Harry Potter e la pietra filosofale

Non ci potevo credere, ma, calendario alla mano, mi sono dovuta arrendere. Sono passati già vent’anni dall’uscita del primo libro della saga di Harry Potter, la storia del mago più famoso del mondo, un miscuglio vincente di genio, puerilità, sfiga e predestinazione.

E dunque i cari inglesi cosa decidono di fare per celebrare il maghetto uscito dalla penna di J.K. Rowling? Allestiscono una mostra presso la British Library di Londra: Harry Potter: A History of Magic. Non una normale mostra, ma un modo maledettamente sottile e intelligente per avvicinare il grande pubblico, richiamato dal nome di Harry Potter, alla visione dei tesori della British Library. Infatti in questo frangente verranno svelati rari libri, manoscritti e oggetti magici conservati nella collezione della biblioteca, catturando le tradizioni del folclore e della magia che sono al centro delle storie di Harry Potter. Verranno esposti inoltre per la prima volta in assoluto le bozze originali e i disegni di J.K. Rowling e dell’illustratore Jim Kay.

I visitatori fra le altre opere potranno ammirare il manoscritto di George Ripley del XVI secolo che spiega come creare una pietra filosofale, potranno gettare uno sguardo a Sirius nel cielo notturno come immaginato dagli astronomi medievali e incontrare immagini colorate a mano di draghi, unicorni e una fenice che sorge dalle fiamme.

Insomma il paradiso dei bibliofili. Da non perdere!

Indovinello

Queste parole sono state scritte da un artista contemporaneo, maestro della videoarte. Provate ad indovinare chi è?

” A Firenze ho imparato cose molto importanti, intanto che i libri d’arte non possono neanche minimamente rappresentare le emozioni profonde raffigurate dalle grandi opere d’arte prodotte nei secoli. Inoltre mi ha dato un posto tra passato e presente in cui ho capito che tutta l’arte è contemporanea. Senza tempo, universale ed eterna” .

La “paniscia” novarese

Poiché è davvero tanto tanto tempo che non la mangio, con il primo fresco sale il desiderio di assaggiare una “Paniscia” come si deve. Piatto della festa nelle campagne di mezza Italia esistono tipi e varianti quasi infinite per questa minestra ricca a base di verdure e riso.

La storia del piatto come lo conosciamo noi risale all’epoca in cui arrivò il riso nella pianura Padana, intorno alla metà del 1400. Tuttavia, con ogni probabilità per tale ricetta, in precedenza veniva utilizzato una varietà povera del miglio, il paniculum o panigum in latino, il paniccio in dialetto, molto simile al termine attuale. Parenti strettissimi della Paniscia, che arriva dritta dritta dalle campagne del novarese, sono la Panissa di Vercelli, la Paniccia della Val Sesia, sempre a base di riso, ma anche la “panissa” o “paniccia” di Savona, una focaccia di farina di ceci; e la “paniscia” atesina, una zuppa d’orzo.  Ogni angolo d’Italia come spesso accade ha la sua Paniscia.

Gli ingredienti per 4 persone sono

  • 350 g di riso Arborio
  • 350 g di verza (attenzione gli anziani vi diranno che la migliore è quella che è gelata durante la notte perché diventa meno aggressiva. Purtroppo o avete l’orto e potete controllare o fate come me e la comprate al supermercato sperando che non sappia troppo di plastica)
  • 200 g di fagioli borlotti secchi (da mettere in ammollo 12 ore prima della cottura)
  • 2 pezzi di cotenna di maiale
  • 1 salamino d’la Duja (e qui apriamo parentesi, perché proprio ci vuole. Il salame d’la Duja si chiama così perché é conservato nel grasso in un contenitore detto appunto Duja. È composto da pezzi “nobili” del maiale come il culatello e la coppa e una volta insaccato nel budello viene immerso nello strutto che lo rende morbido a lungo)
  •  mortadella di fegato (“fidighina” attenzione altra parentesi. Si tratta di fegato di maiale tritato a grana fine insieme con carne di suino o di manzo)
  • 25 g di burro
  • 1 carota
  • 1/2 cipolla media o uno scalogno
  • 2 coste di sedano
  • 2 litri di acqua per il brodo
  • 1 bicchiere di vino rosso Nebbiolo
  • sale e pepe

Se avete trovato gli ingredienti il procedimento è semplice. Innanzitutto bisogna cuocere tutte le verdure e la cotenna a parte come se fosse un minestrone. In un’altra pentola bisogna preparare il riso come per un risotto. Sciogliere il burro con la cipolla, la mortadella di fegato e il salame d’la Duja, aggiungere il riso e bagnare con il Nebbiolo. Aggiungere a mestoli il minestrone durante la cottura. Non mantecare e servire con pepe nero abbondante.

Da mangiare a cena con gli amici, ma ricordate poi di andare a correre almeno per mezz’ora. Non oso pensare a quante calorie possa dare una porzione di Paniscia certo è che vi sentirete un po’ appesantiti!

Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi…

“I’ve seen things you people wouldn’t believe…”. Chi non ricorda l’inizio dell’indimenticabile monologo pronunciato da un Rutger Hauer morente sotto la pioggia nel primo Blade Runner? Sono passati 35 anni dall’uscita di quel film, immediatamente divenuto un cult movie, e persino chi non lo vide all’epoca ne conosce i passi salienti. Tutto del primo Blade Runner risultava “mai visto”: le atmosfere soffocanti di un futuro rumoroso e triste, che il protagonista consumava fra una zuppa di noodles e un’umanità multirazziale inumidita da una pioggia battente, alla caccia di androidi che speravano di sfuggire al loro inevitabile destino di esseri imperfetti e a “scadenza”. Un futuro nuovo di zecca, privo di aspetti positivi, distopico come solo Philip Dick, autore del racconto dal quale è tratto il film, poteva suggerire. Inoltre una colonna sonora memorabile accompagnava la pellicola e la musica di Vangelis guidava lo spettatore nella visione di una città avvolta dalla pioggia, buia e senza fine.

Il tempo ha naturalmente attutito tutte le negatività di quella pellicola, consegnandone ai posteri per lo più un ricordo scintillante. Detto ciò, per i detrattori del nuovo Blade Runner 2049, andate a rivedere quel film e tenetelo ben presente prima di criticare il suo sequel, condotto egregiamente da Denis Villeneuve.

Si dice che il nuovo film sia lento, ma anche il ritmo del precedente era torpido. Si dice che manchi di azione e la trama è troppo cervellotica, ma non dimenticate le disquisizioni che si sono fatte sulla vera natura dei personaggi nella prima pellicola, mentre del primo in fondo solo le scene finali della caccia all’androide sono adrenaliniche. Si dice che la colonna sonora di Blade Runner 2049 non abbia nulla a che vedere con quella di Vangelis, tuttavia è stata firmata dal premio Oscar Hans Zimmer e dal suo storico collaboratore Benjamin Wallfisch.

Andate al cinema e mettete da parte i pregiudizi. È vero che il nuovo film è un vero e proprio tributo al primo Blade Runner, che fa capolino da ogni fotogramma del sequel, tuttavia possiede una sua storia e una sua vita a prescindere dal modello.  Non mi soffermerò ne sulla trama ne sugli interpreti, tutti superlativi, soprattutto Harrison Ford, per non “spoilerare” nessun contenuto, come richiesto più volte dallo stesso regista. Da amante di SF dai tempi della collana Urania curata da Fruttero e Lucentini, dal profondo vi consiglio la visione di questa nuovo Blade Runner 2049, che forse non diventerà un cult movie, ma che mi ha profondamente commossa, per la trama, l’ambientazione e il lavoro di Villeneuve che ha creato un capolavoro visuale di fortissimo impatto.

 

Un mondo a colori

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Buongiorno, ancora non l’ho letto tutto ma se volete un libro che vi aiuti a riflettere sui colori, la loro fortuna e la loro storia leggete il nuovo libro di Riccardo Falcinelli Cromorama. Un libro curioso e molto interessant che, come dice lo stesso autore, non vuole essere “un saggio storico” ma “un racconto in cui alcuni fatti storici circoscritti sono usati come un liquido di contrasto per far emergere le tipicità del mondo contemporaneo”.  Attraverso le pagine di questo libro saremo forse pi?u consapevoli di quanto la  tecnologia e il mercato hanno cambiato nel nostro modo di percepire i colori.

Ogni capitolo è dedicato ad un colore, spesso parte da uno spunto personale dell’autore per poi allargarsi alla storia e alla ricerca scientifica. Falcinelli è un visual design e insegna psicologia della percezione.  Perché l’ho acquistato? mi ha incuriosito il retro della copertina quando ho letto:

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Piet Mondrian,Brodway Boogie Woogie,1942-43

Perché le matite gialle vendono più delle altre?  Perché Flaubert veste di blu Emma Bovary? Perché nei dipinti di Mondrian il verde non c’è mai? E perché invece Hitchcock lo usa in abbondanza?

 

Riccardo Falcinelli, Cromorama, Einudi stile libero extra, 2017

 

 

 

Indovinello

Questa settimana abbiamo scelto una serie di aforismi scritti da uno scultore italiano. Provate ad indovinare di chi si tratta:

-I più poveri di tutti sono gli stupidi.

-Si può ridere a mezza bocca ma non si può piangere da un occhio solo.

-Non sapendo come cavarsela la natura ci fa morire.

-Un artista abbandonato dalla fantasia è come un generale a cui è stato tolto il comando, un rudere che si sfoga blaterando.

-Se uno non ha mai riso a crepapelle con sua moglie non sa cosa sia l’amore coniugale.

_Il gioco è libertà ma la libertà non è un gioco.

-Un’opera d’arte è un’oasi. Critici ronzano ciechi e non trovano la fonte . Giovani idee ci si confortano e, dissetate partono giulive.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Kazuo Ishiguro il Nobel per la letteratura 2017

In tempi non sospetti avevamo scritto di Kazuo Ishiguro e di quanto i suoi romanzi fossero mossi da una grande forza emotiva. Oggi per l’autore Anglo Giapponese è arrivato il Nobel per la letteratura. Ce lo eravamo augurato e una delle motivazioni dell’assegnazione del Nobel è stata che Ishiguro “ha svelato l’abisso del nostro illusorio senso di connessione con il mondo”. Non possiamo essere più d’accordo e vi riproponiamo gli articoli del blog scritti nel 2012 e nel 2016, sperando di invogliarvi a leggere questo improbabile mix di oriente ed occidente il quale ricevendo la notifica del premio ha affermato: “E’ una notizia sorprendente e totalmente inaspettata. Arriva in un momento in cui il mondo è incerto sui suoi valori, sulla sua leadership e sulla sua sicurezza. Spero solo che ricevere questo grande onore, anche se nel mio piccolo, possa incoraggiare in questo momento le forze del bene e della pace”.

NEVER LET ME GO

Letto e dimenticato. Già… lo avevo letto, con fastidio, e dimenticato in un cassetto della memoria, volutamente.

Quando mi trovai per le mani Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ero ancora guidata dall’impossibilità di lasciare un libro a metà (poi per fortuna mi è venuto in aiuto Pennac con il suo Come un romanzo) e dunque mi trascinai penosamente fino alla fine del volume, soffrendo, profondamente, con i protagonisti di questa ingiusta, intensa e visionaria storia d’amore. Era il 2006 e presa da mille altre cose non ero riuscita ad apprezzare questo duro e improbabile romanzo. A metà fra fantascienza e feuilleton.

Ricordo che non potevo rassegnarmi al tragico destino dei protagonisti, ma soprattutto non potevo rassegnarmi al loro immobilismo, al fatto che neanche per una volta, nell’intero libro, nessuno di loro aveva pensato solo per un momento a ribellarsi con risolutezza al fato.

Ringrazio ora di aver avuto l’occasione di leggere questo romanzo, che mi è ritornato in mente dopo averne visto la versione cinematografica, superbamente interpretata da Carey Mulligan (splendida protagonista di An education), Andrew Garfield (l’Eduardo di Social Network) e Keira Knightley.

In un mondo parallelo al nostro, in un’epoca che combacia quasi con la nostra, si dipana la storia dei tre personaggi, Katy, Tommy e Ruth, legati fra loro da profonda amicizia e amore. I ragazzi sono sospesi per tutta la durata del romanzo in un presente di cui non conoscono e non capiscono le regole.

La fanciullezza viene passata a Hailsham, un collegio nella campagna inglese, in un clima ovattato, lontano persino dagli echi della “civiltà”, dove i piccoli sono accuditi e lasciati volutamente nell’incertezza sulle loro origini, ma allevati nella convinzione di essere in qualche modo speciali. Qui i bambini sono invitati a coltivare la loro creatività attraverso l’arte, la letteratura, la musica e solo alla fine del racconto si scoprirà che tutto ciò fa parte di un esperimento per provare che anche i cloni, ciò che questi bambini sono in realtà, sono forse più umani degli umani. Ad Hailsham, infatti, i bambini (e il lettore) iniziano lentamente a comprendere il tragico destino al quale sono chiamati: divenire “parti di ricambio” per un’umanità malata.

I ragazzi, cresciuti, passano gli anni del compimento degli studi, della definizione della personalità, della consapevolezza del tempo che rimane loro ai Cottages, dove godono di una certa libertà. L’ultimo capitolo racconta l’età della fine, del compimento dello scopo per il quale i cloni sono stati creati.

La storia è condotta in modo delicatamente orientale, senza contrasti o atti di ribellione al destino, cosa che nel lettore (abituato più spesso ad un agire eroico) lascia spazio allo sconcerto, fatta di atmosfere attutite e lievi. Si è condotti per gradi a scoprire la devastante verità e quasi non la si vuole scoprire tanto è agghiacciante e scioccante.

Così Ishiguro ci lascia il suo messaggio che non credo sia una riflessione morale sulla bontà o meno della creazione di cloni come parti di ricambio e neppure sulla bontà o meno di una società che accetta questa pratica. Credo piuttosto che il desiderio dell’autore sia quello di comunicarci che, alla fine, solo l’arte e l’amore restano all’uomo per dichiararsi tale, al di là di ogni volontà di cancellazione e annullamento.

Non è la prima volta che Ishiguro da prova della sua maestria nel raccontare con suprema bravura il viaggio interiore dei suoi personaggi (vorrei solo ricordare un altro suo capolavoro: Quel che resta del giorno). Detto ciò, fra le mille sensazioni che questo libro singolare lascia, si preferirebbe che questi cloni, tanto gentili, indifesi e inoffensivi fossero fornitori di organi senza anima… tutto sarebbe più accettabile. Da non perdere.

 

IL GIGANTE SEPOLTO DI ISHIGURO

il gigante sepoltoÈ meglio nell’esistenza non solo dei singoli, ma anche dei popoli, avere memoria di ciò che è accaduto nel passato o piuttosto crogiolarsi nell’oblio di se stessi e della storia? La cattiva memoria è la strada giusta per la felicità? L’oblio è la condizione ottimale per l’armonia fra i popoli? Queste sono le domande che Ishiguro, già autore di Quel che resta del giorno e Non lasciarmi, ci pone nella sua nuova fatica: Il gigante sepolto.

Il gigante del titolo non è altro che il ricordo, la memoria, che consciamente o inconsciamente può rimanere sepolto oppure può affiorare con uno sforzo immane a condizione che si sia disposti a pagare le conseguenze di ciò che è stato nel passato nel bene o nel male.

La storia di Axl e Beatrice, una coppia di anziani avvolta dalla nebbia dell’oblio, che si scoprirà essere generata dall’alito del drago Querig, è il pretesto per Ishiguro per confrontare “i dilemmi di un vincolo personale a quelli di una nazione”.

Ma se per i due anziani coniugi alla fine la speranza è quella che “Iddio saprà riconoscere il passo lento dell’amore di due vecchi uno per l’altro e comprendere come le ombre scure ne facciano parte”, gli odi razziali, transnazionali, etnici possono essere ricomposti al di fuori dell’oblio o è meglio in fondo lasciare che l’alito del drago continui a provocare la nebbia dell’indefinito?

Il libro è considerato il più “politico” di Ishiguro in quanto secondo l’autore ogni popolo ha il proprio Gigante sepolto, un passato da nascondere e dimenticare affinché la convivenza e l’armonia possano reggere .

Come sempre Ishiguro lascia aperti tutti gli interrogativi in modo che sia il lettore a decidere come andrà a finire.

È necessario poi spendere una parola sulla forma che l’autore ha voluto dare al libro. Infatti egli ha adottato la formula del fantasy che gli è costata feroci critiche, ma che tuttavia ha reso la materia narrata impalpabile come quella dei sogni o terrificante come quella degli incubi.

 

Tempo di castagne

CASTAGNE-COP

E’ arrivato il momento giusto per andare a raccogliere le castagne, questo anno promette bene e sembra che non torneremo a casa a mani vuote. A casa nostra è tempo di castagnacci e mia sorella specialista di famiglia ne cucina uno davvero speciale.

Castagnaccio con le meleHMzQqrFYDUS3MtcV7PuMgM2uAok8pDeaLn3IgSE6TOUPzCaAmQh3A

200 grammi di farina di castagne

2 cucchiai di cacao amaro

60 grammi di zucchero di canna

2 cucchiai di miele

5 dl di latte

1 uovo

2 mele

rosmarino

40 gr. di uvetta

30 gr. di pinoli

olio /sale

Tostate la farina di castagne e unite il cacao. Aggiungete lo zucchero un po di sale, versate il latte , il miele , l’uovo sbattuto e 3 cucchiai di olio. Amalgamate gli ingredienti fino ad ottenere un composto fluido.

Mettete a bagno l’uvetta . Sbucciate le mele e tagliatele a dadini e uniteli all’impasto.

Versate il composto in uno stampo foderato con la carta da forno bagnata e strizzata. Distribuite l’uvetta e i pinoli e un po’ di rametti di rosmarino . Cuocete in forno già caldo a 200 gradi per circa 30 minuti . Lasciate raffreddare e servite .