La signora dei selfies…

Avete pensato che parlassimo di qualche starlette diventata famosa su Instagram?

Invece abbiamo in serbo una bellissima storia della prima donna “ammalata” di selfies quando questi non esistevano ancora. È una storia stramba che nasce in Francia nei primi anni del ‘900. La signora in questione si chiamava Suzy Solidor, cantante e attrice francese nata nel 1900 e morta nel 1983, fu simbolo della “garçonne” degli Anni Folli di Parigi (1920-1930). Fisico androgino, voce profonda e frangetta divenne in quegli anni famosissima negli ambienti omosessuali della capitale francese.

Suzy Solidor

Aprì un celebre cabaret chiamato La vie Parisienne in cui passarono i più grandi artisti dell’epoca. Oggi viene ricordata come la donna più ritratta del mondo in quanto di lei esistono ben 225 dipinti fra cui spiccano quelli di artisti famosi quali Tamara de Lempicka, Jean Cocteau, Francis Bacon, Man Ray e Francis Picabia, George Braque, Moise Kisling, Raoul Dufy, Leonard Foujita.

Suzy era consapevole della sua bellezza e della sua bravura come cantante, faceva parte dello show business della Parigi felix ed amministrò il suo successo anche attraverso i ritratti che ne celebravano la figura e che furono realizzati per lei dai più grandi artisti dell’epoca, ai quali chiedeva esplicitamente di dipingerli.

Rappresentava la donna nuova, simbolo di emancipazione e ispirava e solleticava l’immaginario collettivo. Diversa e conturbante segnò un’intera epoca. Che stile, che tempra altro che le Kardashian…

Lempicka - 1933

QIU ZHIJIE

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Qiu Zhijie

Non è ancora finita la mostra dell’artista Ai Weiwei  al Musée Cantonal di Losanna, che già si sta per inaugurare  – il 17 novembre – un’altra mostra su un artista cinese, più giovane di Weiwei: Qiu Zhijie. Si terrà  a Ginevra, al  Centre d’Art Contemporain.

Due artisti per molti aspetti diversi, ma che hanno in comune un forte legame con le tradizioni e il passato del paese di mezzo. Per noi si tratta di un’ulteriore occasione di confronto e dialogo con una cultura ancora, per certi versi, lontana o comunque poco conosciuta. Ai Weiwei  ha collocato i suoi lavori nel museo di Losanna, inserendosi nelle varie sezioni del museo: dalla geologia. all’archeologia. Antico e presente ci accompagnano per tutta la mostra e non mancano di stupirci, con  incredibili  installazioni uscite dalle manifatture cinesi.

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Ai Weiwei, Untitled, 2016 (16 elementi in legno fabbricati alla maniera cinese classica senza chiodi)

Qiu Zhijie, invece, è conosciuto per il suo interesse  nei confronti della calligrafia, una forma d’arte in Cina. Negli anni Novanta usava fotografarsi di tre quarti, riportando grandi caratteri cinesi sul proprio corpo. Il tema dell’identità in rapporto con i codici della società, è al centro del suo lavoro. Lavora con il video e la fotografia performance ed installazioni. Qiu Zhije è inoltre un disegnatore di mappe , un cartografo di percorsi immaginari; alcune di esse sono prodotte su carta con tecniche antiche, altre sono direttamente disegnate sui muri con l’inchiostro nero di china. Quest’anno tra l’altro è stato il curatore del padiglione cinese alla Biennale di Venezia.

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QIU ZHIJIE,One Has to Wander through All the Outer Worlds to Reach the Innermost Shrine at the End, 2016

Soluzione dell’Indovinello

Era difficile vero? Lorenzo e Giacomo eccezionali. A tutti gli altri grazie per averci provato…

L’album è dei The teeers, band svizzera che fa musica elettro pop, si intitola It’s not a game, ed è del 2013. L’Album, in vinile a tiratura limitata, è stato pubblicato dalla Villa Magica, casa discografica a sua volta appartenente a due famosi artisti svizzeri John Armleder e Sylvie Fleury.

Il duo di artisti che hanno creato la copertina si fa chiamare Toiletpaper, nome dietro il quale si celano Maurizio Cattelan e il fotografo Pierpaolo Ferrari.

Fa parte delle tante copertine d’autore che hanno caratterizzato la storia della musica del XX e XXI secolo.

Indovinello

Con oggi apriamo il nostro INDOVINALA GRILLO, al quale vi invitiamo a partecipare numerosi.

Si baserà sull’indovinare, come in passato, brani di libri, opere d’arte, autori ed artisti. La novità è che terremo una classifica di coloro che hanno risposto correttamente all’indovinello settimanale e prima delle vacanze estive proclameremo il vincitore, che semplicemente verrà incoronato il più bravo della classe e al quale tutti dovremo virtualmente battere le mani!

E poiché “quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare” (“cuz when the going gets tough, the tough get going”, come diceva il mitico John Belushi in Animal House), beccatevi questa copertina d’autore (con il nome della band ma senza il titolo dell’album, sennò, vi conosciamo, andate a cercare su Google!). Vogliamo sapere da voi chi è l’autore dello scatto. Possiamo aiutarvi dicendo che gli artisti sono due di cui uno fotografo… ma basta così! Buona fortuna a tutti. Storia e soluzione domenica sera!

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Buono e bello

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Mimmo Paladino, Portale d’ingresso in terracotta

Ecco un luogo di cui andare orgogliosi. Si trova a Milano ed è il refettorio Ambrosiano. Caritas e Diocesi Ambrosiana lo hanno creato assieme, a partire da un’intuizione del celebre chef Massimo Bottura e di Davide Rampello. E’ dedicato alle persone in difficoltà: rende disponibile un buon pasto per loro, ogni giorno. E già questa sarebbe, di per se stessa, una gran bella cosa. Ma si tratta anche di un’idea assai particolare, soprattutto per il modo in cui è nata: grazie all’impegno di uno chef stellato, di designer, di artisti .Refettorio-ambrosiano010-769x514

In occasione dell’Expo del 2015, Bottura e Rampello pensarono di creare un luogo dove chi vive ai margini potesse mangiare un pasto caldo e dove si potesse anche impegnarsi contro l’ingiustizia dello spreco alimentare. E su questo punto dobbiamo dire qualcosa:  se è vero che basterebbe la metà del cibo che viene sprecato ogni giorno per sfamare i malnutriti di tutto il mondo, perché non accettare la sfida e invertire i termini della questione relativi a questa assurdità?

E dunque, nel refettorio si cucinano ottimo piatti con ingredienti di eccedenza dei supermercati. Durante il semestre di Expo Italia vi sono venuti a lavorare tantissimi chef da alcuni dei piu’ importanti ristoranti internazionali.

Agrodolce
Massimo Bottura

E non finisce qui :  un gruppo 13 designer ha creato i tavoli stessi del refettorio. Nomi importanti, da Alessandro Mendini, a Pietro Missoni, a Terry Dwan . Ogni tavolo è un lavoro a sé e ha un titolo . Nel refettorio, poi, campeggiano i lavori degli artisti  Carlo Benvenuto, Enzo Cucchi, Maurizio Vannucci, Mimmo Paladino e Gaetano Pesce. Mimmo Paladino, infine, ha realizzato il portale d’ingresso in terracotta, chiamato La porta dell’accoglienza.

Il refettorio è un luogo dove, nello spirito di accoglienza, si cerca di dare il pane (nel senso piu’ nobile del termine) e il companatico del calore umano a chi ne ha bisogno, unendo il buono  della nostra cultura gastronomica con il bello dell’arte. Un esperimento nuovo in cui la solidarietà diventa un percorso di sostegno alla dignità.

Da dove vengono gli emoji

Tutti le abbiamo usate almeno una volta nei nostri messaggi telefonici o sulle mail. Servono per enfatizzare o smorzare i concetti che esprimiamo a parole, o semplicemente per rispondere velocemente a una domanda o per mostrare partecipazione o fastidio.

Sono le emoji, quelle faccine (e non solo) che sempre più spesso appaiono sui nostri telefoni, e che, soprattutto alla mia età, non tutti sanno usare correttamente, perché non sappiamo esattamente a cosa corrispondono. In fondo sono divertenti, no? Riempiono gli spazi bianchi e per una come me, che non riesce a sopportare neppure il silenzio in ascensore (il tentativo è sempre di spezzarlo con commenti sul tempo non richiesti), sono una vera e propria manna! Ma vi siete mai chiesti come nascono gli emoji e chi decide di quale faccina, espressione, animaletto, segno convenzionale abbiamo bisogno? Cercando di rispondere a queste domande mi sono addentrata in un mondo di cui non conoscevo assolutamente l’esistenza. Innanzitutto gli emoji nascono tutti nella Silicon Valley, presso l’Unicode Consortium, associazione no-profit ma partecipata dai giganti del WEB, che dal 1991 si occupa di uniformare tutti gli alfabeti e i vari segni grafici in modo che ogni linguaggio, ogni sistema operativo e ogni computer siano in grado di riconoscerli, affinché non venga perso nessun dato prezioso (vi ricordate quando i Mac non “parlavano” con gli altri computer, ebbene quella è storia ormai vecchia). Un’equipe di ingegneri prima di inserire nuove icone si pone tre domande fondamentali: la richiesta di questa nuova emoji è alta? servirà? verrà usata? Se sì è la risposta alle tre questioni, l’Unicode rilascia un glifo (dal greco γλύφω: incidere), cioè un disegno di base, che le varie compagnie potranno ulteriormente personalizzare (e questa è la ragione del perché le faccine delle emoji non sono tutte disegnate nella stessa maniera).  Se vi interessa saperne di più potete consultare Where do emoji come from un simpatico libro digitale che vi spiegherà tutto per filo e per segno.

Se desiderate che venga introdotto un nuovo segno, una nuova faccina, un nuovo cibo, un nuovo utensile, una nuova emozione ecc. non vi resta che inviare la richiesta all’Unicode Consortium, che, state sicuri, vaglierà la proposta. Infatti è di questi giorni la polemica se è giusto o meno introdurre l’emoji che rappresenta la mitica “pile of poo” in atteggiamenti differenti da quello attualmente in uso, che la vede sorridente e felice. Evidentemente era giunta dagli utenti la richiesta di una “cacca” triste, o preoccupata o arrabbiata. Dunque poiché questa è la dimostrazione che questi signori non hanno di meglio da fare che introdurre nuove emoji, non vergognatevi a richiedere ad esempio un piatto di lasagne o la faccia della suocera arrabbiata, chissà che non veniate esauditi!

 

 

Happinez

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Tra tutte le convinzioni di questo nuovo millennio una si sta diffondendo con grande  rapidità: per vivere bene occorre attirare le energie positive che emanano da persone e situazioni. Un po’ ovunque mi trovo a leggere di comportamenti da evitare o da mettere in pratica, per intercettare queste supposte energie e saper riconoscere ed evitare chi o cosa, invece, sparge una supposta negatività.  Perciò non è un caso se, entrando in questi giorni in un’edicola, mi sono trovata davanti una rivista colorata e accattivante dal titolo: Happinez. L’ho acquistata e leggendola ho scoperto che è nato un vero e proprio business del positivo: incensi, candele, profumi, collane della serenità, sciarpe decorate con petali di rose e chi più ne ha più ne metta: il  tutto comprabile on-line.úimage

Oltre a tutti questi oggetti legati al feticismo della felicità, la rivista propone anche degli articoli,più o meno interessanti, su  nuove tecniche da adottare per lasciare entrare “aria nella mia vita”. Una tecnica mi ha colpito:  si chiama Emotional Freedom Technique, o EFT, una pratica psicocorporale che aiuta a tamponare certi meridiani (giuro che li chiamano cosi’) su cui concentriamo le nostre energie negative. Vi è anche descritta la “serendipite”ovvero il saper cogliere e apprezzare le cose belle che si presentano in modo semplice e inaspettato  nella nostra vita.

E poi vi ho trovato una caterva di consigli sull’amore e su come vivere il nostro quotidiano in modo più leggero (oggi va di moda questo aggettivo, usato spesso a sproposito) e gioioso.images

Infine, in ogni numero della rivista si trovano delle personalità che esprimono parole e pensieri ispirati a temi legati al vivere bene: amore, gratitudine, semplicità, coraggio.

Insomma: la saggezza del vivere quotidiano da mettere in pratica. Boh, non so che dire. Tutte cose vere, che un tempo facevano parte del buon senso. Ora se ne parla come di una riscoperta. Non sarà mica che abbiamo perso quel po’ di uso di mondo e di senso comune che sembrava connaturato ai nostri nonni?

Babele a Ginevra

Esiste a Ginevra un luogo magico, di cui abbiamo già parlato. La Fondazione Bodmer, uno scrigno incantato che raccoglie libri. Una delle biblioteche private fra le più ricche del mondo, costruita da Martin Bodmer attorno all’idea della Weltliterature, termine coniato da Goethe, su un concetto già espresso in nuce da Giambattista Vico e Voltaire, secondo il quale tutta la produzione letteraria mondiale è connessa in quanto espressione della più alta creatività umana.

Alla base della Weltliterature si pone naturalmente come fondamento imprescindibile l’opera della traduzione, e proprio alla traduzione è dedicata la mostra che si aprirà l’11 novembre presso il museo della Fondazione: Babel à Geneve. Les routes de la traduction.

Nessun luogo meglio di Ginevra poteva ospitare una simile esposizione. Luogo in cui si intrecciano lingue diverse, tradizioni e modi di vita differenti, Ginevra è una vera e propria Babele. Per lungo tempo la ricchezza che rappresentano le lingue diverse è stata percepita come una maledizione lanciata da Dio per punire l’uomo (la storia della Torre di Babele). Per lungo tempo si è pensato che questa ricchezza non avrebbe fatto altro che confondere ed alimentare incomprensioni ed odio, poi grazie al potere della traduzione ciò che era incomprensibile è divenuto palese e il viaggio in altre culture e modi di pensare è iniziato. Il lavoro di traduzione dunque come un itinerario di conoscenza con tutto ciò che esso comporta, la fedeltà al testo innanzitutto, questione a tutt’oggi assolutamente irrisolta.

Un giro nella splendida villa che guarda il Lago Lemano e che accoglie la Fondazione è assolutamente consigliato, posto magico che con le nebbie autunnali acquista una bellezza struggente.