Bravi, più di uno ha indovinato, molti ci sono andati vicino. La scatola era piena di FUSELLI usati per il TOMBOLO strumento come quello che vedete qui sotto utilizzato per il ricamo.

Taccuino di eventi da non perdere
Bravi, più di uno ha indovinato, molti ci sono andati vicino. La scatola era piena di FUSELLI usati per il TOMBOLO strumento come quello che vedete qui sotto utilizzato per il ricamo.

Ieri un amico , antiquario per passione, un rigattiere intransito tra il XX ed il XXI secolo, mi ha inviato questa foto come indovinello.
Cosa sono? Chi sa rispondere?


Io non credo che la vita sia una commedia scritta da un autore sadico, come dice il personaggio di un film di woody Allen. Credo che sia un lungo intrecciarsi di incontri e sentimenti al ritmo forsennato del tip tap e della sua musica.
Se vi troverete a passare il prossimo week end dalle parti di Milano, state certi che avrete di che divertirvi. In programma fra il 3 e il 5 marzo, infatti, c’è un’iniziativa volta a mettere in luce la grande realtà del patrimonio museale di Milano. Museocity trasformerà Milano per un intero fine settimana in un grande museo a cielo aperto. La città vivrà “per tre giorni la sua bellezza e il suo patrimonio artistico e storico grazie al coinvolgimento di oltre 70 tra musei d’arte, di storia, musei scientifici, case museo, case d’artista e musei d’impresa diffusi su tutto il territorio cittadino con alcune “incursioni” nell’area metropolitana”. Sono in programma “visite guidate, iniziative speciali, laboratori per bambini, aperture straordinarie, conferenze. Una tavola rotonda aperta al pubblico sarà l’occasione
per raccogliere alcuni dei principali protagonisti della scena culturale milanese e confrontarsi con loro su scelte, prospettive e novità nel panorama in grande sviluppo dei musei milanesi”.
L’iniziativa prevede diverse sezioni come quella del “Museo Segreto”, un progetto che prevede “l’esposizione e la valorizzazione, da parte dei musei aderenti, di un’opera poco nota scelta tra quelle non abitualmente esposte”.
Dal 5 marzo al 1 maggio “Palazzo Reale ospiterà nella Sala delle Cariatidi la mostra multimediale Muse a Milano. Accoppiamenti giudiziosi. Le nove Muse, simbolo della creatività, guideranno i visitatori nei luoghi dell’arte di Milano, invitandoli a seguirle in un percorso di emozioni fra tante immagini di opere milanesi”.
Ancora. Quindici tra case museo, atelier d’artista, studi di architetti e designer si sono uniti nel circuito “Storie Milanesi”, in un racconto inedito alla scoperta di Milano.
Nella tre giorni di Museocity sono previsti molti laboratori per bambini e famiglie organizzati nei vari musei aderenti.
Un’occasione per scoprire i tesori della città e avere la possibilità di godere di capolavori a volte dimenticati.

Chi frequenta, come me, i mercatini delle pulci lo sa bene che ormai i libri usati sono dappertutto: si vendono al chilo, te li regalano, tutti sembrano gettarli via. Sono improvvisamente diventati un ingombro nelle case di oggi, sempre più piccole. 
Niente di più allarmante. Eppure c’è anche chi li salva: ho un amico, ad esempio, colto da questa mania; lui non smette di raccoglierli. L’ultima volta che l’ho incontrato era molto soddisfatto dopo che aveva acquistato ad un prezzo irrisorio l’enciclopedia ( ormai sorpassata) I Quindici. La ricordate?

L’artista coreana Jukhee Kwon ci viene in aiuto, in questo, perché tutto il suo lavoro si basa su un’affermazione “ Un libro dimenticato è un libro morto”. Come non darle ragione e come non rimanere affascinati dalle sue opere, che appunto usano libri vecchi e abbandonati? Lei, i libri, li prende, li taglia, li modella e li trasforma in qualcosa d’altro.

Divengono opere sospese in grandi installazioni. Il libro che lei ha definito “La radice del suo lavoro” sembra svuotarsi, si apre e lascia cadere il suo contenuto per diventare materiale visivo . Fantasmi di carta, fiumi fatti come strisce che scorrono, o addirittura corpi sospesi. La carta del libro si è trasformata e il libro morto è risuscitato in qualcosa di diverso.

Chi volesse vedere il suo lavoro può andare a Milano presso la Galleria Patricia Armocida, dove rimarrà esposto fino al 10 marzo.
Martedì, tranne a Milano, sarà l’ultimo giorno di Carnevale. Con mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima che, in tempi un po’ più spirituali dei presenti, era il periodo in cui il fedele veniva invitato alla purificazione e al riavvicinamento a Cristo, attraverso la preghiera, il digiuno, la riflessione personale.
Ma tutto ciò a partire da mercoledì. Martedì sancirà la fine del lungo periodo di Carnevale e ovunque si festeggerà rispettando una tradizione che risale almeno ai tempi dei romani.
Le più belle e antiche celebrazioni del Carnevale sono italiane. Ne citeremo di seguito solo alcune, le più famose, le più sfarzose, consci che in ogni piccolo paese, in ogni borgo della nostra penisola sopravvivano tradizioni peculiari e differenti.
Il più bello e popolato è certamente il Carnevale di Venezia, che sopravvive ai tempi e si rinnova di anno in anno, poi vogliamo ricordare altri famosi come quello di Ivrea, con il lancio delle arance; di Viareggio, con la sfilata dei carri sul lungomare; di Milano con la particolarità dell'”allungamento” del periodo di 4 giorni voluto dal Santo patrono Ambrogio in epoca medievale. E ancora Acireale, Putignano, Cento, Madonna di Campiglio…
Fra i più frequentati ci piace ricordare il Carnevale di Mamoiada in Sardegna con le sue caratteristiche maschere degli Issohadores e Mamuthones, esseri mostruosi che portano sulle spalle più di trenta chili di campanacci. Quello di Fano, il Carnevale più antico d’Italia, con la tradizionale distribuzione di caramelle, cioccolata e dolcetti. Infine, meno conosciuto ma altrettanto colorato e “storico” il carnevale che si celebra in Valle d’Aosta detto della “Cumba Freida” (della valle fredda) che rievoca il passaggio dei soldati al seguito di Napoleone.
“Il Carnevale sarebbe passato lontano dalla nostra strada se non ci fossero stati ragazzi a mettersi nasi e baffi finti e maschere di cartone da pochi soldi, ad andare su e giù facendo il più possibile schiamazzo con fischi di terracotta, le trombette colorate, i pezzi di legno usati come nacchere.
La brigata infastidì parenti e amici con i suoi coriandoli e infine, salito ciascuno nelle proprie stanze, gettarono un ponte di stelle filanti da finestra a finestra, attraverso la strada.
Ma la notte piovve e il ponte crollò.
Era il mercoledì delle Ceneri.”
(Vasco Pratolini)
Ovunque voi siate vi auguriamo di festeggiare la fine del Carnevale nel migliore dei modi!

Viviamo in un tempo caratterizzato dalla paura di chi è diverso da noi. Vi è addirittura chi invita a costruire muri o a buttare fuori ogni estraneo. Nessuno sembra considerare che l’unica ricchezza vera di questa umanità è la diversità. Grandi sono i paesi che hanno mischiato popoli e tradizioni, piccoli e periferici quelli più’ omogenei.
Ciò’ sembra valere anche per le persone, riflettevo, mente visitavo il nuovo museo di Charlie Chaplin a Corsier- sur – Vevey in Svizzera.
Il Museo è stato aperto nella sua casa dove ha passato i suoi ultimi anni
vicino al lago Lemano. Quell’omino, apparentemente timido, era in verità un gigante: di origini umili (nato da attori girovaghi), crebbe in povertà e imparò a sbarcare il lunario come circense. Reinventò il cinema, vivendolo in maniera integrale: al museo ho appreso come egli non solo recitasse, ma anche dirigesse i film, ne scrivesse la colonna sonora e li montasse, integralmente. Il buffo inventore di Charlot, il vagabondo, era un talento poliedrico, più’ unico che raro. E quando comincio’ la caccia alle streghe del senatore Mc Carthy, un matto ossessionato dal pericolo rosso, lui seppe difendere le proprie convinzioni, anche lasciando l’America per sempre.
Il museo è una gita bella e divertente. Vi sono ricostruiti i set dei suoi film, e viene spiegato bene come lui si curasse di ogni aspetto della pellicola. C’è la baracca della famosa scena ne “ La febbre dell’oro”. ve la ricordate? Quella che oscilla sull’orlo di un precipizio. Ci entri dentro e oscilla non appena ti sposti, come nel film.
E ci sono tante altre cose che ti fanno capire il suo genio: bella è l’entrata nel suo mondo, col sipario che si alza e dischiude una serie dei suoi set. Quella fu l’ultima dimora per Chaplin, con un grande parco, le scuderie e cosi’ via: vi crebbe la tribù’ di figli avuti dalla Oona O’ Neill. Ma vi ricevette anche i grandi personaggi del suo tempo: tutti (sono ricordati in una stanza del museo) lo andavano a trovare: da Einstein alla nostra Sofia Loren.
Tutti cercavano la compagnia dell’omino di origini Rom. Perché scorgevano in lui una grande ricchezza interiore. Che poi è ciò’ che conta nella vita.
È di ieri sera la notizia rilasciata dalla Nasa secondo la quale relativamente vicino a noi, a soli 39 anni luce, nella nostra stessa Galassia, c’è un sistema in cui, attorno a una stella nana rossa di nome Trappist-1, orbitano sette pianeti forse simili alla Terra e sui quali potrebbe essersi sviluppata una forma di vita o che magari potrebbero accogliere l’umanità futura.
La mente corre dunque alla grande letteratura fantascientifica che da sempre accarezza la possibilità dell’esistenza di pianeti simili alla Terra.
Come, infatti, non citare Aurora, nato dalla fantasia di Isaac Asimov che, secondo il racconto, fu il primo pianeta ad essere colonizzato dagli esseri umani nel 2065, ed è presente sia nel Ciclo dei Robot sia nel Ciclo della Fondazione. O ancora Arrakis, conosciuto come Dune, nato dalla penna di Frank Herbert, pianeta quasi completamente desertico e sede del Governo Planetario del Ciclo di Dune.

La mente corre naturalmente anche al grande cinema, che ci ha abituati con Star Treck, ma soprattutto con Star Wars, alla ricostruzione di mondi fantastici come Dagobah (il pianeta in cui Yoda addestra Luke Skywalker), Endor (il pianeta boscoso degli Ewok), Hoth (il pianeta dei ghiacci eterni), Jakku (il pianeta desertico), Naboo (il pianeta di Padmé Amigdala e della la sua reggia, in realtà un mix fra la villa del Balbaniello sul Lago di Como e la Reggia di Caserta).
Per quanto riguarda la scienza il prossimo passo sarà l’attento studio attraverso i potenti radio telescopi, poi forse l’invio di sonde e infine, chissà, anche dell’uomo.

Se credete che le biblioteche siano “ luoghi di trasmissioni del sapere e della conoscenza, e spazi per incontrarsi, scoprire e condividere” allora la pensate come Christian Liechti, responsabile della Biblioteca municipale di Saint-Jean a Ginevra. E’ proprio in questo luogo che ha inizio un nuovo progetto che mi è sembrato molto interessante: ne ho letto domenica scorsa sul quotidiano Le Matin (articolo di Gisèle Voegeli). Il progetto consiste nel dedicare uno spazio della biblioteca alla Grainothèque, ovvero un luogo ove si portano i più svariati semi per condividerli. Semi di fiori, frutta, verdure, del nostro giardino, che vengono lasciati dentro piccoli sacchetti di carta, con sopra scritta la data di produzione, il nome della specie e se possibile anche una piccola foto o disegno della pianta che generanno. Lo scopo è quello di rafforzare e difendere la biodiversità, far sopravvivere piante locali, antiche, particolarmente adatte al territorio. La biblioteca facilita in questo modo una migliore conoscenza dell’ambiente in cui viviamo e trasmette il valore di un consumo rispettoso e responsabile.
Il 2010 è stato l’anno internazionale della biodiversità e sono nate anche in Italia molte banche del seme per salvaguardare le diverse piante del mondo. E’ bello pensare che dentro una biblioteca si possa contribuire a questo lodevole intento.
Jannis Kounellis, uno dei maggiori rappresentanti della cosiddetta Arte Povera, si è spento a Roma a 81 anni. Vera protagonista di tutta la sua opera è stata nel corso degli anni la “materia”. “L’uso della iuta, delle pietre, del legno, del carbone, ma anche il ricorso agli animali vivi – celebri i cavalli in mostra da Sargentini a Roma nel 1969 …– hanno contribuito a veicolare una riflessione via via più composita sul legame tra mondo naturale e sovrastrutture culturali e sulla necessità di attivazione dell’opera da parte del pubblico”. (Artribune 16.02.2017).
In questa sua poetica si inscrive un’opera che possiamo definire dimenticata. “È un manufatto di arte povera caratteristico dello stile di Kounellis e concepito in sintonia con l’orientamento della commissione liturgica diocesana (di Reggio Emilia, ndr), che voleva adeguare l’interno della Cattedrale allo spirito del concilio ecumenico Vaticano secondo. Perciò l’autore l’aveva pensato come una sorta di zattera rappresentativa della Chiesa che sfida le tempeste. La base è composta di antiche travi lignee che sorreggono la seduta vescovile in ferro, affiancata da altre due sedute, una per il presidente non vescovo e l’altra per un diacono o assistente. La sua collocazione fra la navata e il presbiterio, a metà strada fra l’altare e l’ambone, sottolineava la subordinazione del Vescovo alla parola di Dio” (Gazzetta di Reggio, 19.02.2017). Abbiamo detto dimenticata, ma forse sarebbe più corretto dire relegata in un deposito poiché esponenti del clero ed intellettuali avevano bollato l’opera come incompatibile con il contesto architettonico e artistico del luogo in cui era stata posizionata.
Oggi, con la scomparsa dell’autore, è forse arrivato il momento di bandire ogni dubbio e sperare di poterla rivedere nella sua collocazione, risorta dal buio al quale era stata destinata.