Ognuno lascia la sua impronta nel luogo che sente appartenergli di più (Haruki Murakami)
Autore: italianintransito
Storica per amore dei fatti, accanita lettrice per passione, scrittrice a tempo perso.
Il blog è una finestra sul mondo, un modo per far sentire la propria voce da un luogo non lontano geograficamente, ma distante anni luce dal mio passato.
Condivido ciò che scopro e ciò che so cercando di non perdere mai l'entusiasmo per quello che vedo.
Pezzi di tela, sabbia di pomice, i colori rosso e nero sono sistemati sulla tela in modo da superare “l’illusionismo ottico” della pittura e sottolineano l’impegno di Burri a liberare la sua opera da tutte le apparenze accessorie, sforzo accentuato dall’utilizzo di materiali tratti dal reale e quotidiano e addirittura poveri e dimessi.
Chi viene a trovarmi a ginevra sa che vale sempre la pena fermarsi qualche ora in piu’ per visitare il Museo della Croce Rossa. Grazie al signor Jean Henry Dunant la Croce Rossa è nata proprio a Ginevrae, caso unico fra le organizzazioni internazionali, la sua sede ospita un bellissimo museo, un vero e proprio libro di testo in materia di museologia. Questa lodevole istituzione accoglie il pubblico in modo assai originale, coinvolgendolo in un percorso dalle forti emozioni che racconta l’orrore delle guerre e la grande storia dell’intervento umanitario da esse scaturito.
Questa volta il museo ha organizzato una mostra fuori dalle sue mura, più precisamente presso la Maison du futur a Les Berges de Vessy a Ginevra. L’esposizione si aprirà il 5 marzo e rimarrà aperta fino al 31 ottobre. E’ una mostra interattiva che vuole raccontarci il nostro presente facendoci visitare paesi lontani. Si sceglie una destinazione, un paese come l’Etiopia, il Ghana o Haiti, tanto per menzionarne alcuni, si sceglie il taglio da dare alla propria visita sulla base dei propri interessi, e ci si immerge nell’incontro con le popolazioni locali, con le loro storie, le loro difficoltà, i problemi reali, gli impedimenti che devono affrontare nella vita di ogni giorno. Seituin prima persona a condurre il percorso e alla fine avrai l’occasione di scoprire il lavoro di tante ONG che, ogni giorno ,lottano contro catastrofi naturali, epidemie, guerre, povertà. La mostra non l’ho ancora visitata, ma ho potuto fare il tour che hanno organizzato on line. Mi è piaciuto molto e invito tutti a visitarla a questo indirizzo www.destinationcroixrouge.ch
Non tutti sanno che noi italiani che viviamo all’estero abbiamo già votato o stiamo per farlo… le schede elettorali infatti sono già arrivate da un pezzo e noi abbiamo già espresso il nostro voto e spedito i plichi ai consolati di riferimento al quale devono giungere entro il primo marzo.
È una macchina quella del voto all’estero non priva di problematiche, piuttosto complessa e che potenzialmente può diventare l’ago della bilancia in situazioni di crisi politica come l’attuale, in quanto fra residenti all’estero stabili e occasionali i numeri sono consistenti e ahimè in aumento. Si parla infatti di 4 milioni e trecentomila italiani stabili più settecentomila occasionali. Cinque milioni di voti che fanno gola a chiunque. I plichi partono dai consolati, arrivano a destinazione, noi votiamo poi inseriamo in una busta anonima le schede compilate e sigilliamo. La busta anonima viene a sua volta inserita in un’altra busta più grande che contiene il nostro certificato elettorale con un numero identificativo che ci consente l’anonimato. Il tutto riparte per posta verso il consolato di riferimento. A questo punto ad aspettare i nostri voti ci sono 120 voli pronti a partire verso Castelnuovo di Porto, dove la Corte d’Appello di Roma li scrutinerà. In palio per l’estero 12 deputati e 6 senatori.
Un sistema dunque complesso che suscita perplessità e sospetti per la facilità di inserire in un qualsiasi momento della trafila un broglio elettorale, perché non assicura adeguatamente che la croce apposta sulla scheda sia vergata proprio dall’elettore in questione, e molte altre piccole furbizie. Il sistema, in piene elezioni, sarà giudicato costituzionale solo oggi dalla Corte Costituzionale… e speriamo senza scherzi!
Credete che uno stilista di moda sia come un’artista? Che i suoi abiti siano opere d’arte? Infine:vi sembra che il suo processo creativo ricordi quello di un’artista del XIX secolo, pieno com’è di carisma, sensibilità e genio a cui si perdona tutto? Allora dovete andare a vedere il film Phanton Thread, nei cinema italiani con il titolo Il filo nascosto.
Ambientato negli anni Cinquanta, mette sullo schermo un Daniel Day-Lewis sarto londinese per l’alta società. Non vi racconto la storia, dico solo che nell’insieme ha un gusto un po’ decadente e che è stato definito dai critici inglesi una storia gotica. Certamente un film molto raffinato, in alcuni casi anche troppo. Accanto al grande sarto Reynolds Woodcock ( personaggio del tutto inventato) troverete anche la sua modella preferita, la sua musa ispiratrice (interpretata dalla giovane e bella attrice lussemburghese Vicky Krieps) che darà del filo da torcere al bizzoso e collerico sarto.
Io, comunque, anche se ho apprezzato il film, continuoa pensare che una scultura dei medesimi anni cinquanta, magari dell’artista inglese Henry Moore, sia preferibile a un intero guardaroba dello stilista Reynolds Woodcock .
Nei miei sogni più sfrenati ho sempre desiderato avere un intero guardaroba dove poter non solo conservare, ma guardare, accarezzare, coccolare centinaia di paia di scarpe. Di tutte le forme, di tutti i colori, ballerine, tacchi 12, stivali, a punta, squadrate e chi più ne ha più ne metta… Si dice che Imelda Marcos, ex first lady delle Filippine, possedesse più di 2700 paia di scarpe…
La scarpa dunque, questa sconosciuta che può essere Paradiso o Inferno e il titolo della mostra è proprio “Heaven or Hell?”.
Oltre 100 modelli esposti, di altrettanti stilisti, designers e brands, frutto della tecnologia più avanzata (come le scarpe progettate con le stampanti treD), icone della moda, modelli divenuti istantaneamente famosi per i più disparati motivi.
Grande importanza viene data ai materiali ma anche alla simbologia sociale che la scarpa sottende quando diventa status simbol.
Insomma “l’aspetto della vestibilità sembra sfumare sullo sfondo. Ispirati all’arte, alla cultura e all’architettura, vengono creati modelli che sembrano insopportabili” per i nostri piedi ma dei veri gioielli per gli occhi.
Le scarpe per voi devono rappresentare il Paradiso o l’Inferno?
Se siete sopravvissuti a San Valentino ve la meritate! Parlo di My Funny Valentine, una delle canzoni più conosciute di un musical della fine degli anni 30′, Babes in Arms, composta da Richard Rodgers e Lorenz Hart, che ha avuto un successo strepitoso ed è stata inclusa in 1300 album da ben 600 artisti famosi.
L’hanno cantata o suonata tutti i più grandi da Frank Sinatra a Boy George, passando da Ella Fitzgerald a virtuosi del jazz quali Chet Baker e Miles Davis.
Noi ve la proponiamo nella versione suonata dalla tromba di Chris Botti e dalla voce di Sting, ricordando che, come dice la canzone, ogni giorno per chi si ama è San Valentino!
La Repubblica ha pubblicato un articolo su come alcune scuole cosidette di élite italiane si propongono alle famiglie dei potenziali allievi.
Si sa, si vive in era di marketing e di social media, il che significa che bisogna sapersi raccontare. Il che significa sapere rassicurare, ovviamente in materia di offerta formativa e ambiente scolastico. Ecco, la cosa incredibile è che queste scuole hanno sentito il bisogno di rassicurare esplicitamente le famiglie anche su due o tre punti, perlomeno strabilianti: non accettano ragazzi diversamente abili, non hanno fra i propri studenti degli immigrati, hanno una popolazione scolastica omogenea perché tutta appartenente alle classi più abbienti.
Il bello è che lo dicono a chiare lettere, non con allusioni o giri di parole. Il liceo Ennio Quirino Visconti di Roma, ad esempio, si raccomanda: “Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-borghese, per lo più residenti in centro. Tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile”. E lo giustificano con la possibilità di offrire un ambiente di apprendimento più omogeneo.
Viene allora da chiedersi perché non facciano ulteriori distinzioni: potrebbero mettere tutti i biondi da una parte e quelli coi capelli castani o mori da un’altra. Cosi non ci si distrarrebbe facendosi attrarre dalle differenze. E poi potrebbero comporre le classi sulla base dell’altezza: quelli sotto il metro e settanta da una parte, gli altri da un’altra. Cosi’ non ci sarebbe nessuno che possa impedire alle file posteriori di vedere bene la lavagna, perché troppo alto. E poi magari ci si potrebbe anche impegnare affinché si faccia pipì tutti alla solita ora, in modo da ottimizzare gli scarichi dei cessi.