La libreria ideale

La libreria dei miei sogni si trova in Cina! In una città che a noi europocentrici forse dice poco, ma come tante altre in questo immenso paese conta più di 10 milioni di abitanti.

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Nella città di Chengdu infatti è stata aperta ultimamente una libreria con milioni di volumi in vendita, che rende l’acquisto di un libro una vera e propria esperienza sensoriale.

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La libreria è stata commissionata dalla casa editrice Jin Hao di Shanghai ad un archistar cinese Li Xiang dello studio XL Muse e consiste in 930 metri quadrati attrezzati per la lettura e i volumi in vendita.

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Alla faccia di chi diceva che con le nuove tecnologie il libro è passato di moda!

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Il dipinto è opera dell’artista Carla Accardi ( 1924-2014) e si intitola Lontano dileguando del 1985.

Chi conosce i suoi lavori sa quanto questa pittrice ha contribuito a promuovere l’arte informale italiana. Femminista impegnata, amica di poeti da cui ha preso ispirazione per molti titoli delle sue opere. Le sue tele sono fatte di segni aggrovigliati che si ripetono creando delle strutture ritmiche e dinamiche che ci appaiono come frammenti di un unica superficie.

 

“Spesso il male di vivere ho incontrato”

Non si tratta di attualizzazione “facile”, non si tratta di sovrapporre categorie moderne a concetti antichi, ma leggendo il bel libro di Donatella Puliga, scrittrice e filologa, intitolato La depressione è una dea. I romani e il male oscuro (Il Mulino, 2017) si apre un velo non solo sul nostro passato storico ma anche su quella che non è una patologia (disturbo dell’umore, stato d’animo alterato o come la si voglia definire) che appartiene solo ai nostri giorni.

C’è un’analogia fra ciò che credevano i romani a proposito del “male oscuro” e quello che attualmente si sa della depressione, segno che già alla loro epoca gli antichi avevano fatto una seria riflessione sulle implicazioni di questa malattia dell’animo. Superata infatti la concezione greca secondo la quale la depressione era data da una sovrabbondanza di “bile nera”, uno dei quattro umori dall’equilibrio dei quali dipendeva la salute dell’individuo; nel mondo romano – poiché si credeva che la psiche funzionasse come proiezione di forze divine – la depressione era personificata da una dea: la dea Murcia. Di Murcia sappiamo poco, fa parte infatti di quelle divinità minori che non sono assurte a posizioni particolarmente importanti nel pantheon romano. È citata da Sant’Agostino e prima di lui da Livio

Sotto il malefico influsso di Murcia l’uomo diventa murcidus ossia inetto e pigro, spento, opaco, senza voglia di vivere. Il termine si lega inevitabilmente anche all’aggettivo marcido che significa marcescente, putrido, e di conseguenza anche al concetto di vecchiaia e all’aggettivo veternus, che secondo Servio rappresentava uno stato di indolenza e apatia, una malattia interiore cioè un morbus internus che rendeva gli uomini vecchi prima del tempo .

Cicerone, Orazio, Lucrezio, Seneca tutti hanno descritto, soprattutto nei loro epistolari – spazi privilegiati, dedicati all’introspezione – la depressione a modo loro. Per Orazio era un torpore mortale, il funestus veternus. Per Seneca era il taedium vitae e nel trattato Sulla tranquillità dell’animo donava già allora alcune ricette per gestire questo malessere.

Un libro interessante che spiega come nel mondo romano la depressione si svincola dalla mera sfera corporale e si lega saldamente alla dimensione della mente e dei suoi fantasmi. Sembra dunque che quel male oscuro che domina la modernità in realtà sia, ahimé, un male antichissimo.

Sol LeWitt Between the Lines

 

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-“Cosa possiamo fare ?” – “Mah, potremmo andare a vedere la mostra di Sol Lewitt”. Dialogo preso dal film Manhattan, ambientato nella Grande Mela degli anni settanta del novecento. Mi è tornato in mente visitando, appunto,  la mostra di Sol Lewitt,  aperta a Milano, alla fondazione Carriero, a cura di Francesco Stocchi e Rem Koolhaas. L’esposizione è un incanto, sia per le opere ivi riunite, sia per il modo in cui è allestita negli spazi, non grandi, della Fondazione. Un pensiero vi accompagna per tutta la visita dei tre piani del palazzo: il dialogo della geometria, le forme essenziali geometriche che vengono messe a nudo raccontano lo scheletro della storia dell’arte. “Il quadrato e il cubo- ci ha spiegato bene l’artista- non hanno la potenza espressiva di altre forme” e per questo “ liberati dalla necessità di essere significativi di per sé” divengono “congegni grammaticali da cui prendere l’avvio all’opera” . E’ questo che succede quando vedi le opere di Sol Lewitt: sei portato a pensare non a ciò che provi ma cosa sottintende un atto artistico, quali sono i meccanismi che fondano l’arte e quali sono tutte le sue potenzialità.

E davvero ottima è  la selezione delle opere. Le structures bianche e nere, i wall drawings composti di linee tracciate sui muri,, seguono un unico pensiero: indagare, riflettere, sul processo che costituisce l’arte.

Grant Wood e le bucoliche americane

Con il termine “Americana” in inglese si definisce tutto ciò che è legato alla storia, alla geografia, al folklore o al patrimonio culturale degli Stati Uniti. Che si tratti di manufatti e dunque di cose materiali o immateriali – quali l’identità nazionale, il contesto storico, il patriottismo o la nostalgia, le credenze o gli ideali guida e lo stesso “American Dream” – tutto gioca un ruolo importante a definire il concetto di Americana.

Icona di questa quasi inafferrabile idea è il lavoro di un artista statunitense che divenne famoso negli anni ’30 e al quale è stata a torto attribuita una riduttiva “Regionalist Vision”.  L’artista è Grant Wood al quale il Whitney Museum of American Art dedica la più completa retrospettiva mai organizzata finora: Grant Wood: American Gothic and Other Fables. Attraverso i suoi primi oggetti decorativi e gli oli impressionisti passando tra i suoi dipinti maturi, i murales e le illustrazioni di libri, la mostra rivela un artista complesso e sofisticato la cui immagine di contadino-pittore era mitica come le favole che dipingeva nella sua arte. Grant Wood cercò di modellare attraverso la pittura un mondo di armonia e prosperità che doveva rispondere al bisogno di rassicurazione dell’America in un momento di rivolte economiche e sociali causate dalla Depressione e più tardi dalla Seconda Guerra Mondiale.

Sotto l’aspetto apertamente e forzatamente bucolico, la sua arte riflette l’ansia di essere un artista e un omosessuale nel Midwest negli anni ’30. Raffigurando le sue ansie subconsce attraverso le immagini populiste dell’America rurale, Wood realizza immagini che parlano sia dell’identità americana sia dell’estraniazione e dell’isolamento della vita moderna.

Le curatrici delle mostra sperano di rivelare oltre alla complessità intrinseca dell’opera di Wood, finora negata, anche la rilevanza che essa acquista nell’attuale clima politico della nazione. Negli anni ’30, infatti, erano già presenti quei temi scottanti trattati dall’artista che dividevano e alimentavano la conflittualità della società Americana e che sono ancora oggi quanto mai ricorrenti e roventi.

Populismi e democrazia

 

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In Europa tendiamo a dare per scontata la stabilità delle istituzioni democratiche. Certo, nel corso della nostra vita abbiamo visto democrazie finire male, ma si trattava di paesi molto lontani, anche per storia, e ultima da noi. Eppure abbiamo torto: le democrazie cominciano ad essere a rischio. E non per l’emergere di tendenze rivoluzionarie, quanto per un insidioso fenomeno chiamato populismo.

Il pericolo – io trovo – viene soprattutto da una nuova classe politica, eletta democraticamente, normalmente sull’onda di un’ondata di indignazione contro i partiti tradizionali e la corruzione, che sostiene agende populiste e attraverso esse compie impercettibili, ma continui, passi verso ciò che un tempo si chiamava autoritarismo. La stampa viene sbeffeggiata, gli avversari delegittimati con campagne di fango, il diverso demonizzato e via e via, sin quasi a dimenticare che i diritti umani – fondamento della civiltà e della cultura democratiche – sono universali, ossia riguardano tutti.download-1

Bene ha fatto Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch nel rapporto annuale della prestigiosa organizzazione, a scrivere un’introduzione proprio su questo tema: The Pushback against the Populist Challenge. Vi si sostiene che questo serpente del populismo fa tanti danni, ma che si può e si deve combattere. Non importa essere grandi e potenti per farlo, dice Roth, citando esempi di piccoli stati o di organizzazioni della società civile che hanno vinto importanti battaglie  contro di esso. Curiosamente, alcuni fra i migliori esempi vengono dall’Africa, dove la società civile ha saputo bloccare il progetto scellerato di diversi governi che volevano abbandonare in massa la corte penale internazionale. Chissà, magari i medesimi africani adesso guardano con pietà a noi Europei, apparentemente incapaci di bloccare la crescita dei populismi e dicono: “ poveretti, dobbiamo aiutarli a casa loro”.

 

 

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Bravo a chi ha pensato a De Chirico!

Un po’ inconsueto rispetto ai dipinti più facilmente riconoscibili, si tratta di un ritratto che fa parte della serie dedicata a Isabella Far seconda moglie del pittore. Il titolo dell’opera è L’autunno, del 1935 e si riferisce con ogni probabilità alle foglie presenti sull’abito di Isabella.

Una figura isolata su un sfondo profondissimo, il soggetto è delicatamente bello e De Chirico lo rende con una mirabile leggerezza di esecuzione che mostra come l’artista avesse raggiunto una potente maestria nella pittura realistica basata sulla sua personale ricerca sulla tradizione della tecnica pittorica.

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