Pecore. Mia madre ne era una collezionista sfegatata, le pecore sono sempre state i suoi animali preferiti di stoffa, ceramica, legno e ferro: ne abbiamo avute di tutti i tipi. Nel nostro presepe erano i figuranti più numerosi e tra le montagne di carta, tra le insenature rocciose spiccavano a mucchi con i loro manti bianchi. Siamo gente vissuta in campagna e ricordo che un anno mia madreriuscì perfino ad organizzarsi con un pastore che venne a far visita, con le sue pecore, al nostro presepe nel bosco.
Non è un caso dunque se in casa mia venisse coltivata una vera e profonda amicizia con un’artista a che aveva nelle pecore il proprio tema e soggetto preferito. L’artista è scomparso quest’anno, si chiamava Menashe Kadishman e, come spesso accade, la sua vita ha coinciso con il senso delle sue opere: fu infatti anche pastore dal 1950 al 1953 nel Kibbutz israeliano di Ma’ayan Baruch.
I dipinti di Menashe Kadishman hanno una superficie materica, spessa, realizzata con pennellate veloci, a volte con inserti di stoffa o materiali diversi.Ha rappresentato volti di pecore come fossero ritratti di volti umani. Ogni pecora ha una personalità, un colore, un’espressione. In scultura invece le ha realizzate in ferro, ambientate su un dosso, su rotoli che ricordano una ruota di fieno, oppure semplicemente ritraendone il muso sorretto da un fil di ferro.
In Italia era legato anche a una curiosità del cinema: le sue pecore vive e dipinte sul manto, presenti alla biennale di Venezia del 1978, apparvero in un film con Alberto Sordi dal titolo “Le vacanze intelligenti” .
Ora che mia madre, non c’è più ed è Natale, il suo volto si confonde con quello tenero, mite e buono delle pecore.
Ha incantato generazioni di lettori con i suoi romanzi fatti di accese passioni, lunghi corteggiamenti, flirt e delusioni cocenti. Stiamo parlando di Jane Austen che è nata il 16 dicembre del 1775.
La sua scrittura solo apparentemente superficiale è in realtà complessa e talmente ben affinata che arriva al cuore di quella realtà borghese che descrive, divenendone specchio veritiero. Si direbbe che la Austen possedesse una sorta di capacità cinematografica nell’approcciare i suoi personaggi. Inoltre mai si intuisce nei suoi romanzi da che parte stia l’autrice, anzi il lettore ha l’impressione di entrare direttamente nella testa dei vari caratteri e addirittura viene invitato a riscrivere le vicende seguendo la personale inclinazione. Quindi solo apparentemente la Austen incarna la scrittrice vittoriana, anzi si discosta dalla freddezza anglosassone dimostrando un genuino talento comico.
“Elisabeth era ben lontana dal sospettare di essere diventata essa stessa oggetto di un certo interesse agli occhi del suo amico. Sulle prime Mr Darcy aveva addirittura stentato a trovarla graziosa; al ballo l’aveva guardata senza ammirazione; e dopo di allora non l’aveva osservata se non per criticarla. Ma quando fu ben chiaro a lui e a tutti i suoi amici che nel viso di lei i bei lineamenti scarseggiavano, solo allora cominciò ad accorgersi della straordinaria intelligenza di quel viso illuminato da due bellissimi occhi neri. A questa scoperta ne seguirono altre non meno mortificanti. Benché il suo occhio critico avesse infatti riscontrato in lei più di un difetto di simmetria, non poté non riconoscere che la sua figura era snella e aggraziata; e mentre notava che le sue maniere non erano quelle dell’alta società si sentiva attratto dalla briosa spigliatezza… Mr Darcy cominciò a desiderare di conoscerla meglio, e il primo passo per arrivare a parlare con lei fu di prendere parte alle sue conversazioni con altri” da Orgoglio e pregiudizio
Chi non vorrebbe vedere cominciare così una storia d’amore?
Il mio 2015 è associato a un libro di Emmanuel Carrère: Il Regno. È la storia di San Paolo, dei primi evangelisti (Luca soprattutto) dei loro rapporti con le prime comunità cristiane; il tutto scritto- come solo Carrère sa fare- come fosse un romanzo, con parti autobiografiche e digressioni di vari natura, sempre intelligenti e profonde.
Carrère non è credente. Ha rispetto, però, per come questo cristianesimo si sia diffuso nel mondo, strutturandosi progressivamente ma senza mai recidere il legame con il suo rivoluzionario fondatore e con la sua promessa del Regno dei cieli. Non è un libro apologetico -come le cose noiosissime, che ci facevano leggere da piccoli in occasione del catechismo- anzi, è a tratti anche molto scettico. Ma è pieno di stupore dinanzi a un’avventura umana e spirituale che non smette di sorprendere, perché partita da qualcuno che diceva che i miti erediteranno la terra e gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio. Queste parole oggi sembrano così necessarie e forse per questo non cessano di attrarre chi sa pensare al di là dei dogmi, religiosi o laici che siano. E Carrère ha voluto scrivere un omaggio laico a questa tradizione religiosa , che in definitiva è fondata sull’amore.
Senza arrivare ai casi estremi come quello di Bilbao – che da città post industriale, grigia e semi sconosciuta grazie ad un ardito piano di rigenerazione, comprendente anche la costruzione e inaugurazione del Museo Guggenheim, progettato da Frank Gehry, è oggi un esempio di riqualificazione urbana da seguire – si possono fare interventi di modesta spesa ma di impatto sorprendente.
È quello che suggerisce lo studio di architetti AKB di Toronto, Canada, che ha installato a Newmarket, una cittadina dell’Ontario, uno Story Pod, cioè un guscio che cela al suo interno un preziosissimo contenuto.
Infatti in un’area urbana scarsamente frequentata è nata una “scatola per libri” posta ai margini di una piazza recentemente ristrutturata, nel centro del quartiere storico della cittadina, la cui funzione è quella di favorire gli incontri e stimolare i fruitori alla lettura.
Si tratta di una struttura con mura girevoli che di giorno resta completamente aperta mostrando comode sedute e scaffali colmi di libri, mentre di notte viene chiusa e assume l’aspetto di una lanterna, illuminata al suo interno grazie ad un sistema di pannelli solari.
Il progetto possiede una forma pura, semplice che svela un approccio profondamente riflessivo all’architettura. Il grande cubo nero potrebbe essere un’opera d’arte contemporanea. Offre un ambiente che invita al raccoglimento della lettura, ma allo stesso tempo è aperto allo spazio intorno perché stimola l’aggregazione in nuove forme.
Ricorrono i cento anni dalla nascita di Frank Sinatra. Cantante mitico e personaggio chiave dello show business americano per decenni.
Chi amava il jazz lo apprezzava, chi apprezzava la musica melodica pure. Univa generazioni, ma sempre con lo swing e giocando col tempo (a parte quando cantava quel vero orrore di My Way, che non piaceva neanche a lui). E non poteva fare altro, uno che nella vita ne aveva combinate di tutti i colori: donne, alcool, dubbie frequentazioni.
Nel mezzo del deserto, a Las Vegas, regnava sui teatri dell’eccesso con uno spettacolo messo su assieme ai suoi amici del Rat Pack: Sammy Davis Jr, Dean martin, Peter Lawford.
Una formula così indovinata che ne trassero perfino dei film: la serie Ocean Eleven parte proprio dal remake di uno di quei film. Il nome al gruppo, Rat Pack, venne dato da Bogart, una volta che i quattro svitati, ancora senza successo, erano andati a trovare lui e sua moglie (Lauren Bacall!). E poi il nostro Frank fu sposato con Ava Gardner, magnetica, sensuale, emancipata in un’epoca di donne sottomesse al maschilismo imperante. Mi figuro la loro casa, con i mobili fine anni Cinquanta primi Sessanta, bicchieri larghi da cocktail mezzi vuoti, grandi finestre sulle luci della città , un quadro di Jackson Pollock alla parete. Lei su un divano con una lunga gonna di lamè, lui in camicia, collo sbottonato e papillon disfatto, la guarda felice. Ah Frank: conosco un signore di una certa età che da giovane diceva: “Di tre cose ho bisogno nella vita: donne, Frank Sinatra e gin&tonic”.
Poi penso che la stessa Ava Gardner fu fidanzata con Walter Chiari. Non vedo scene di grandi interni americani per la loro relazione. Magari però lei si è divertita di più col nostro comico di origini pugliesi…
Stare in fila alle poste in Svizzera non è sempre tempo perso. Infatti come in Italia alle poste ormai si trova di tutto. E così ieri vi ho trovato una guida a cui mi sono appassionata: “Le incredibili virtù del Bicarbonato di sodio”. Solubile, il bicarbonato non è tossico e NON INQUINA perché biodegradabile.
Penserete di sapere tutto delle sue proprietà ma forse non tutti sanno che:
Per pulire tutta la casa ma anche per combattere gli acari deimaterassi, spargete del bicarbonato sul materasso lasciatelo agire per 30 minuti e poi aspiratelo. Stessa cosa per i divani e tappeti.
Per conservare i fiori nel vaso. Mettete il bicarbonato nell’acqua.
Per la lavatrice , da mettere durante i lavaggi protegge dal calcare.
Per eliminare tutte le erbe infestanti sul selciato
contro tutti i cattivi odori
contro le pulci del vostro cane o gatto, da passare il bicarbonato sul pelo.
per la nostra igiene intima quotidiana
per calmare la febbre: 1 cucchiaio di bicarbonato e 1/3 di acqua fredda da mettere sulla testa che scotta.
per lenire la pelle contro troppo sole. mettete il bicarbonato nella vasca da bagno sciolto e immergetevi per 10 minuti.
contro le punture d’insetto
come deodorante naturale
per pulire a fondo il viso
è un gommate naturale, pulisce la pelle e pulisce le cellule morte.
per ravvivare i colori dei capellie lavarli bene.
In Svizzera si aggiunge nella fonduta al formaggio perché permette di migliorare la digestione.
Alla fine è arrivato il mio turno alla posta ma per tutto il giorno ho pensato: “quanti prodotti, saponi, detersivi, medicinali potrei risparmiare usando solo il bicarbonato?”.
Siamo tutti sui blocchi di partenza per la perfetta ricetta di Natale.
C’è chi si affida a nuove mode e a stili esotici e chi invece confida ciecamente nelle ricette della tradizione. Ed è proprio una ricetta della tradizione, ma di quella veramente più profonda, che propongo qui.
È doverosa una premessa, i miei bambini (che ormai bambini non sono più) sono cresciuti a suon di cucchiaiate di questa minestra romagnola che la loro nonna proponeva nelle ricorrenze e nelle feste più disparate pur non essendo romagnola. A sua volta, infatti, ne aveva appreso segreti e trucchi dalla bisnonna dei miei figli, una vita passata in campagna a fare l’azdora cioè la “reggente” della casa.
Regina del focolare e della cucina, in ogni famiglia contadina romagnola l’azdora era considerata una figura quasi mitologica, perché non solo era custode delle tradizioni di un’intera civiltà, ma incarnava i cardini stessi e i valori della famiglia.
Dopo il momento Amarcord, posso passare a parlarvi dei Passatelli in brodo. Tipica cucina degli avanzi rivisitata all’italiana, gustosa ed eccezionale nella sua semplicità. La prima cosa da fare è quella di procurarsi il brodo. Che sia di cappone o di gallina, misto di pollo e manzo, non importa, è necessario solo che sia saporito e… fumante.
Poi si procede a realizzare l’impasto con:
150 gr di parmigiano grattugiato 150 gr di pangrattato (rigorosamente di pane avanzato, meglio se al latte) 3 uova noce moscata e sale
Bisogna amalgamare gli ingredienti fino ad ottenere un impasto liscio e abbastanza elastico. Per i fortunati che hanno in casa il fer, cioè il ferro bucherellato attraverso il quale far passare l’impasto per ottenere i passatelli nella loro forma di lunghi cilindretti, il procedimento sarà più semplice, per chi, come me, non ce l’ha (il mio, preziosissimo, è andato perso in uno dei tanti traslochi!) può usare un normale schiaccia patate (si farà un po’ più di fatica). L’Artusi all’impasto aggiunge anche il midollo di bue e sicuramente la pasta così ottenuta doveva avere un sapore e una consistenza eccezionale. Nel caso si riuscisse a procurarselo ne bastano 30 grammi.
A questo punto bisogna tuffare i passatelli nel brodo bollente lasciandoceli per qualche minuto e il gioco è fatto. Una spolverata di parmigiano prima di servire ed ecco l’alternativa al trito tortellino di Natale!
PS In chiusura del post ho scoperto che il fer si può persino acquistare on line…
Sono nate un po’ per caso le storie brevi di Matteo Civaschi e Gianmarco Milesi, più noti ormai come H57 Creative Station, due grafici e designer con un passato e un presente nella pubblicità.
Ad un certo punto della loro carriera infatti hanno provato, con successo, a raccontare delle storie corte utilizzando alcuni simboli universalmente conosciuti, per intenderci quelli che si vedono sulle porte delle toilettes, oppure sui cartelli stradali. Accanto a questi simboli hanno creato un piccolo universo di altre icone con identica estrazione minimalista attraverso le quali hanno iniziato a raccontare grandi storie. È nato così il loro primo volume intitolato Shortology. “Shortology consiste nella rappresentazione più sintetica e divertente possibile, tramite poche icone grafiche, di biografie, eventi storici, film, invenzioni, fenomeni di costume e praticamente qualsiasi altra cosa. Si spazia dalla storia di Michael Jackson a quella del Signore degli Anelli e dai Dinosauri a Barack Obama”. L’idea assolutamente geniale, ben presto è stata seguita da un altro volume: Filmology in cui gli autori si divertono a raccontare in 5 secondi non solo i capolavori della filmografia mondiale, ma tutti quei film di culto che conosciamo e apprezziamo.
Shining
Ultima fatica di H57 Creative Station è Proverbiology in cui i creativi si sono cimentati stavolta con i proverbi, grande tesoro della saggezza popolare italiana, che vengono “svecchiati” e “reinventati” diventando icone grafiche.
Divertenti e geniali, H57 Creative Station hanno nel tempo promosso anche il progetto Cortology. “Un giorno abbiamo lanciato un mini concorso su un social network: una striscia di quattro icone casuali, dalle quali creare una mini storia completamente inventata… I risultati di questo esperimento furono strabilianti, divertenti, stimolanti. In moltissimi, come piccoli, bravi sceneggiatori, scrivevano storie, inventavano trame, si divertivano. Ne uscirono degli spunti davvero interessanti, ma soprattutto emerse un’incredibile voglia di cinema, in tutte le sue forme, nel nostro pubblico. In quel momento nacque l’idea di fare qualcosa di più completo… L’idea fu quella di fare una mostra interattiva, da vedere, da toccare, da vivere. Guardando, criticando, scrivendo. Il cinema come non si è mai visto, al modo di Shortology. Partendo da un libro, passando per un video, creando una tavola dipinta, entrando in un test sul cinema, scrivendo una sceneggiatura inventata su una macchina da scrivere anni ’50 per poi girarla davvero e farne un corto. Una mostra d’arte, di cinema, un progetto, un’esibizione, un’esperienza. In una parola, Cortology.”