In occasione di una mostra dedicata a David Bowie nel 2013 a Toronto, fu pubblicata la lista dei 100 libri preferiti dal Duca Bianco. Lettore appassionato, si spostava insieme alla sua fornitissima biblioteca personale, che nel corso del tempo era diventata una vera e propria collezione di titoli ed autori eccellenti: Bruce Chatwin, Don DeLillo, Bulgakov, Saul Bellow, e fra gli altri anche Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il meno conosciuto Il gastronomo educato di Alberto Denti di Pirajno. Lo stesso Bowie aveva rivelato di aver ereditato l’amore per il libri dai suoi genitori e che la lettura di On the Road di Kerouac lo aveva spinto ad uscire da Bromley, il sobborgo di Londra nel sud-est della capitale inglese, dove abitava quando era adolescente.
A due anni dalla scomparsa del cantante, suo figlio, Duncan Jones, già regista affermato, ha deciso di lanciare in onore del padre un Book Club virtuale, per rileggere insieme ai fans l’intera lista di opere amate da Bowie. Il regista non ha dato dettagli sul modo di procedere ha solo fatto presente che tutti coloro che vogliono partecipare alla discussione, che avverrà presumibilmente via Twitter, entro il primo di febbraio dovrà aver letto il romanzo Hawksmore di Peter Ackroyd. Aspettiamo e vediamo… a tal proposito inviterei qualche editore di buona volontà a tradurre e pubblicare quest’opera di Ackroyd, definita brillante e sinistra, vincitrice nell’85 del prestigioso Withbread Award come miglior romanzo dell’anno. Aspettiamo e vediamo…
Ricordo che il mio regalo più grande del Natale 1995 è stato il mio secondo bambino, arrivato proprio in questo periodo. Pensate, un bambolotto vero per tutta la famiglia da cullare, coccolare, annusare… Poi come per tutti tutti i bambini reali iniziarono le coliche, i pianti di fine pomeriggio, le lunghe passeggiate notturne con il pupo in braccio per non svegliare il fratellino più grande ecc ecc. Tutte le mamme mi capiranno! Quindi capiranno anche la mia sorpresa nell’apprendere dell’esistenza di una bambola meravigliosa che se fosse esistita allora avrebbe alleviato in parte le fatiche che ogni neo mamma si trova ad affrontare. Infatti Lulla, questo il nome della bambola magica, aiuta il bambino a sentirsi più sicuro, lo tranquillizza e ne rende il sonno più sereno.
Ho fatto qualche ricerca dopo aver letto un articolo di giornale e pare che la bambola funzioni davvero in modo eccellente, tanto che i pochi esemplari in vendita arrivano a costare centinaia di euro.
Ma faccio un passo indietro. All’inizio del 2016 una psicologa islandese Eyrún Eggertsdótt ha l’idea di creare una bambola speciale e per realizzare il suo sogno posta il progetto su una piattaforma di crowdfunding per avere abbastanza denaro per dare vita a Lulla. La brava dottoressa si basa sulla ricerca fatta sui canguri secondo cui la vicinanza al cuore della mamma e il respiro regolare aiuta i piccoli animali a sentirsi al sicuro e a dormire più profondamente e più a lungo. Detto fatto, schiacciando il petto della bambola magica lei inizia a respirare e a riprodurre il rumore del battito del cuore di una mamma a riposo. Una mamma che esiste realmente, si chiama Gudrun, è amica dell’inventrice ed è maestra di Kundalini Yoga.
Ma non basta, si sa che i bambini fin da piccolissimi si sentono rassicurati dalle fattezze di un viso umano, dunque la forma e i colori della bambola sono stati scelti per renderla unisex e “unirazza” e dunque gradevole per i bambini. L’esterno è in cotone naturale mentre l’imbottitura è in materiale ipoallergenico. Una parte importante è l’odore che emana questa bambola. Infatti Eyrún Eggertsdótt consiglia alle mamme di tenere la bambola sulla propria pelle per un certo periodo in modo che il tessuto possa assorbire il loro odore, che i bambino riconoscerà immediatamente e dal quale sarà rasserenato.
Forza, non fatevi distrarre dalle mille cose inutili da fare prima di Natale, concentratevi attentamente su questo malizioso particolare e provate ad indovinare.
Chi conosce Simone Cipriani riconosce che questo articolo è opera sua e sa bene quanta passione in questi anni ha avuto per la storia di Ippolito Desideri e il Tibet:
Altopiano del Tibet : un deserto d’alta quota circondato da montagne bianchissime. Ogni tanto vi si apre una valle, che si insinua fra i monti, verdissima d’estate, intasata di neve d’inverno. Due tizi camminano piano. Non è un’immagine tratta dalla brochure di un’agenzia di trekking. Siamo a inizio ‘700. I camminatori sono due gesuiti italiani. Uno di loro passerà alla storia : Ippolito desideri . È il primo vero studioso occidentale della civiltà tibetana e forse il primo consapevole esempio di ciò che oggi chiamiamo dialogo interreligioso.
Ippolito arriva in Tibet attraversando il Trans-Himalaya . Passa dal Ladakh, una valle incantata, oggi rimasta nei confini dell’India. Lì incontra la cultura tibetana (ancora oggi il Ladakh lo chiamano Piccolo Tibet). Capisce che questa religione a lui sconosciuta ha qualcosa di profondamente interessante. E che deve andare a Lhasa, capitale non solo culturale, per capire di cosa si tratti. E allora via, attraverso valichi altissimi e camminando in bilico su orridi che farebbero paura a un Messner, sbuca in Tibet occidentale : il mitico Guge. Regno antico, dove un altro gesuita – il De Andrade – aveva soggiornato, senza grande fortuna. E poi, camminando su carovaniere consumate da piedi mal calzati e dal gelo, col viso scorticato dal vento, attraversa quelle steppe che sembrano toccare un cielo sconfinato e arriva a Lhasa. E’ il 1716.
Dipinto tibetano su stoffa (thangka), XVI-XVII sec.Tibet:Tsang
Vi regnano i mongoli, arrivati a seguito delle lotte e delle rivalità fra le varie chiese buddiste (che governavano anche il territorio). Un abate geniale, capo della chiesa dei Gelug-pa, li ha chiamati in aiuto, tempo addietro, ottenendo protezione e il titolo di Dalai Lama: maestro oceanico, ossia dalla saggezza sconfinata come il grande mare. Quella chiesa è adesso prevalente e professa un ritorno al Buddismo diremmo più filosofico (si definiscono : i virtuosi). Ippolito dunque deve studiare se vuole entrare in dialogo. E gli viene naturale: un po’ perché è una mente fina e ha studiato al Collegio Romano, un po’ perché i gesuiti praticano l’inculturazione, ossia il calarsi nella cultura locale per portare il proprio messaggio. Si installa nella grande e magnifica università monastica di Sera (distrutta nel XX secolo da un branco di delinquenti imbecilli durante la rivoluzione culturale – il Tibet è occupato dalla Cina) e studia, studia, studia. Ne esce con la conoscenza perfetta del Buddismo tibetano, centrato su una filosofia finissima, nata in India diversi secoli prima. Lo descrive, in testi che rimangono il primo esempio di studio comparato delle religioni. Pochi occidentali, nella storia, hanno capito quell’universo mentale e culturale come ha fatto lui. Uno dei più grandi orientalisti di ogni tempo, il mitico Giuseppe Tucci, spese parole di assoluta ammirazione per descrivere l’opera di questo gesuita. E Tucci era un tipo che aveva imparato l’ebraico e il sanscrito da ragazzo, per divertirsi.
Francesca Bonardi, Tucci a Mustang Nepla, 1952, Museo d’Arte Orientale Giuseppe Tucci, Roma
Ma le belle cose finiscono : Santa Madre Chiesa è preoccupata per le stranezze dei riti ai quali questi gesuiti, presi dall’inculturazione, si lasciano andare. Infuoca a Roma la disputa sui riti cinesi! Gli altri Ordini ne hanno le scatole piene dei gesuiti e del loro potere. La Compagnia di Gesù è in disgrazia. E così, nel 1721, arriva un messaggio: padre Desideri, rientri ! Ordine perentorio, che attraversa monti e valli con mercanti e altri missionari e riporta il Nostro indietro. Mica è facile tornare a Roma: un viaggio di anni, attraverso l’India, dove Ippolito soggiorna a lungo e si busca la malaria (le febbri terzane, come si diceva allora). Continua a scrivere. Lascerà testi importantissimi, oggi riscoperti appieno.
Ippolito, però, non tornò più in Tibet. Il Tibet come terra di missione venne affidato ai Cappuccini, che di dialogo e Buddismo non capivano un tubo. Lo rimpianse per il resto dei suoi giorni.
Oggi, a Roma, siede sul soglio papale un altro gesuita. Anche lui è in favore del dialogo e della reciproca comprensione. Ha appena incontrato leader buddisti in un suo bel viaggio. Ippolito ne sarebbe assai contento: vi vedrebbe la bellezza della sua Chiesa, quella che lui amava.
Se volete saperne di più, c’è una mostra, su di lui, nella sua città natale : Pistoia
( La Rivelazione del Tibet mostra a cura di Enzo Gualtiero Bargiacchi, Andrea Cantile, Oscar Nalesini, Massimiliano Alessandro Polichetti, Palazzo Sozzifanti fino al 1 gennaio).
Il freddo in questi giorni non manca. Se anche voi siete appassionati di trascorrere un pomeriggio in compagnia di un libro, magari anche con una buona tazza di tè fumante, per svagarvi con una lettura tranquilla in veste natalizia, vi consiglio il classico giallo di Natale proposto dalla Sellerio. E’ ambientato in un castello inglese e si intitola, appunto, Un delitto inglese. Il suo autore è Cyril Hare (1900-1958).
Tra i personaggi non manca la figura del maggiordomo. Vi sono anche la dispensa dell’argenteria da tirare a lustro e la descrizione di una grande nevicata che impedisce agli ospiti sfortunati di lasciare il castello.
La soluzione del giallo non è scontata e per un po’ indirizzerete i sospetti su tutti. Non sarà facile risolvere il caso: vi terrà con il fiato sospeso fino alla fine .
C’è sempre chi, fra gli artisti, si sente più coinvolto nelle vicende contemporanee e riesce per questo ad esprimere un dissenso o un’opinione su temi di interesse pubblico, attraverso il proprio lavoro. L’esempio più’ celebre, quello che tutti hanno visto, almeno in fotografia, è il dipinto di Pablo Picasso sulla tragedia di Guernica, che ricorda il barbaro bombardamento (in effetti sono tutti barbari, i bombardamenti) compiuto dalle forze naziste alleate dei nazionalisti di Franco su una città inerme. Gli artisti dissidenti, gli artisti impegnati, non mancano nemmeno oggi. Uno fra tutti: il notissimo, e mediaticamente bravissimo, Ai WeiWei star di mostre, musei e social media . In questi giorni, a New York, al Whitney Museum, è in corso una mostra di arte impegnata, dal titolo An Incomplete History of Protest .
Serie di manifesti anni Sessanta-Settanta donati al Whitney Museum esposti per la mostra An Incomplete History of Protest
Tra tutti i lavori che vi si trovano esposti, mi è balzata agli occhi una vecchia conoscenza: l’opera The Non War Memorial dell’artista americano Edward Kienholz (1927-1994). Realizzata nel 1970, era un monitocontro la guerra che aveva visto a lungo impegnata l’America nell’Asia del Sud Est: vi erano (allora, poi il numero è cresciuto) morti 48.000mila soldati americani. Il lavoro consisteva nel riportare alla luce la posizione in cui erano stati ritrovati i cadaveri dei caduti americani, usando uniformi militari opportunamente riempite di terra per sembrare dei corpi. Dava l’idea di trovarsi sul campo di battaglia al momento di raccogliere le spoglie di coloro che vi erano deceduti. Nel suo intento, mai portato fino in fondo, queste uniformi avrebbero dovuto esserepiù cinquantamila, da collocare in un vasto spazio, a Clarks Fork, come corpi rimasti abbandonati sul campo di battaglia.
Edward Kienholz,The Non War Memorial,1970
L’opera,nello spirito di tutto il lavoro di Kienholz, aveva e ha ancora unforte impatto visivo: per mezzo di questa installazione la guerra si presenta davanti ai nostri occhi nella sua veste più crudele e senza senso, capace solamente di lasciare dietro di sé corpi senza vita.
Annette Lemieux, Black Mass, 1991 L’opera è nella mostra An Incomplete History of Protest, Whiteney Museum,New York
Il titolo dell’opera è Fraught Times: for eleven months of the year it’s an artwork and in December it’s Chritsmas, del 2008 e l’artista di questa settimana è Philippe Parreno, francese che vive e lavora a Parigi. Philippe Parreno crea opere che mettono in discussione i confini tra realtà e finzione, esplorando il regno nebuloso in cui il reale e l’immaginario si confondono e si combinano. Lavorando in una vasta gamma di media tra cui scultura, disegno, film e performance, Parreno cerca di ampliare la nostra comprensione del tempo, invitandoci a rivalutare radicalmente la natura della realtà, la memoria e il passare del tempo. Centrale nell’arte di Parreno è la ricerca di una forma definitiva di comunicazione capace di trascendere il linguaggio.
Figura fra le più originali del mondo dell’arte internazionale, nel 2013 ha trasformato radicalmente lo spazio monumentale del Palais de Tokyo a Parigi, in risposta all’invito alla carta bianca. Qui Parreno ha ideato una mostra guidata dal suo dialogo con l’architettura e con la nozione di esposizione come mezzo a sé stante. ANYWHERE, ANYWHERE OUT OF THE WORLD, celebrava un artista le cui opere, idee e approccio esercitano un’influenza considerevole e hanno inconfutabilmente rimodellato la nostra idea di arte.
Si è collocato nella classifica 2017 Power 100 di Art review al 60 posto come new entry.