Architettura brutalista e Andreas Gursky

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Le città sono fatte di storie. Storie passate, recenti  o già segni di un prossimo futuro. Guardi un palazzo , una piazza, una nuova scelta urbanistica e la lettura che ne trai  non cessa mai di sorprenderti. Anche le periferie più desolate sono là per raccontarti come sono state pensate , quando e perché.
È questo che pensavo quando sono stata a visitare la rinnovata Hayward Gallery a Londra. Una galleria che si trova dentro il Southbank Centre . Una grande costruzione in cemento inaugurata nel 1968 che rientra nell’architettura – come dicono gli inglesi e i francesi – brutalista (dal francese brut, ossia grezzo, dato l’ampio uso di cemento grezzo).

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Andreas Gursky,Les Mées,2016

 La galleria è da poco riaperta con una bella mostra dedicata al fotografo Andreas Gursky. Ci sono grandi fotografie che ripercorrono il suo lavoro: sconfinati paesaggi, folle di persone o grandi immagini che giocano tra pittura e fotografia .

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Andreas Gursky, Hayward Gallery, Londra
Guardo le opere  ma non riesco a staccarmi dalle forme architettoniche del museo : così nette, solide, essenziali come una scultura di Eduardo Chillida .
Bella questa storia di Londra, bella l’architettura brutalista .

Corpi- 3°Biennale de l’Art Brut

 

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Se c’è un tema sul quale l’arte si è da sempre confrontata quello è il corpo umano. Se poi a scandagliare questo tema è l’Art Brut è certo che il visitatore si troverà davanti ad opere che portano alla luce tutta la complessità, le paure, l’intimità e le pulsioni più genuine e dirette della mente umana.

Dunque non perdetevi la Terza Biennale organizzata dal Museo d’Art Brut di Losanna dove il corpo è il l’argomento centrale di questa edizione che rimarrà aperta fino al 29 aprile. Il museo, chi non lo conoscesse, è uno dei musei più interessanti della Svizzera. Nato per ospitare la collezione dell’artista Jean Debuffet, creata negli anni Quaranta, nel museo si possono ammirare incredibili opere d’arte fatte da autodidatti, persone emarginate o disabili . 1507029771_cab_corps_f4_web

In questa biennale vedrete tra tante altre opere i collage di corpi di donne ritagliate dai giornali di Simone Le Carrè -Galimard (1912-1996) o la serie di fotografie dell’artigiano Morton Barlett (1909-1992) che dopo la seconda guerra mondiale si dedica tutta la vita a realizzare bambole. Impara a cucire, a modellare la terra e a plasmare la creta. Nel 1963 ha costruito 15 bambole  frutto di un lungo lavoro  e le fotografa in diverse pose ed espressioni . Crea per ogni bambola diverse tenute, parrucche e cappelli. Tutto il suo lavoro è stato scoperto solo dopo la sua morte.

Non mancano anche figure italiane come il fiorentino Giovanni Galli (1954) di cui vedete il manifesto qui sopra . Giovanni Galli ha lavorato per anni nell’impresa del padre di cosmetici e profumi. Dopo la sua morte e per una serie di problemi psicologici viene internato nel 1993 presso un istituto psichiatrico. Da questa inizia a disegnare.

E’ una biennale dove i colori e le forme esprimono , ossessioni, mostri, paure, istinti sessuali e mappature del funzionamenti dei nostri corpi e dei nostri istinti che per certi aspetti può risultare  avvincente ma anche estenuante.

Per tutte le informazioni sulla mostra guardate il sito www.artbrut.ch

 

Mangerei… un cucchiaio

In un rapporto del World Economic Forum dell’anno scorso si calcola che il consumo di plastica quadruplicherà entro il 2050. La produzione di plastica attualmente si aggira intorno ai 311 milioni di tonnellate e, secondo il rapporto, si prevede che raggiungerà 1.124 milioni di tonnellate entro quell’anno.

Solo il 14% della plastica viene raccolto per il riciclaggio. Dopo le perdite di smistamento e rielaborazione, solo il 5% del valore totale del materiale viene lavorato e utilizzato per un secondo utilizzo. 

A causa del basso valore della materia, vi sono pochi incentivi economici per un riciclo completo della plastica e pochi investimenti sono destinati alla costruzione delle infrastrutture per farlo. Si stima dunque che il 40% del materiale venga inviato in discarica, il 32% venga diffuso nell’ambiente e il 14% venga utilizzato per il recupero.

Pazzesco vero?

Le soluzioni suggerite finora per superare questo problema si sono focalizzate sulla creazione di un solo tipo di plastica, il che consentirebbe la realizzazione di un solo tipo di impianto per il suo riciclo. La cosa, che a parole sembra incoraggiante, cozza purtroppo con la volontà dei produttori decisi a mantenere la situazione attuale così com’è (sigh!).

Nella massa di plastica che ogni anno viene buttata o difficilmente riciclata, una grande parte è composta da posate usa e getta. Nei soli Stati Uniti ogni anno vengono utilizzati 40 miliardi fra cucchiai, coltelli, forchette e cucchiaini di plastica.

Le cifre di cui parliamo fanno davvero paura e se pensiamo che una sola forchetta di plastica impiega centinaia di anni a biodegradarsi, avremo la misura di quanto stiamo riuscendo ad inquinare il nostro pianeta.

La fondatrice della società indiana di posate Bakeys, Narayana Peesapaty, pensa di poter dare una soluzione almeno al problema delle posate di plastica e ha introdotto sul mercato le posate che si possono mangiare.

I cucchiai e le forchette prodotte dalla sua piccola impresa, che conta nove donne operaie, possono definirsi vegani, perché sono fatti con riso, grano e sorgo, un antico tipo di grano originario dell’Africa, scelto per la sua resistenza ai liquidi e perché coltivabile in zone prive di abbondanti precipitazioni.

Le posate sono disponibili in tre gusti: semplice con il solo impasto delle tre farine, con l’aggiunta di zucchero (perfetto per i dolci), salato (con pepe nero e semi di cumino e carambola).

Chi ha assaggiato le posate afferma che hanno il sapore di crakers e ben si sposano con qualsiasi cibo, e se anche dopo l’uso vengono gettate, si decompongono nel giro di tre giorni. L’unica controindicazione è il costo: le posate commestibili costano infatti il doppio di quelle di plastica, ma l’inventrice spera di poterne abbattere il prezzo con lo sviluppo dell’attività.

Per i coltelli invece non c’è speranza… l’umido smussa le lame e li rende inutilizzabili. Bisogna rimettersi a pensare e trovare una soluzione!

Vederci chiaro

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Peggy Gugghenheim

Una volta gli occhiali erano una cosa da tenere cara: si andava dall’ottico dopo aver visto l’oculista (di solito un tipo sussiegoso che la menava con i suoi strambi strumenti) e si sceglieva la montatura sapendo che doveva durare: e che diamine, mica ci si può fare un paio di occhiali all’anno. Ricordo mio nonno e mia nonna sempre coi soliti occhiali. Custodie morbide di pelle, attrezzi spesso grossi che arredavano la faccia e facevano parte d’un paesaggio emotivo interiore (e chi se lo immagina il nonno senza gli occhiali?). In montagna, vicino a casa dei miei, viveva un anziano signore che a un’età veneranda si lamentava di vederci poco. “Nemmeno con questi occhiali, ci vedo! – diceva – E pensare che appartenevano al mio povero fratello, il quale li aveva pagati carissimi!”. Oggi, tutto cambiato: montature e lenti più’ accessibili, certo, ma anche società dei consumi, hanno reso l’occhiale un accessorio, da cambiare come una borsa o delle scarpe. Ogni marchio di moda ha una linea id montature. Ogni ottico offre le cose più’ disparate. Vedo in giro pubblicità del tipo “ti facciamo uno sconto pari ai tuoi anni”. E’ l’unico caso in cui rimpiango di non avere novant’anni! Insomma. l’occhiale è stato liberato per divenire una delle mille cose del consumismo. E allora, ancora una volta, il migliore di tutti è Papa Francesco. Uno o due anni fa si è presentato da un negozio di ottico a Roma e davanti a un commesso stupito ha cosi’ parlato: “Devo cambiare le lenti, ma vorrei tenere la montatura. Sa, voglio pagare il giusto, ma non voglio spendere in superfluo”.

Un passo indietro…

Lunedì 29 gennaio il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso di un centinaio di docenti (96 su 916 per  l’esattezza), ha pubblicato una sentenza secondo cui viene confermata l’illegittimità dei corsi universitari erogati interamente in lingua inglese.

Il Senato accademico del Politecnico di Milano nel 2012 aveva previsto il «rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera». Questo provvedimento ha portato nel corso degli anni ad un aumento significativo degli iscritti ai corsi del Politecnico di Milano e di tutti gli atenei pubblici sparsi in Italia che ne hanno seguito la traccia, segno che i giovani italiani hanno apprezzato e compreso lo sforzo, adeguandosi alle nuove richieste (quanto è bella la gioventù che si predispone con elasticità alle sfide!).

Oggi con la sentenza del Consiglio di Stato questa libertà, che era stata concessa agli atenei e promossa anche dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, è stata sospesa.

Ho letto con attenzione il testo della sentenza del Consiglio di Stato e purtroppo considero questa decisione un pasticciaccio tutto italiano.

Si ciancia «del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento»

Non si può secondo la sentenza «ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare». Il principio è sacrosanto, ma forse non si dovrebbe sottovalutare il fatto che in alcuni ambiti formativi, soprattutto quelli scientifici, a torto o a ragione, la koiné è divenuto l’inglese ed è un trend questo che non si può né arrestare né ignorare.

Sempre secondo la sentenza non si può imporre «quale presupposto per l’accesso ai corsi, la conoscenza di una lingua diversa dall’italiano, così impedendo, in assenza di adeguati supporti formativi, a coloro che, pur capaci e meritevoli, non la conoscano affatto, di raggiungere “i gradi più alti degli studi”, se non al costo, tanto in termini di scelte per la propria formazione e il proprio futuro, quanto in termini economici, di optare per altri corsi universitari o, addirittura, per altri atenei». A mio parere con ciò non solo si ammette la pochezza di una parte dell’offerta formativa della scuola primaria e secondaria italiana, ma se ne sottolineano le pecche che lasciano i nostri studenti ai margini del mercato del lavoro internazionale (è inammissibile che oggi un architetto o un ingegnere o un biologo non conoscano la lingua inglese, ma anche un ragazzo delle medie e del liceo dovrebbe essere adeguatamente preparato a comunicare almeno in una seconda lingua straniera).

Ma ciò che mi ha fatto davvero arrabbiare è la terza ragione della sentenza, che mostra palesemente il desiderio di mantenere lo status quo della formazione universitaria dei dinosauri dell’istruzione, quella parte del corpo docente restia si cambiamenti e che non vuole (perché faticoso) o non può (perché non lo conosce) insegnare in inglese. Secondo questa terza ragione l’erogazione dei corsi in inglese «potrebbe essere lesiva della libertà d’insegnamento, poiché, per un verso, verrebbe a incidere significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, indipendentemente dalla dimestichezza ch’egli stesso abbia con la lingua straniera; per un altro, discriminerebbe il docente all’atto del conferimento degli insegnamenti, venendo questi necessariamente attribuiti in base a una competenza – la conoscenza della lingua straniera – che nulla ha a che vedere con quelle verificate in sede di reclutamento e con il sapere specifico che deve essere trasmesso ai discenti».

Un gran polverone insomma che ha seminato scontento e sconcerto fra gli studenti. Poco importa che l’Accademia della Crusca, solitamente pacata ed equanime, abbia gioito della sentenza.

A voi la parola, ricordando che è nostra precisa responsabilità dare le armi adeguate alle nuove generazioni per aprirsi al mondo e alle nuove sfide del futuro!

Indovinello

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Oggi cambiamo l’indovinello e per il fine settimana vi proponiamo un po’ di giochi con l’arte  che ci vengono direttamente dal signor IORIO, il nuovo personaggio inventato dalla casa editrice Gli Ori e pubblicato su La gazzetta de GliOri.

Si comincia con le differenze :trovate le 5 nascoste.

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Unite i puntini

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Buon divertimento.

 

 

Che rispondere?

Meglio pensare a un percorso di studio o meglio fiondarsi prima possibile in un ambito lavorativo, qualunque esso sia purché ci sia? Meglio “perdere del tempo” in un lungo, estenuante e infruttuoso cammino scolastico o accedere quanto prima al mondo del lavoro con un bagaglio minimo di educazione e studio? Questa sembra l’aut aut suggerito dal presidente di confindustria di Cuneo, che propone alle famiglie con figli in età da liceo di preferire un percorso professionale privilegiando un esame obiettivo della realtà invece di dare “più importanza ad aspetti emotivi e ideali”.

Siete d’accordo con questo accorto pensiero o come me ne siete turbati? Pensate che il compito della scuola sia quello di sfornare solo il perfetto lavoratore (che sia intellettuale o manuale non fa nessuna differenza) o piuttosto un uomo libero, preparato e consapevole?

E ancora lo studio deve essere propedeutico a tutti costi alla professione o deve formare lo spirito critico fornendo quanti più strumenti possibile all’essere umano per esternare proprio la sua umanità?

Ognuno la può intendere come preferisce.

Io sto con Gramsci:

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».