Scatti d’arte

afficheLa guerra tra pittura e fotografia si può dire conclusa? Si direbbe ormai di sì: chi si interessa d’arte oggi non può fare a meno di interessarsi di fotografia.  Il mezzo fotografico è un modo, un mezzo per fare arte perché, dopo le esperienze di artisti come Duchamp e Picasso (readymade e i collage),  tutto può concorrere all’idea generale di arte.

Ci sono fotografi che amano creare delle finzioni sceniche come se preparassero un set  da fotografare. La finzione non viene celata, ma il visitatore la riconosce subito guardando la foto. Per farvi un esempio, a Nyon in questi giorni, presso la galleria  Focale, si tiene la mostra di una fotografa italiana Simona Bonanno, che lavora proprio con questo stile. La mostra, intitolata Chains of silence (catena del silenzio), presenta una serie di fotografie che riproducono storie tragiche vissute da donne di tutto il mondo. Niente di più crudo e reale, raccontato attraverso delle bambole.

Simona Bonanno,Begm S.-Pakistanaise
Simona Bonanno,Begm S.-Pakistanaise

Le foto sono raccapriccianti, ma non si riferiscono ad un corpo umano bensì ad una serie di Barbie. Ogni bambola è stata scelta, preparata per lo scatto fotografico come su un set o su una scena teatrale. In fondo anche questa fase preparatoria non può essere scissa dall’opera: è come se l’artista avesse creato una piccola installazione. L’effetto finale è realistico, ma si tratta pur sempre di un’altra realtà. Ognuna di essa è avvolta in un tessuto, coperta dalla materia, bruciata. Nelle foto si sente il contrasto tra un gioco innocente, come la bambola, e la violenza dell’immagine. Si passa dalle donne auto immolate delle province afghane a quelle violentate e massacrate in Algeria, sepolte vive in Turchia. Un omaggio dunque a quante muoiono nel nome della tradizione più retriva, dell’odio  e dell’ignoranza.

Simona Bonanno, Auto-immolation de femmes afganes
Simona Bonanno, Auto-immolation de femmes afganes

La serie di questi lavori ha vinto, nel 2010, il Prix Julia Margaret Cameron  e sono già state esposte in Argentina, Israele e Turchia.

Chi l’ha visto?

La Tate Gallery, a Londra, ha inaugurato una mostra  virtuale, intitolata Gallery of Lost Art, che cerca di ricostruire la storia delle maggiori opere del XX secolo andate perdute, rubate o distrutte. L’idea è quella di costruire un piccolo archivio  visuale e storico di queste opere. L’archivio è un lavoro aperto e in divenire e quindi ogni settimana si arricchisce di dati e nuove opere.  Jennifer Mundy, la curatrice di questo progetto, ha sottolineato come questa mostra si volesse focalizzare sulle opere che non si possono più vedere ma che hanno avuto un peso importante nello sviluppo dell’arte.  E’ molto interessante da guardare:  potrete partire dalla lista degli artisti presenti  o da quella che elenca le cause per cui le opere si sono perse. Troverete le opere perse di Keith Haring, Calder o Bacon e scoprirete perché e quando  il Rockfeller Center distrusse un affresco di Diego Rivera.

Vedrete anche per esempio, collocate su una scrivania, le cinque opere che furono rubate nel 2010 al Musee D’Art de  la Ville di Parigi (opere di Modigliani, Braque, Leger, Picasso e Matisse) e molte altre notizie interessanti.

Fate la ricerca voi stessi è un po’ come un gioco: www.galleryoflostart.com

Choc di strada, l’arte incontra tutti

Abbiamo già trattato una volta  della street art, perché se ne fa un gran parlare ed è sempre più un modo di esprimere ciò che si sente in questo momento. La street art è molto seguita dal mondo dell’arte e apprezzata dai giovani. Tanto per farvi un’esempio, mia figlia adolescente l’altro giorno mi ha sfidato e mi ha fatto vedere  un’immagine che circolava su facebook: si vedevano accostati, l’uno all’altro, un lavoro di Lucio Fontana e un disegno fatto sul muro di una città. L’immagine era polemica, dal momento che vi si leggeva: la prima la considerano arte, la seconda vandalismo.

La provocazione era interessante; forse avrei potuto spiegare  che è grazie ad artisti come  Fontana, che oggi siamo tutti liberi di apprezzare alcune espressioni attorno a noi e definirle opere d’arte.  Però il discorso sarebbe stato lungo e avrei dovuto menzionare le avanguardie, i primi papier colle di Picasso e poi i ready made di Duchamp.

Ma torniamo alla street art, oggi vorrei presentare un’artista americano che vive a Washington. Il suo lavoro è di grande suggestione  e utilizza la città come campo di azione. Quest’artista si chiama Mark Jenkins. Tra i temi del suo lavoro vi sono esseri umani, animali e oggetti.  Bambini, vagabondi, senza tetto,orsi, giraffe, parchimetri, lampioni sono riprodotti attraverso involucri di nastro adesivo dai quali sembrano state tolte le forme originarie. Queste figure vengono messe sempre in rapporto con il contesto urbano, piazzate come sono nei posti più improbabili. 

Nel tempo l’artista ha vestito i suoi involucri di nastro con dei veri vestiti e li ha posizionati in contesti inaspettati e disarmanti in luoghi pubblici. Così queste opere si trovavano un po’ dappertutto: una donna che siede sull’orlo di un tetto a Washinton, un’altra che cade da una passerella a Dublino,  un uomo che dorme sul pavimento in un angolo del museo Taubman di Roanoke,  un altro con la testa nascosta in un muro di cemento a Londra.”The Floater”, creato in Svezia a Malmö, rappresenta un uomo vestito con una felpa e in pantaloni sportivi, che giace a faccia in giù, in un canale, con alcuni palloncini sospesi in aria e legati sua cintura: sembra che i palloncini cerchino di tirare il corpo fuori dall’acqua. Questa scultura è stata creata quando Jenkins ha lanciato la sua campagna per Greenpeace, col fine di denunciare la condizione dell’orso polare, che progressivamente affonda con i ghiacci sui quali vive.

Arte di strada che stupisce e ci fa riflettere,  collocata in luoghi scelti dagli artisti; arte ambientale, dunque, visibile a tutti senza biglietto.

Non ci piace

Che la crisi economica abbia colpito anche i custodi dei musei ad Atene e ha portato alla mancanza di un’adeguata sorveglianza.  Da gennaio o oggi infatti ci sono stati due furti clamorosi, il primo alla Galleria Nazionale di Atene dove sono stati rubati due quadri uno di Picasso e uno di Piet Mondrian, il secondo al Museo archeologico di Olympia sempre ad Atene dove sono stati prelevati sessanta oggetti provenienti dal sito archeologico…

La gioia di vivere

Questa è stata una lunga settimana per noi italianeintransito e dopo aver fatto un po’ di salita abbiamo deciso di postare oggi La gioia di Vivere, di Picasso, un dipinto che l’artista ha realizzato nel 1946 in uno dei suoi momenti più felici, durante il suo soggiorno nel castello Grimaldi che si affaccia sul mare di Antibes.

Una donna al centro danza insieme a due capretti, alla sua destra un centauro suona il flauto e alla sinistra un fauno suona il diaulo, il flauto doppio. Nel quadro si respira la felicità del momento. Sullo sfondo al centro l’azzurro del mare, i personaggi hanno i piedi sulla spiaggia  e a sinistra si vede una barca con la vela gialla.

L’ opera di Picasso ci fa venir voglia anche a noi di mare di gioia e serenità.