artisti e i ciritici, si terranno conferenze e poi verranno assegnati i premi nel campo del design, delle gallerie emergenti che hanno svolto il miglior lavoro e così via.
Che fare dunque dovendo scegliere? quale delle due manifestazioni sarà in grado di analizzare meglio l’andamento del mercato dell’ arte contemporanea? è difficile dirlo, senz’altro in entrambi i casi saranno tre giorni di full immersion, diletto e divertimento di appassionati e collezionisti.
Lo abbiamo già scritto in un post di qualche tempo fa… ci piace che al Politecnico di Milano la lingua inglese non sarà più solo materia di studio, ma diventerà lingua di insegnamento e apprendimento, questo per fare fronte alla competizione globale, per attirare nuovi studenti dall’estero (soprattutto dal «far east»), per rimanere al passo con i tempi, per essere pronti e capaci di lavorare in un contesto internazionale.
La BBC, in un recentissimo articolo del sito on line, afferma che l’inglese, essendo già la lingua universalmente utilizzata nel mondo degli affari, diventerà una sorta di nuova Koiné anche per l’educazione, la ricerca e lo studio, sottolineando però quanto ciò rappresenti un pericolo per le varie lingue, culture e tradizioni regionali. Tutti noi sappiamo bene quanto questa realtà sia molto più vicina di quanto si possa immaginare (se facciamo attenzione, infatti, in qualche film di fantascienza di ultima generazione spesso anche gli alieni capiscono e parlano perfettamente l’inglese!) e quanto il pericolo dell’essere fagocitati da una lingua, ma soprattutto da una cultura che non ci appartiene e che sotto alcuni aspetti é lontana da noi mille miglia, sia effettivamente reale.
Nel nostro piccolo, allora, siamo corse ai ripari…
Un’amica, valida, preparata ed entusiasta insegnante di italiano (!) in una scuola internazionale, ci ha chiesto di dare una mano ai suoi studenti suggerendo loro articoli, libri, siti web, che li possano aiutare nella loro ricerca su un aspetto particolare della società o della cultura italiana. Ci ha invitate a parlare con i ragazzi e noi ci siamo sentite onorate non solo di dare una mano concreta, ma soprattutto di avere l’opportunità di far conoscere meglio la nostra cultura e le nostre tradizioni, facendone apprezzare tutti gli aspetti positivi, di cui siamo fiere. I ragazzi che abbiamo incontrato ci sono sembrati non semplicemente interessati, ma avidi di informazioni e ricchi di domande, segno che l’Italia riesce ancora a stimolare l’interesse di molti!
Sarà necessario sfatare miti (la pizza infatti non può essere considerata «vegetale»), presentare il meglio di noi (visto che il peggio lo potranno tranquillamente leggere sulle news) e il meglio di una storia di secoli, anzi no, di millenni, sulla quale è stata costruita gran parte della tradizione occidentale, senza dimenticare che fino al Rinascimento e oltre siamo stati i più grandi esportatori di cultura e che, fra il XV e il XVII secolo, si parlava italiano in tutte le corti europee.
Ora basta, sono stata sufficientemente nostalgica, ma ritengo necessario che le nuove generazioni, soprattutto quelle «straniere» tecnologiche, inetrnaute, incredibilmente pronte e capaci abbiano la possibilità di fermarsi a capire e ad apprezzare un intero sistema formato da valori, cultura, tradizioni e lingua che é parte di ognuno di noi.
La nostra stessa esperienza di italiani all’estero ci insegna che è possibile conciliare le due dimensioni: quella della lingua materna (materna non solo perché é quella di cui le nostre madri ci hanno nutriti, insieme al latte, fin da piccolissimi, ma soprattutto perché attraverso di essa abbiamo assimilato un’identità precisa e incancellabile) e quella della lingua acquisita, sempre più spesso l’inglese, che ci nutre in un altro modo, consentendoci di sentirci cittadini del mondo in grado di comunicare, interagire e cercare di comprendere quegli “altri”, che solo attraverso la possibilità di dialogo, non fanno più paura.