Ognuno lascia la sua impronta nel luogo che sente appartenergli di più (Haruki Murakami)
Autore: italianintransito
Storica per amore dei fatti, accanita lettrice per passione, scrittrice a tempo perso.
Il blog è una finestra sul mondo, un modo per far sentire la propria voce da un luogo non lontano geograficamente, ma distante anni luce dal mio passato.
Condivido ciò che scopro e ciò che so cercando di non perdere mai l'entusiasmo per quello che vedo.
Approfittiamo dell’avvicinarsi dell’8 marzo per lanciare una nuova rubrica sul nostro blog. Come la protagonista di Gone girl di Gillian Flynn, abbiamo pensato che proporre sondaggi e test potrebbe essere divertente e utile a tastare il polso dei nostri lettori.
Questa volta vi proponiamo un sondaggio sulla Giornata internazionale delle donne.
Oltre a scegliere la risposta che fa per voi avrete anche la possibilità di scrivere cosa ne pensate dell’argomento proposto e soprattutto suggerire i prossimi temi!
Ho da poco finito Terre rare, il nuovo libro di Sandro Veronesi. Si presenta come il seguito del suo precedente romanzo, Caos calmo. Ma a dire il vero il libro vive anche da sé.
Quando leggi, ti fai sempre un’idea dello scrittore: è come se tu lo conoscessi. Cosa più complessa è se l’autore, come in questo caso, è un tuo concittadino, ha più o meno la tua età e ha vissuto per un po’ la tua stessa esperienze di crescita nel medesimo ambiente sociale. La lettura, allora, può diventare meno libera e si finisce ricercare nel libro persone e situazioni che fanno parte anche del nostro passato. E così in Terre rare ho ritrovato dei luoghi che conosco o intravisto, persone che mi sembra di avere sfiorato.
Ciò nonostante, il libro mi è piaciuto; è più scorrevole del primo, ma come Caos calmo è un vero viaggio lungo e tortuoso, che conduce a un’illuminazione finale. Nelle ultime pagine si scioglie un nodo della vita, un incorocio di sentimenti centrati sul rapporto tra genitore e figlio, in bilico tra desiderio di proteggere e necessità di scappare.
Da Caos calmo sono passati quasi dieci anni e l’Italia che fa da sfondo alla storia di Pietro Paladini è un’altra Italia; adesso è un paese tuttto diverso, più povero e meno accogliente. Veronesi non fa certo sconti a Pietro Paladini,alle sue debolezze e ai suoi fallimenti.
Appena terminatane la lettura, ho consigliato il libro a mia sorella perché ho trovato, nel protagonista, lo stesso struggimento per la mancanza della madre, prematuramente scomparsa, che io e lei proviamo da quando è venuta a mancare la nostra mamma. La malinconia del protagonista, legata al ricordo della madre, è tracciata in maniera profonda e bella: anche a me è capitato di avere come lui un groppo alla gola, ascoltando le parole della stessa canzone, Nothing Compares to You, di Sinéad O’Connor.
Se siete pronti a scandagliare la vostra interiorità e ad avere compassione per la vergogna e la sconfitta del protagonista, allora Terre rare è davvero un romanzo da leggere.
Per chi volesse commentare con noi il prossimo libro, questa volta proponiamo un thriller di Sebastian Fitzek dal titolo La terapia, edizioni Elliot. Ne riparliamo tra un mese.
Se ci seguite da qualche tempo avrete capito che almeno una parte del duo di autrici di questo blog apprezza i thriller noir, le serie sanguinolente e, ebbene si, i movies catastrofici che comprendono impossibili epidemie, sopravvissuti straccioni, zombies orripilanti e, ci si immagina, anche puteolenti.
Inoltre penso che a pochi di voi, mentre attraversano una landa verdeggiante, sia venuto in mente di pensare se quel luogo possa rappresentare il nascondiglio perfetto in caso di apocalisse zombie, oppure di chiedersi chi abbia ragione nella rappresentazione dello zombie “tipo” (veloce e letale come in World War Z o lento e impacciato, ma sempre letale, come in TheWalking dead).
A tutti noi che ci siamo posti questi ed altri interrogativi simili finalmente una ricerca scientifica, condotta dalla prestigiosa Cornell University di Ithaca, New York, intitolata The Statistical Mechanics of Zombies viene incontro, ammantando così l’argomento di una veste sperimentale!
Fin dalla prima frase dell’Abstract di questo studio le premesse ci sono tutte: “Presentiamo i risultati e le analisi di uno studio in grande scala dell’esatta simulazione dinamica e casuale di una epidemia zombie”, fantastico! La ricerca si basa su equazioni matematiche e proiezioni della diffusione di una malattia, in questo caso quella che rende zombi, ma che può valere anche come modello per altre epidemie. Il team di ricercatori ha composto un esempio attraverso una completa ed esaustiva panoramica di come possa distribuirsi e diffondersi una malattia virale, creando un modello astratto che tuttavia può servire a studiare e circoscrivere un’epidemia reale… ma anche a darci chiari consigli su cosa fare o non fare nel caso di un’apocalisse zombie.
Innanzitutto per scampare ad ogni pericolo serve un piano preciso. Soprattutto è consigliabile evitare i grandi centri urbani (gli studiosi americani suggeriscono di recarsi prima possibile nelle Northern Rocky Mountains, insomma in qualche posto isolato nello stato del Montana o in Canada). State lontani anche da centri commerciali e metropolitane, usate mezzi propri ed evitate lo scontro. Isolarsi è la scappatoia più efficace. È necessario aspettare che le prime fasi dell’epidemia si plachino cercando di evitare ogni contatto con gli ammalati, che si moltiplicheranno nei centri abitati e affollati.
Sembra folle che un gruppo di posati e virtuosi ricercatori abbia simulato un’epidemia di questo genere, tuttavia il Pentagono e il Center for Disease Control americano hanno entrambi utilizzati lo scenario dell’apocalisse zombie per sviluppare programmi di formazione per eventi disastrosi.
L’arte provoca sempre una reazione. Quella contemporanea, poi, sa veramente accendere i sentimenti. Chi la frequenta da sempre si è trovato in mille occasioni di fronte alla rabbia dell’opinione pubblica. E non parlo di opere di per sé provocatorie; ho assistito a questo fenomeno a volte anche semplicemente perché un’opera risultava a prima vista incomprensibile. Ricordo compagni di scuola risero beffardamente quando, nella mia città, Prato, fu collocata la scultura, grazie al cielo ancora lì, di HenryMoore.
Henry Moore
È così che mi sono incuriositaquando in libreria ho trovato un volume dal titolo Le Museé des Scandales scritto da Elea Baucheron e Daine Routex. Il libro, edito per la versione francese da Grund, nel 2013, tratta di come alcune creazioni artistiche, che hanno fatto scandalo nella storia, possono essere lette per comprendere meglio un’epoca intera. E così attraverso 70 opere della storia dell’arte, trattate in 4 aree tematiche, si tenta questa analisi. Si parte con il sacrilegio (e per questo tema Maurizio Cattelan ha ottenuto anche la copertina del libro, con l’opera La Nona ora del 1969) e col politicamente scorretto. Lo si fa analizzando l’opera di Francisco Goya Los caprichos, del 1799, fino ad arrivare a un lavoro censurato del misterioso artista della street art Blu, fatto a Los Angeles nel 2010. Un altro tema che non poteva mancare sono gli scandali sessuali – e qui Egon Schiele si ritrova vicino a Nam Goldin – seguiti dalletrasgressioni artistiche (vi si inizia con Rembrand, La ronde de nuit, 1642 fino a Mr. Brainwash con Life is beautiful). Di ogni opera trattata troverete una breve storia e scoprirete perché fu tacciata di scandalo e cosa veramente cercava di rappresentare.
La rabbia e il disappunto che può provocare un’opera sono sempre forti. Come lo è la distruzione di un’opera. Mi domando come verrà letta dalla storia futura la scellerata furia iconoclastica con cui sono state aggredite pochi giorni fa le statue del museo di Mosul: spero proprio con la stessa riprovazione di oggi. Del resto, quelle pietre trimillenarie rappresentavano un simbolo e questo era inaccettabile per gli estremisti.
Allora la frase riportata nel libro di Pablo Picasso “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti . Ma è uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico” mi echeggia negli orecchi come una giusta e amara considerazione, proveniente dal più amato ma anche osteggiato artista del XX secolo.
Tante cose sono successe. Tante cose belle e meno belle. I giornali parlano delle notizie più rilevanti, mentre noi vogliamo iniziare la settimana con un po’ di buon umore. Oggi parliamo infatti di maglioni per pinguini!
Non stiamo scherzando! La Penguin Foundation di Phillip Island fino a qualche tempo fa ha richiesto, a coloro che avevano a cuore la salute dei piccoli animali, l’invio di maglioncini fatti a mano, 100% lana, per salvare gli uccelli che accidentalmente si sporcavano con il petrolio fuoriuscito dalla navi cisterna che incrociano in quei mari. Innanzitutto bisogna dire che Phillip Island è un’isola a circa 140 Km da Melbourne, Australia, famosa perché è l’habitat naturale dei “little pinguins” i pinguini più piccoli che si conoscano. Eleganti nella loro livrea, i little pinguins sono minuscoli rispetto ad altre specie di pinguini, non sono alti più di 30 cm, e l’isola è l’unico posto al mondo in cui vivono e si riproducono. La Fondazione è un ente rigorosamente no profit, ogni dollaro che viene speso è speso per il benessere di questi divertenti animali. Infatti compiti della fondazione sono promuovere progetti di ricerca e conservazione, soccorrere e riabilitare i pinguini in caso di disastro causato dall’uomo; costruire nuove aree di nidificazione per i piccoli pinguini; monitorare la loro salute e il loro comportamento; proteggere l’ambiente naturale dei pinguini; e contribuire con finanziamenti alla vita della Phillip Island Nature Parks Wildlife Clinic a Phillip Island.
Proprio nell’ambito del soccorso e della riabilitazione dei piccoli pinguini tempo fa la fondazione aveva promosso l’invio di maglioncini fatti a mano, dando anche le specifiche per il loro confezionamento. Infatti gli animali che si sporcano di petrolio vengono coperti con questi vestitini di pura lana che li aiutano a liberarsi dall’unto, evitano che si feriscano cercando di pulirsi, impediscono loro di ingerire le sostanze tossiche contenute nel petrolio e mantengono il corpo degli animaletti ad una temperatura ottimale.
Grazie a questo appello il Parco naturale oggi possiede un grande numero di maglioncini per pinguini (anzi il sito specifica che le scorte sono sostanziose e sufficienti!) che attualmente vengono utilizzati per fare fundraising perché venduti ai turisti che giungono numerosissimi nell’isola.
Il Premio Strega va di pari passo con la storia del nostro Paese. Come si può leggere nel sito ufficiale: “i Premi Strega hanno raccontato il nostro Paese, documentandone la lingua, i cambiamenti, le tradizioni. In questi anni le scelte compiute dal Premio hanno contribuito a migliorare il rapporto degli italiani con i libri, incoraggiandoli a leggere sé stessi, la loro storia e il loro presente attraverso lo specchio della narrativa contemporanea”. La creazione del Premio risale al 1947, e l’intento di coloro che ne promossero la nascita, fu quello di aiutare un’Italia distrutta dalla follia della Seconda Guerra Mondiale.
Eppure questo pezzo di storia italiana da qualche tempo fa acqua dappertutto e viene criticato da molti scrittori e personaggi della cultura. Uno di loro Roberto Saviano con la franchezza che lo contraddistingue ha dichiarato polemicamente sulle colonne di Repubblica: “Allo Strega siamo affezionati perché fa parte della nostra storia, ma negli anni ha perso fascino, perché ormai è diventato un gioco sfacciatamente combinato… Finora si è imposta la regola “quest’anno vince il mio, l’anno prossimo vince il tuo” che sta mortificando i migliori talenti letterari italiani… Un’editoria in crisi non comprende che non è la vittoria di un premio benché prestigioso a dare nuovo lustro all’intero settore, ma la partecipazione che bisogna creare attorno ai libri”. Dunque la proposta di Saviano è quella di candidare un’outsider, uno scrittore fuori dal coro, una persona di cui non si conosce il volto, di cui non si sa neppure con certezza se si tratta di uomo o donna: Elena Ferrante. Le ragioni sono diverse la prima e la più importante è quella che la sua partecipazione “romperebbe gli equilibri di un gioco scontato”, portando una ventata d’aria fresca con il suo progetto letterario moderno nato ventitré anni fa, attraverso il libro, la carta stampata, le parole da lei scritte che non necessitano della presenza stessa dell’autrice, e questo basterebbe per Saviano a scatenare un dibattito, finalmente uno scambio di idee, quello che da’ il senso alla letteratura. Elena Ferrante ha accettato di concorrere al Premio Strega 2015 con L’amica geniale e rispondendo all’invito di Saviano nello stesso modo dalle colonne di Repubblica, non aspettandosi di vincere, né di arrivare nella cinquina finale e soprattutto senza presentarsi di persona afferma “È giusto e urgente, a volte, sparigliare le carte, ma le carte è ancora più giusto leggerle e farle leggere”.
Spirano venti di guerra dalle nostre parti. Libia, Ucraina, Medio Oriente. Come sempre in questi casi i fautori dell’intervento e quelli che sostengono le ragioni del dialogo. Ma nessuno che parli di una cosa fondamentale: ogni guerra è in se stessa assurdamente crudele. In guerra pochi decidono della vita di molti e magari si sentono anche la coscienza a posto. I media parlano di intervento e si improvvisano esperti di cose militari, senza dire che l’unica certezza è la sofferenza più atroce per chi si ritrova, in una maniera o nell’altra, nei combattimenti.
1914, messa in scena , scenografia e luci di Robert Wilson
Già durante e all’indomani della prima Guerra mondiale ne avevano parlato due scrittori diversissimi: Jaroslav Hasek e Karl Kraus. Ceco il primo, austriaco il secondo. Hasek era un umorista che prese ferocemente per i fondelli le gerarchie militari, assieme alla retorica della guerra giusta, nella celebre opera il Buon soldato Sc’veik. Kraus era un intellettuale e un polemista formidabile che si scagliò contro le menzogne del potere e della stampa di allora sulla guerra: non c’era niente di giusto in essa, solo orrore cieco e irrefrenabile.
1914, messa in scena, scenografia e luci Robert Wilson
Avevano ragione questi due esseri inferociti: la prima guerra mondiale fu un’inutile carneficina.
Ce lo ha ricordato un magnifico spettacolo teatrale di Robert Wilson, prodotto l’anno scorso in occasione del centenario della prima guerra mondiale: si chiama 1914. E’ basato proprio sui lavori di questi scrittori. La parte di Hasek è burlesca e recitata in costumi e scenografie splendidi, con le assurdità geniali del soldato Sc’veik che ridicolizza ogni istituzione legata alla guerra; quella di Kraus è durissima, con una figura femminile che appare nerovestita sul palco e si muove come la Morte ne Il settimo sigillo di Bergman, recitando parole che riportano alla crudezza della realtà di ogni conflitto. A un certo punto il teatro è invaso da fumi di scena, con i personaggi che cantano e avanzano a ritmo di musica dal fondo della scena, indossando maschere antigas. Nello spettacolo le luci e le scene erano un’opera d’arte visiva, e per certi versi si provava la stessa emozione di vedere l’arte contemporanea fusa con l’arte del teatro. La prima dello spettacolo è stata presentata da pochi giorni al Festival Scenes d’Europe a Reims, indimenticabile.
È universalmente noto che a Venezia si svolga dal 1948 la Biennale d’Arte probabilmente più famosa al mondo. La Biennale (basta il solo nome per definirla) deve la sua fama alla capacità della provata macchina organizzativa, che riesce a portarvi i migliori artisti da ogni angolo del mondo, ma sicuramente a tale fama non estranea è anche la location, assolutamente da sogno, rappresentata da una delle città più belle del mondo.
Esistono però altre mostre d’arte a scadenza biennale che, non altrettanto note, svolgono nel loro piccolo un enorme lavoro di conoscenza e avvicinamento all’arte.
Fra tante altre, interessante è la Biennale di Dharavi in India. Dharavi non è una città, non è un villaggio, è lo slum più grande del mondo (ricordate The Millionaire, il film premio Oscar di Danny Boyle?) con oltre 750.000 abitanti nel distretto finanziario di Mumbai. Ebbene qui dal 15 febbraio al 7 marzo si svolge la prima Dharavi Biennale, basata sul contributo culturale ed economico della popolazione dello Slum di Dharavi. Questo luogo conosciuto per le condizioni di estrema indigenza in cui versano i suoi abitanti e allo stesso tempo per la sua incredibile forte espansione, attraverso l’arte cerca di reinventarsi. E lo fa presentando centinaia di opere incentrate sulla violenza, l’alimentazione, la salute e il lavoro nello slum. Tutto ciò non solo a scopo artistico, ma anche e soprattutto a scopo educativo. Il tentativo è infatti quello di collegare l’arte alla scienza per promuovere la salute attraverso la creatività.
Organizzata dalla SNHEA (Society for Nutrition, Education & Health Action), ong indiana che si occupa della salute delle mamme e dei neonati, che si batte contro le violenze domestiche e sulle donne, che promuove la salute e la nutrizione dei bambini e la vita sessuale e riproduttiva consapevole, attraverso la Biennale di Dharavi punta lo sguardo sugli aspetti positivi e negativi della vita dello Slum. La maggior parte delle opere d’arte esposte sono state realizzate non solo da grandi artisti, ma da molteplici laboratori nati per l’occasione e sono tutte create con materiali riciclati.
Cosa mi piace? Tutti quei luoghi che accumulano una storia. Ho in mente un vecchio ristorante, vicino ad un teatro, con dentro, sui muri, tantissime testimonianze di vita e arte, come foto di attori, artisti, poeti o persone qualunque passate di lì, ma anche disegni, quadri, vecchi menu e manifesti teatrali.
Cosa non mi piace? I luoghi anonimi, tutti uguali, perfetti nella cura della tappezzeria e nel design, ma incapaci di raccontarti ciò che sono. In quei luoghi non si può piu rintracciare la passione e la storia di chi ci lavora o ci abita.
Mi piace visitare o farmi ospitare in tutti quei luoghi che sono curati come se fossero lo specchio dell’anima di chi ci vive. Mi sembrano sempre piu rari, ma anche per questo sempre piu pregiati.