Arte e illusioni ottiche

A Ginevra sono molto attenti a non sprecare soldi nel corredo delle mostre. Vi faccio un esempio, la pubblicità è sempre ridotta al minimo ed è frequente che l’esposizione non sia accompagnata da un catalogo.  E così è necessario tenere accese le antenne altrimenti si possono perdere delle mostre interessanti come in questo momento quella  dedicata all’artista ungherese Victor Vasarely (1906-1997).

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E’ una piccola  mostra allestita all’Espace Expoig Pont de La Machine, uno spazio sopra  un ponte pedonale del lago Lemano.

Victor Vasarely è considerato il fondatore della Optical Art.Il movimento sorto negli anni Sessanta si fonda sul rapporto tra arte astratta e scienza e rivolge la sua indagine sugli effetti ottici ottenuti attraverso la forma, il colore e la luce. Con cerchi, quadrati,sfere linee curve e convesse  si cerca di esplorare i campi della percezione ottica, sperimentare nuove illusioni che vanno oltre la superficie del quadro .

Victor Vasarely, Vega-Okta, 1972-74
Victor Vasarely, Vega-Okta, 1972-74

Victor Vasarely, dopo aver ottenuto una laurea in medicina già dal 1927 si dedica completamente all’arte e si trasferisce a vivere a Parigi. Il suo lavoro vuole essere scientifico e dedicato alla ricerca visiva, i suoi quadri stimolano l’impulso visivo a vedere le forme in movimento o in rotazione. Le sue ricerche anticipano il mondo virtuale, il graphic design e il computer anche se mantengono una forte impronta poetica. Davanti ai suoi quadri ci si trova spesso spiazzati e immersi in un mondo di linee fluttuanti che cambiano la forma con il movimento dei nostri occhi.

In mostra troverete anche opere di Vasarely meno conosciute, i suoi inizi in campo pubblicitario o le opere in ceramica e tessili. L’artista era interessato a tutti i campi dell’arte, per lui l’arte doveva abbellire la vita di tutti i giorni come si può vedere dal progetto Cité polycrome degli anni Settanta, pensato  per una città gaia e colorata.

Victor Vasarely, Toux, studio per pubblicità farmaceutica
Victor Vasarely, Toux, studio per pubblicità farmaceutica

L’arte per Vasarely non doveva essere per pochi eletti ma doveva arrivare a tutti e l’oggetto artistico poteva essere riprodotto all’infinito.

Vasarely vous a l'oeil, espace Exposig, Ginevra
Vasarely vous a l’oeil, espace Exposig, Ginevra

La mostra è stata realizzata con la collaborazione della fondazione Vasarely, ha un allestimento avvolgente, appena si entra siamo immersi nell’optical art ed è possibile anche  giocare facendo il percorso interattivo con quadri da ricostruire, illusioni ottiche o giochi di colore.

Il Centro organizza anche delle visite guidate gratuite, troverete tutti i dettagli su http://www.sig-ge.ch/espace-exposig

Una dichiarazione d’amore per l’Italia

girlfriend-in-a-comaFin dal titolo si intuisce che il film documentario scritto da Bill Emmott, ex direttore dell‘Economist e diretto dalla film-maker italiana Annalisa Piras non puó lasciare insensibili.
Girlfriend in a coma, che tradotto significa “la fidanzata in coma”, infatti, è due cose insieme: da una parte una profonda, entusiastica, struggente dichiarazione d’amore per il Bel Paese e dall’altra una crudissima, lucida, a tratti penosa denuncia del malcostume italiano.
Film decisamente scomodo, soprattutto prima delle elezioni politiche, tanto che la prima della pellicola, che doveva tenersi al MAXXI di Roma, é stata bloccata per volontà della presidente della fondazione del museo Giovanna Melandri, che ha motivato il gesto schermandosi dietro la par condicio che vige in questo periodo pre elettorale, ma che è stato bollato dalla stampa, soprattutto straniera, come un atto di “intellectual cowardice”, alla lettera codardia intellettuale.
Impietoso ritratto dei peccati di un’Italia, che, inutile negarlo, esiste, con le sue bassezze e le sue vigliaccherie, in balia di una classe politica corrotta e corruttrice che ha finito per soffocare quel “primato morale” che era la caratteristica principale degli italiani. Un vero e proprio collasso morale, che non ha eguale altrove nel mondo occidentale, scaturito da una crisi economica senza precedenti e aggravato da una classe politica che per decenni si è dimostrata più affezionata alla “poltrona” che al Paese. Eppure… eppure il film è anche uno spaccato sulle forze sane del paese, su quelle eccellenze che con difficoltà trovano spazio nelle cronache, su quella energia rinnovatrice che fa parte del DNA italiano.
Il film è realizzato come fosse un diario di viaggio tenuto da uno straniero che percorre l’Italia, l’ex direttore dell’Economist, appunto. Attraverso l’incontro e l’intervista di più di 50 personaggi italiani, Emmott trae le conclusioni sul male che ha colpito l’Italia. Gli intervistati sono nomi famosi che fanno parte dell’elite politica, culturale ed intellettuale del paese: da Mario Monti, a Carlo Petrini fondatore del movimento Slow food, a rappresentanti della cultura e dell’arte come Umberto Eco, Nanni Moretti e Roberto Saviano a personaggi del mondo economico quali Sergio Marchionne o Jhon Elkan. Tutti raccolti al capezzale della povera fidanzata in coma. Tutti sferzati da domande anche insolenti, ma che aprono scenari inquietanti. Lo stesso autore spiega “Temo che qui ci sia qualcosa per offendere tutti. Diamo uno sguardo alla corruzione istituzionalizzata del Paese, al crimine organizzato, al sistema politico cleptocratico e all’influenza perniciosa della Chiesa”. E di sicuro non risparmia nessuno.
Non nego che è stato difficile arrivare alla fine del film. Ho veramente provato un senso di malessere di fronte a verità per troppo tempo nascoste e ad italici atteggiamenti che non ci fanno onore.
La parte finale della pellicola poi comprende una serie di interviste a persone che hanno per scelta o necessità lasciato l’Italia.
E qui, da italiana, per di più residente all’estero, mi sono dovuta porre una serie di domande su atteggiamenti che sono anche i miei. Tutti gli intervistati infatti si proclamavano disperati per essere lontani dalla patria, ma allo steso tempo affermavano che così come stanno le cose di tornare non se ne parla. Tutti auspicavano un cambiamento, tutti si sono riempiti la bocca di “se si cambia siamo i primi a tornare” ed è proprio qui l’inghippo… Ma se i cambiamenti non contribuiamo a farli anche noi da lontano non solamente divenendo esempi di quelle virtù italiche che in patria non sono più apprezzate, ma in prima persona concorrendo al dibattito sul cambiamento, non è la nostra una forma di vigliaccheria che ci condurrà a veder morire la fidanzata in coma?
Da vedere per riflettere e agire…

Chiacchiere del lunedì

Prova mafalde

A Carnevale ogni scherzo vale. Vero, però siamo già in Quaresima e tutto quello che ho sentito questa settimana non era uno scherzo. Devo ricapitolare? Abbiamo cominciato con le dimissioni del Papa, per poi passare agli esperimenti nucleari della Corea del Nord. Nel mezzo a tutto ciò abbiamo trovato scandali e colpi di scena più o meno miserabili dei politici italiani, con un gran finale dato dai meteoriti caduti su sei città degli Urali, in Russia, che sono esplosi e hanno fatto un migliaio di feriti.

Vi ricordate il titolo del film  “Fermate il mondo voglio scendere”, beh ad un certo punto mi veniva proprio di dire così. Cosa aspettarsi d’altro? Lo choc da notizie è stato piuttosto forte e ancora non riusciamo bene a comprendere la portata di alcune di esse. Senz’altro quella sulle meteoriti è stata la notizia che è piaciuta di più in casa mia. Le figlie hanno esclamato: “vuoi vedere che in Russia sono nati dei Supereroi?”. Mentre sul nucleare ho preferito soprassedere, tanto era grave e pesante la notizia, sulle dimissioni del  Papa non sono riuscita a far capire loro la novità incredibile di questo gesto. Mi sono resa conto che le mie adolescenti sono più attente alla possibile  nascita di Supereroi attraverso il contatto con meteoriti, che non alle implicazioni delle dimissioni del Pontefice sulla chiesa e sul ruolo del papato.

Anche i miei figli sono stati catturati dalla possibilità di un’invasione aliena piuttosto che dalla gravità delle notizie italiane! Si potrebbe a lungo dibattere sulla “insostenibile leggerezza dell’essere” di queste nuove generazioni, ma in fondo le capisco. Che noia questa campagna elettorale! Che scenari difficili queste dimissioni del papa! C’è da perderci il sonno… Per fortuna questa settimana ci ha salvato San Remo… non dalla noia, ma dalla pesantezza. Il festival è finito, ci ha divertito, porterà i soliti strascichi di polemiche varie, insomma tutto secondo il copione. Ed ora? Niente paura, se non consideriamo le elezioni italiane della settimana prossima, possiamo sempre sperare che la notte degli Oscar ci possa dare un fremito! Non so voi, ma se devo proprio rimanere sveglia preferisco lo spettacolo Hollywoodiano alle proiezioni ed agli exit poll.

Comunque in attesa che “altro” accada godiamoci questo pezzo della Lucianina nazionale!

E’ possibile giudicare?

E’ possibile giudicare?
A volte non è facile dare un giudizio su tutto ciò che accade attorno a noi. Così, mentre ancora siamo sconcertati e perplessi dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI, mi sorprendono i giudizi sicuri e le affermazioni di tanti che si dicono a favore o contrari a questa decisione del Pontefice.

Come ci immaginiamo la vita dei  religiosi?  Quali sono le sfide e quanta tenacia occorre per mantenere una vita autentica nella fede?  C’è una donna che ce lo racconta in un libro, da poco uscito, intitolato: Mentre vi guardo.

E’  Madre Ignazia Angelini, badessa del Monastero di Viboldone, Milano.

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Nel libro troverete  la sua esperienza di vita nel monastero (dove è entrata quando aveva 19 anni, nel 1964)  ma anche ciò che i suoi occhi hanno visto e compreso del mondo esterno. La sua è stata una vita dedicata alla meditazione e alla preghiera ma anche alla relazione con gli altri, siano essi le monache del convento o le persone fuori nel mondo.

Il libro è una riflessione su queste relazioni. Tutti gli aspetti della vita sono visti da un prospettiva nuova.  Un esempio è il concetto di “realizzazione di se’” inteso come un percorso legato solo a parametri economici, mentre invece dovrebbe essere visto come “la capacità di una persona di elaborare un gusto della vita a costituire la sua realizzazione.”

Oppure il tema delle passioni e della necessità di andare oltre alle reazioni suscitate in preda all’ emozione: reazioni che  “assolutizzano l’immediato” e non permettono di istituire a priori il contatto con l’altro.Una riflessione tanto più vera se si pensa alla nuova mania generata da Facebook, in cui tutto si è trasformato in un’affermazione ripetuta di mi piace non mi piace. Tanto che il verbo piacere si è passato, come dice Jonathan Franzen nel suo nuovo libro Più lontano ancora, “da essere una disposizione d’animo ad un’azione compiuta con il mouse, da un sentimento a un’affermazione di scelta del consumatore”.

Un libro da leggere piano e da meditare dove vi stupirete come i temi scelti da una suora di clausura siano quanto mai attuali e calati nel nostro mondo.

Chi era Celestino V?

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Alla luce dei recenti avvenimenti mi sembra giusto spendere alcune parole su una figura storica che è stata strappata con prepotenza all’oblio e che è improvvisamente divenuta attualissima anche perché fa parte del bagaglio culturale di noi italiani, che ne abbiamo appreso la vicenda sudando sulle terzine dantesche della Divina Commedia. Sto parlando di Celestino V, al secolo Pietro del Morrone, che Dante incontra all’inferno riconoscendo “l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. E questo giudizio tranciante del sommo poeta accompagna da sempre il personaggio letterario di Celestino V, ma si discosta da quello storico. Ridurre infatti l’intera vicenda di quest’uomo al severo giudizio dantesco sarebbe ingiusto.
Eremita, contemplativo, di enorme e profonda cultura Pietro istituì, dopo anni passati nella solitudine del suo eremo sulla Maiella, un ordine monastico, che seguiva la regola benedettina, che venne riconosciuto da papa Gregorio X e dotato di sostanziosi beni.
Visse Pietro in un’epoca di profondi stravolgimenti politici, in cui si scontravano due concezioni diverse del papato: una che vedeva la Chiesa come espressione del potere, l’altra che la considerava pura diffusione dell’amore divino. Due modi di intendere anche la figura del pontefice, dicotomia che inevitabilmente portò un uomo di amore e fede come Pietro a lasciare il soglio pontificio con un profondissimo gesto di umiltà. Era stata la sua fama di uomo “angelico” che aveva indotto i cardinali riuniti in conclave da 33 mesi (!) a eleggerlo papa nel 1294. Durante il breve pontificato, Pietro, divenuto Celestino V, si rese conto di dover guidare un cambiamento sostanziale nella struttura stessa della Chiesa medievale, che viveva anni di turbamento in attesa che si compissero le profezie trinitarie di Gioacchino da Fiore, il quale aveva parlato della fine di una Chiesa Cattolica dominata dalle istituzioni e l’inizio di un periodo in cui sarebbero prevalsi l’amore e la spiritualità, al punto che gerarchie, riti e dogmi della antica Chiesa sarebbero diventati inutili poiché lo stesso Spirito Santo l’avrebbe guidata su un cammino di pace e riconciliazione. Promuovere dunque un sostanziale cambiamento, questo era compito che Celestino, uomo di contemplazione e non di azione, calato in un ambiente apertamente ostile, quale la curia romana, non si sentì degno di portare a termine.
Come dargli torto? Alla luce di ciò, credo che finalmente Celestino possa essere assolto dall’accusa di “viltade” mossagli da Dante. Uomo semplice aveva sperato che il suo successore potesse essere più degno del compito di traghettare la Chiesa fuori dai pericoli della sua epoca. Oggi sappiamo che la storia non è stata benevola, il successore di Celestino fu infatti Bonifacio VII, non esattamente un campione di probità.

martedì grasso

Oggi siamo in ritardo ma ancora in clima di carnevale, prima delle ceneri di domani, vi vogliamo segnalare la sfilata dei  carri  più belli. Realizzata nella città di Zundert nei Pesi Bassi, è una sfilata originale fatta di forme  monumentali e coloratissime costruite con i fiori. Questa tradizione dei carri fioriti è nata nel 1936 e oggi è molto seguita da tutto il paese.

Date un’occhiata a queste immagini  e se volete saperne di più andate sul loro sito http://www.corsozundert.nl

Sfilata dei carri, Zundert
Sfilata dei carri, Zundert
sfilata dei carri, Zundert
Sfilata dei carri, Zundert
Sfilata dei carri, Zundert
Sfilata dei carri, Zundert

Chiacchiere del Lunedì

Prova mafaldeDomani sera prende il via… il Festival di San Remo. Perché parlarne ancora, ritornare sugli usurati commenti che ogni anno dal 1951 ci seguono durante tutto il mese di febbraio? La risposta è ardua, ma crediamo che possa essere rintracciata nel fatto che il festival è un la vetrina dell’Italia, di come era e di come è.

Ogni anno è accompagnato dalle polemiche, dagli scandali, dal gossip e sembra quasi che il bel canto italiano, per cui era nata la manifestazione, sia di anno in anno sempre meno importante!

Artisti famosi, meteore, sedicenti cantanti o cantautori per 3 minuti calcano il palco dell’Ariston e, comunque vadano le cose, entrano nella leggenda. Anzi meglio se accolti con freddezza o con aperta ostilità dal pubblico perché così se ne potrà parlare per giorni, per settimane…

Trovo che il festival sia lo specchio dell’Italia e quest’anno, cadendo in periodo pre elettorale, annuncia scintille proprio per il suo carattere mediatico di collettore di ogni tipo di pubblico.

Le tue riflessioni le condivido e, pensandoci un po’, credo che il festival sia vecchio come il cucco. I miei genitori non lo hanno mai guardato, da ragazza lo snobbavo eppure ricordo che il look un po’ dark e punk della prima Anna Oxa mi colpì.  Poi, vediamo, ricordo che negli anni successivi, quando si rafforzò la Lega con i suoi attacchi all’idea di unità nazionale, incontravo persone lontanissime dal festival e dalla televisione, che affermavano quanto spettacoli come il festival della canzone italiana fossero eventi da valorizzare e mantenere per salvaguardare l’idea di nazione.

Ancor più della gara canora è interessante il format che segue il festival in cui si raduna il meglio e il peggio di ciò che la televisione può offrire, in cui spesso nell’arena si scontrano, dietro l’alibi della musica, interi universi di pensiero.

Vabbé, non confesserò mai da quanti anni ne sento parlare, ma posso affermare che le cose non sono mai cambiate!

Devo confessare però che mai sono riuscita a vedere un festival dall’inizio alla fine per un’intera settimana

Anche io faccio come te e così un po’ lo vedo un po’ no. Questa volta, però, mi rallegra sapere che ci saranno come presentatori Fazio e Litizzetto a cui va tutta la mia simpatia. 

La tela del ragno

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Ieri sul tram a Ginevra due bambini di due o al massimo tre anni, un bambino e una bambina di due mamme diverse,  stavano seduti vicini, tutti imbacuccati per il freddo con cappello e giubbotto, ognuno sul proprio carrozzino. La bambina più di una volta si è girata per studiare il compagno di viaggio alla sua altezza di seduta, lui invece era altrove con la testa, impassibile, teneva il ciuccio in bocca senza mostrare alcun interesse. Dopo poco lei, sentendosi al sicuro, si è occupata di altro e ha tirato fuori da dentro la manica un grande cioccolatino a forma di ombrellino; non lo ha aperto, ha cominciato a dondolarlo tra le mani come un trofeo.  Arrivata alla fermata, la mamma ha fatto scendere il passeggino con la bimba e se ne è andata, ma guardo bene, e la bambina ancora una volta si gira per cercare lo sguardo del bambino. In quel breve tragitto la bambina ha pensato e fatto un sacco di cose, legata nel suo carretto come un fagotto; tutto il suo corpo e la sua testa erano in un movimento silenzioso.

Ho pensato c’è una vita parallela dei bambini, loro fanno esperienze continue portano avanti le loro scoperte e molto di quello che fanno resta celato agli occhi degli adulti.  Lavoro come assistente di sostegno, per qualche ora, in una scuola, e oggi a un bambino di cinque anni, che non avevo mai visto, dopo un mio apprezzamento per il suo caldo cappello di lana, si è acceso l’interesse. Con grande foga ed entusiasmo si è messo a raccontarmi quanto fosse orgoglioso del suo copricapo: il cappello lo aveva fatto la mamma, di lana pesante uno per lui  uno per suo fratello, peccato però mentre mi raccontava questo la maestra lo  ha chiamato per rientrare in classe. Lui non si è ribellato mi ha detto tutto in un fiato ed è corso via. Ho pensato: che fatica, i bambini sono come ragnetti che filano una tela costruita giorno giorno, imparano da ciò che vedono e da ciò che sperimentano. Tutte le loro intuizioni, relazioni e sensazioni sono la trama di un opera bellissima, che noi adulti simili ad aspirapolveri provvediamo ogni volta a pulire e sterilizzare, convinti di far sempre la cosa giusta.

Scatti d’arte

afficheLa guerra tra pittura e fotografia si può dire conclusa? Si direbbe ormai di sì: chi si interessa d’arte oggi non può fare a meno di interessarsi di fotografia.  Il mezzo fotografico è un modo, un mezzo per fare arte perché, dopo le esperienze di artisti come Duchamp e Picasso (readymade e i collage),  tutto può concorrere all’idea generale di arte.

Ci sono fotografi che amano creare delle finzioni sceniche come se preparassero un set  da fotografare. La finzione non viene celata, ma il visitatore la riconosce subito guardando la foto. Per farvi un esempio, a Nyon in questi giorni, presso la galleria  Focale, si tiene la mostra di una fotografa italiana Simona Bonanno, che lavora proprio con questo stile. La mostra, intitolata Chains of silence (catena del silenzio), presenta una serie di fotografie che riproducono storie tragiche vissute da donne di tutto il mondo. Niente di più crudo e reale, raccontato attraverso delle bambole.

Simona Bonanno,Begm S.-Pakistanaise
Simona Bonanno,Begm S.-Pakistanaise

Le foto sono raccapriccianti, ma non si riferiscono ad un corpo umano bensì ad una serie di Barbie. Ogni bambola è stata scelta, preparata per lo scatto fotografico come su un set o su una scena teatrale. In fondo anche questa fase preparatoria non può essere scissa dall’opera: è come se l’artista avesse creato una piccola installazione. L’effetto finale è realistico, ma si tratta pur sempre di un’altra realtà. Ognuna di essa è avvolta in un tessuto, coperta dalla materia, bruciata. Nelle foto si sente il contrasto tra un gioco innocente, come la bambola, e la violenza dell’immagine. Si passa dalle donne auto immolate delle province afghane a quelle violentate e massacrate in Algeria, sepolte vive in Turchia. Un omaggio dunque a quante muoiono nel nome della tradizione più retriva, dell’odio  e dell’ignoranza.

Simona Bonanno, Auto-immolation de femmes afganes
Simona Bonanno, Auto-immolation de femmes afganes

La serie di questi lavori ha vinto, nel 2010, il Prix Julia Margaret Cameron  e sono già state esposte in Argentina, Israele e Turchia.

Chiacchiere del lunedi

Prova mafaldeEd eccoci a febbraio mese corto ma pieno di momenti  di cui non mancheremo di sentir  parlare: tempo di carnevale, di elezioni, del festival di Sanremo  e di  San Valentino.

san-valentinoCon qualche giorno in anticipo, vorrei  dedicarmi all’amore e quindi a San Valentino.  Non che questa festa dica molto alle persone della mia età, la generazione degli ultraquarantenni.  San Valentino rimane un’imposizione senza storia, che non riesce veramente a mettere radici: per me rimane la sorella di Halloween  e alla fine si riduce in una proposta commerciale. E che proposta:  avete mai visto tutti quei cuori rossi di peluche, quegli adesivi, quelle rose e quei profumi, quei pizzi e merletti con frasi e ammiccamenti? È una fiera del cattivo gusto, altro che  un momento dedicato alle coppie.

Esatto! Come la sorella cattiva (Halloween), la festa di San Valentino non ci appartiene! Il colmo del kitch quest’anno è stato stato raggiunto da una nota marca di intimo che ha messo in vetrina un cuore in pizzo nero il cui centro palpita come un cuore vero… l’effetto, vi assicuro, è fra il ridicolo e l’inquietante

A me resta comunque un debole per le storie d’amore e questa, di cui vi parlo oggi, l’ho trovata su La Stampa, in questi giorni. La vicenda  era stata riportata antecedentemente dal Times e tratta di una storia che si è svolta nel Galles del XIX secolo. Siamo dentro un castello, il castello di Penryn, nei pressi di Bangor. Ci viveva un nobilotto, ricco industriale e deputato del partito conservatore. Racconta una leggenda locale che, quando vene a sapere dell’amore sbocciato fra la figlia – Alice –  e un giardiniere, andò su tutte le furie e rinchiuse la fanciulla nella torre del castello. Ebbene, dentro quella che doveva essere la camera di Lady Alice resta, dalla sua epoca, un’iscrizione che nessuno aveva mai decifrato, ritenendola una specie di rompicapo in latino. Dico aveva perché in questi giorni è passata dal castello una signora italiana, funzionaria del National Trust, che sa di lirica. Appena vista la frase ha esclamato: ma è la Traviata! Niente latino, infatti: si tratta di una frase, in italiano, presa dalla celebre opera di Verdi.  “Essere amata amando”, aveva inciso, probabilmente, la sfortunata Alice usando le parole della povera Violetta innamorata di Alfredo.

Si, belle le storie di amore, quell’amore eterno, sincero, granitico che tutto affronta. Quelle che hanno un po’ sapore antico che é consolatorio leggere e rileggere a dispetto di tutte le sfumature di grigio contemporanee.   

Niente di più facile da credere: ancora una volta l’arte con il suo potere universale ha superato i confini geografici e linguistici per dare voce a un sentimento.

Propongo di cambiare la festa di San Valentino: non più festa degli innamorati, ma festa per tutti coloro che amano ascoltare delle belle storie d’amore.