Guardiamo le cose in positivo

 

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Andrew Ondrejcak

Tutto quello che ci circonda sembra in movimento, anche in maniera positiva; in questi mesi in Burkina Faso, in Mali, in Afghanistan, a Haiti, si è lavorato sodo per fare qualcosa di bello. Un autore teatrale e coreografo americano, Andrew Ondrejcak,  ha lavorato con designer e con artigiani di questi paesi, grazie al programma di moda etica di un’agenzia delle Nazioni Unite (l’ITC), per realizzare una performance tra teatro e moda che si terrà il 4 giugno a Bozar, il centro per le arti di Bruxelles.

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Zolaykha Sherzad designer afgana con un modello per lo spettacolo

Con tante artigiane ha realizzato tessuti e materiali splendidi, poi messi assieme da altri altri artigiani e da stiliste che si impegnano a portare lavoro in queste realtà, sconvolte dal conflitto o dal dramma della povertà.

Si chiama Figure Studies e verrà messa in scena nel grande salone di entrata di questo edificio liberty, Bozar, nato per ospitare tutte le arti. I 12 ballerini e le ballerine che indosseranno gli abiti di scena accoglieranno i visitatori su altrettanti piedistalli, da dove cominceranno la loro performance.image001 (4)

Alle 20:15. Per registrarsi basta andare sul sito web di Bozar oppure registrarsi a questo indirizzo https://bit.ly/2Lj53bU

 

 

Donne sulle frontiere

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Scena del film Borders regia Apolline Traore

Frontières ! Mentre in Italia infuriava la campagna elettorale, tutta giocata sulla paura del migrante e del diverso, condita anche con stereotipi beoti sull’Africa, ho visto un film Burkinabé e francese, proprio con questo titolo. Narra la storia di quattro  donne che si trovano a viaggiare in Africa Occidentale attraversando Mali, Burkima Faso e Benin per arrivare in Nigeria dove devono vendere o comprare qualcosa . Sono alcune delle tante donne africane che viaggiano via terra, su autobus traballanti, cariche delle loro mercanzie, anima di un commercio e di una mobilità regionale che stanno alla base di un’attitudine alla migrazione economica tipica questa regione. Donne che trovano ostacoli incredibili: corruzione, violenze, furti e chi più ne ha più ne metta. Ciò nonostante, affrontano viaggi allucinanti per sfamare le loro famiglie, per mandare i figli a studiare. Viaggiano in una regione (l’ECOWAS) che è anche una unione doganale, ove le persone dovrebbero muoversi senza intoppi : come in Europa. Eppure doganieri e poliziotti corrotti e briganti di ogni tipo rendono la loro libera circolazione una pura teoria. Si deve pagare ovunque, in ogni forma, per passare. E loro vanno avanti, attraversando i paesaggi del Sahel, coi suoi baobab, o le città caotiche di quell’africa urbana, così carica di umanità e storie.

Ci mostrano alcune cose, queste donne. Primo, che la migrazione africana resta soprattutto in africa. Secondo, che queste africane sono imprenditrici impavide e formidabili, lavoratrici incredibili, al di là dell’immagine prevalente da noi di un’Africa sfaticata (una delle cose più sbagliare che si possano immaginare). Terzo, che la nostra Unione Europea, con le sue vere (perché effettive) circolazioni di persone, merci e capitali, e’ una gran bella cosa da tenere stretta stretta, per non ritrovarsi in un Europa arretrata di decenni, con l’Italia ai margini di una delle tante provincie del mondo.

L’arte è Africa: il teatro a Ouagadougo in Burkina Faso

Ognuno di noi ha un destino segnato, nel mio c’è un marito che viaggia e lavora in Africa. Qui di seguito il suo testo delle cose sorprendenti e belle che ha visto in questi giorni a Ouagadougo:

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Si chiama Koteba: e’ il teatro del Mali e del Burkina Faso improntato a temi sociali. Anima molti dei lavori in scena alle récréatrales di Ouagadougou. Nella capitale del Burkina Faso ogni due anni un’intera strada viene chiusa al traffico per 10 giorni e diviene sede di un festival teatrale. È un bel viale, largo e fiancheggiato da case basse, tutte col giardino e una corte, come si usava un tempo in molte città africane, prima dello sviluppo selvaggio degli ultimi anni. Ogni abitazione ospita uno spettacolo, mentre sulla strada si tengono concerti o performance artistiche. Ogni tanto passa una banda di fiati e percussioni, che cammina avanti e indietro suonando a un ritmo indiavolato.

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Baracchini di venditori di cibo spargono nell’aria l’odore della carne o delle verdure arrostite sulla brace. Ambulanti vendono acqua o birra (la Brakina!). Bambini giocano per strada, adulti vanno qua e là, artisti di tutto il mondo francofono dell’Africa e oltre si abbracciano, raccontandosi cosa hanno fatto per tutto il tempo in cui non si sono visti.

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Al festival ho visto un  lavoro koteba, ispirato a Frantz Fanon e al suo “I dannati della terra”. La storia (scritta da Ali Ouedraogo e Freddy Sabimbona.) è quella di due compagni di lotta per la libertà e la democrazia che si ritrovano dopo tanto tempo: Franck e Tiibo. Il primo è appena rientrato nel paese dopo un esilio dovuto a persecuzione politica, mentre il secondo vi è sempre restato, passando attraverso detenzione e tortura, per poi integrarsi nella nuova Africa di oggi, fatta di democrazia puramente  formale ed esclusione brutalmente sostanziale per la maggior parte delle persone. Il primo desidera riprendere la lotta contro un potere sordo alle istanze sociali, in mano a poche élites rapaci che si sono indebitamente impadronite del mito legittimante dell’indipendenza, il secondo è ormai scettico e gli risponde che bisogna entrare nel sistema e prenderne ciò che si può.

Il pubblico era rapito e rispondeva alle invocazioni degli attori. Ragazzini adolescenti erano spettatori attentissimi. Mi dicono che sia così per ogni spettacolo.

Mentre vi assistevo, pensavo che eventi come questi sono il miglior antidoto contro il radicalismo islamico che si avvicina, come un’ombra maligna, ma anche contro il mettersi in mano a trafficanti di esseri umani per tentare una migrazione disperata. Creano coscienza civile e senso di appartenenza una comunità di destino e di vita.
Stasera c’è Pinocchio: sembra che Lucignolo sia un giovane DJ e il grillo parlante una ragazza seria, che studia e vuole una vita migliore. Il gatto e la volpe sono due faccendieri legati a giri d’affari loschi, come il traffico di esseri umani (e migranti). Credo che a Carlo Lorenzini (Collodi) piacerebbe moltissimo.

Burkina Faso in lotta per la democrazia

imagesUn golpe militare in Burkina Faso, nei giorni scorsi . La guardia presidenziale , il solito corpo di pretoriani associati ai benefici del potere di un presidente che nonc’è più, sente odore di cambiamento: il governo civile succeduto ai tumulti del 2014 (che favorirono la cacciata di un presidente impresentabile in carica da 25 anni) pensa a destinare la guardia presidenyiale alla lotta al terrorismo nella regione. Niente più vicinanza al potere, con collegata distrbuzione di soldi e favori, ma lavoro duro sul campo contro bande di assassini sanguinari. Eh, no: per evitarlo, si fa un golpe. Dopotutto, dopo tanti anni di vita vicino ai potenti si sono viste e si sanno tante cose. Subito però si scopre che il mondo è cambiato: la gente non ne può più e gli stati vicini hanno già troppi problem:tutti, proprio tutti, dicono no. Così l’ennesimo golpe militare accetta la mediazione della comunità dell’Africa occidentale , nella persona del presidente del Senegal. Fuori, la gente protesta: via i militari. L’esercito spara. Ma le proteste non si fermano.Tanta ammirazione,dunque, per il popolo del Burkina Faso che vuole una vita normale e lotta per una società più aperta e democratica.Burkina-Faso-Map

Cartolina

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ida-burkinaFaso-pho-agriculture Questa cartolina è per il popolo del Burkina Faso. Dopo quasi tre decenni di falsa democrazia, con tanto di elezioni e strutture di partecipazione politica sempre manipolate, avete deciso di cambiare strada. Lo avete fatto insorgendo pacificamente e vi siete buscati una fila di fucilate. Avete insistito con coraggio e adesso siete nel mezzo di una transizione difficile. Il vecchio non c’è più e il nuovo indossa un’uniforme dell’esercito: dice che favorirà una transizione democratica, ma chissà. Siete soprattutto voi giovani (siete anche la maggior parte della popolazione nel vostro paese, il contrario di ciò che accade in italia) a chiedere un nuovo Burkina Faso, un paese dove costruire un futuro decente per tutti. Avete addosso gli occhi della comunità internazionale, che può aiutare ma che ha anche inconfessabili interessi in casa vostra. Io vi auguro di riuscire. Ve lo auguro per la terra dei puri (questo significa Burkina Faso, mi dicono) e per l’Africa intera, che cerca di liberarsi dalle grinfie di una classe dirigente cleptocratica, sotto gli occhi di una comunità internazionale cinica e troppo spesso complice del peggio.