La cartolina

retro-della-cartolina1Insegnare

La cartolina di oggi la spediamo a tutti coloro che scelgono il mestiere di insegnante.

Per farlo bene occorre sviluppare una miscela speciale di cui si conoscono gli ingredienti, ma è difficile calcoalre bene le dosi. Si tratta di professionalità, passione, rispetto per gli alunni e dell’aver sempre una gran voglia di conoscere. Ce li ricordiamo i nostri insegnanti di un’Italia che fu: appassionati alla loro materia, alcuni, sfiniti e disamorati del proprio lavoro, altri. Gli insegnanti della scuola pubblica, che venivano in bici o in treno a lavorare. Si fumava nelle classi allora. C’era stata la contestazione ma in provincia, dove vivevo io, c’era sempre un certo rispetto per il professore. Poi siamo venuti all’estero, abbiamo trovato scuole diverse (anche quelle internazionali), eppure la questione è sempre la stessa. Ovunque non è solo questione di struttura scolastica, programmi e moduli. La differenza la fa sempre la persona, con la sua capacità di entrare in rapporto con i ragazzi.

Ho una figlia che sta per finire il ciclo della scuola superiore e le ho chiesto quanti insegnanti abbiano veramente rappresentato qualcosa per lei. In 12 anni di scuola, mi ha risposto, una professoressa di storia ha fatto davvero la differenza: con lei si è veramente appassionata a quella materia. Mi ha addirittura confessato che vorrebbe diventare come lei, anzi che la storia sarà proprio la materia che sceglierà all’univesità.

Essere insegnanti è un lavoro di grande responsabilità.

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

150223_90anniversarytoc_rd Depero e New YorkerIl 21 febbraio del 1925 uscì il primo numero di quello che è diventato uno dei magazine più longevi e famosi al mondo: The New Yorker. Fra qualche giorno dunque saranno 90 anni che per 47 volte all’anno, la rivista creata da Harold Ross e dalla moglie Jane Grant, sarà in edicola con una veste celebrativa che comprende 9 copertine, una per ogni decade.

Il magazine che ha fatto dello spirito cosmopolita e sofisticato la sua bandiera, si occupa da sempre di reportage, critica letteraria, saggi, narrativa, commenti politici e sociali, satira, poesia e fumetti. Esso è divenuto nel tempo un luogo di incontro fra scrittori e giornalisti, in cui l’attenzione alla narrativa contemporanea ben presto diventa il punto focale della sua comunicazione. È qui infatti che scrivono Roth, Salinger, Nobokov presentando alcuni racconti brevi, ma anche la Munroe, Murakami, Shaw, Capote e tanti altri.

Segno caratteristico della rivista in questi novant’anni di vita sono sempre state le copertine, realizzate di volta in volta da artisti non solo americani (ricordiamo ad esempio la copertina futurista disegnata da Depero) e spesso controverse (la copertina completamente nera di Ad Reinhardt dopo l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre).

Insomma una vera e propria istituzione resa tale dalla scrupolosa verifica delle notizie prima della pubblicazione e dalla cura editoriale quasi maniacale.

Timbuktu

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Timbuktu! Chi non conosce questo nome fra noi italiani? Era sinonimo di luogo lontanissimo (lo ricordate il cattivo Edgar, che veniva spedito dagli Aristogatti e dai loro amici in quella città?) o di culture lontane e raffinatissime. Si vociferava delle sue biblioteche e dei suoi edifici di fango, fatti per resistere alle temperature dei deserti africani. Si sapeva che era nel cuore de Mali, ai margini del deserto.

Quasi tre anni fa, però, questa città, dove da sempre convivevano culture antichissime con un islam coscienzioso e rispettoso delle persone, cadde in mano agli estremisti di Al Qaeda e delle sue reti del terrore criminale. Via la tolleranza, allora; le donne vengono subito sottomesse e costrette a pratiche umilianti, si compiono lapidazioni per gli adulteri e così via. Arriva il fondamentalismo più crudele e orribile. Ma arriva per mano di gente venuta da fuori, e in una società abituata al dialogo e alla convivenza, che rimane scioccata. I nuovi venuti non parlano nemmeno la lingua locale, ma impongono un orrore senza alcun rispetto per niente e nessuno. Fanno proseliti, ma anche fra questi serpeggiano dubbi atroci: ma cosa stiamo facendo?

Tutto questo è mostrato magistralmente in un bel film di un regista della Mauritania, Aberrahmane Sissako, che usa la fotografia e i dialoghi per mostrare l’assurdità crudele della situazione. Gli estremisti impongono restrizioni assurde anche alla vita comune: il calcio è proibito, la musica pure, le donne debbono portare i guanti. L’Imam locale, guida religiosa della comunità musulmana, un uomo pio, si oppone a tutto questo con coraggio e argomentando sulla base della dottrina migliore. Ma non c’è niente da fare.

Il film segue alcune vite, viste come parabole dell’umanità quando diventa preda dell’orrore totalitarista o estremista. Vi sono scene memorabili, come quando un gruppo di ragazzi mima il gioco del calcio, perché privati de pallone, considerato impuro. Vi sono la luce di quelle regioni, la sabbia onnipresente, gli occhi di uomini e donne che rispecchiano l’umanità dei nostri giorni, attonita davanti all’incommensurabile follia di un’ideologia assassina. Sappiamo che la città venne liberata dalle truppe francesi e che gli estremisti ne vennero cacciati. Ma restiamo scossi in profondità da questo capolavoro che adesso è candidato all’Oscar 2015 per il miglior film straniero.

Il vero volto di Anna Bolena

anna bolenaSembra impossibile, eppure di moltissime personalità della storia non si conoscono le vere sembianze.

Ad esempio non si sa con esattezza quale sia il vero volto di Shakespeare, perché la maggior parte dei suoi ritratti sono di epoca posteriore alla morte. Stesso discorso per il volto di Michelangelo o per quello del Mantegna. Sono personaggi che hanno avuto un peso e un ruolo importante, eppure di loro sfuggono i tratti o, per lo meno, non ci sono certezze. Gli investigatori del passato, in questi frangenti, si scatenano. Ed oggi le nuove tecnologie vengono in aiuto a chi si fa un punto d’onore rendere il volto a quelle figure storiche di cui si sono perse le sembianze.

È accaduto ad Anna Bolena la seconda moglie di Enrico VIII, madre della più famosa regina inglese, Elisabetta I. Tutta la sua storia è un vero e proprio romanzo. La sua figura ha esercitato non solo sui suoi contemporanei, ma anche nei secoli successivi, un notevole fascino. La bella dama dalla carnagione olivastra, che divenne regina di Inghilterra innescando lo scisma anglicano, ha dato adito a leggende, storie romantiche ed ha anche solleticato la creatività di Gaetano Donizetti che scrisse per lei un’opera famosa.

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Di lei non sopravvivono ritratti coevi, forse in ottemperanza al dictat di Enrico VIII che li fece distruggere sperando di distruggere insieme ad essi anche il ricordo di questa moglie scomoda che, come già era accaduto con Caterina di Aragona, non era riuscita a dargli il tanto desiderato erede maschio. L’unico ricordo coevo di questa regina triste, fino ad oggi era un medaglione del 1534, coniato quando ella si trovava alla seconda gravidanza, medaglione in cui la regina è effigiata a mezzo busto e conservato al British Museum. Oggi grazie alla tecnica computerizzata del riconoscimento facciale, però, quello che per secoli è stato creduto il ritratto di Jane Seymur (la terza moglie del re, dama di compagnia della Bolena, e sua la grande rivale) – una vera e propria beffa alla sua memoria – è stato definitivamente attribuito ad Anna stessa. Finalmente la regina, giustiziata nel 1536, ha un ritratto e le è stato donato dai ricercatori dell’Università della California.

Il programma di riconoscimento facciale utilizzato è sofisticatissimo, infatti contrariamente a ciò che capita nel riconoscimento di un viso fra la folla, il computer deve elaborare un risultato partendo da pochissimi dati certi. In questo caso i dati forniti dal medaglione del XVI secolo.

Se i ricercatori americani hanno ragione il volto della Bolena è molto meno attraente di quello ritratto nel dipinto conservato alla National Portrait Gallery, di Londra, realizzato da un artista sconosciuto che si era basato, a sua volta, su un’opera perduta.

Quello che ci si può chiedere è se è effettivamente importante conoscere le sembianze dei personaggi storici, o se, piuttosto, è infinitamente più appagante e divertente crearsi delle figure che riflettono il nostro personale giudizio su di loro, un po’ come per i personaggi della letteratura. Infatti quante M.me Bovary esistono?

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Mercoledì mi sono trovata in un piccolo bar nella mia città, Pistoia; la proprietaria, una signora dai capelli bianchi, mi ha detto di avere un cliente fisso che si reca ogni giorno al suo bar. Bussa con il becco alla porta, entra volando, prende un piccolo pezzo di brioche e, felice per la riuscita ghiottoneria, riparte. E’ un piccolo uccellino.

Ho provato simpatia quando i tre simpatici ragazzi del gruppo il Volo hanno vinto questo Sanremo: i loro occhi brillavano e sicuramente staranno ancora festeggiando la vittoria.

Ho sorriso anche quando l’ospite Will Smith ha intonato la canzone Volare, di Domenico Modugno, retaggio dei suoi ricordi d’infanzia, legati alla nonna americana.

Mentre rifletto che ormai sono mesi che Astrosamantha, la nostra astronuata familiare a tutta Italia, ci tiene legati al cielo con il suo diario di bordo. Con i suoi occhi ci fa sentire più vicini al mistero dell’Universo.

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Foto di Massimo Sestini

Infine non riesco a togliermi dalla mente l’immagine di quelle teste rivolte verso il cielo: centinaia di migranti dentro l’ennesimo barcone in fuga. È la foto di Massimo Sestini, colta dall’elicottero della Marina Militare nel canale di Sicilia. Vi si vedono tutte quelle persone appiccicate in uno spazio ridottissimo che guardano in su, verso il cielo, mentre sono in viaggio, in fuga da un mondo che non offre loro altra possibilità che il rischio di un viaggio spesso fatale.

Mi risuonano nelle orecchie le parole di una vecchia canzone di Renato Zero “quanta violenza sotto questo cielo…

E così penso che il cielo e l’atto di volare nel bene e nel male siano le cose che più mi hanno colpito in questa settimana appena trascorsa.

Cartolina

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masterchef4

È una settimana leggera. È infatti la settimana del Festival di San Remo, di san Valentino, del Festival del Cinema di Berlino. Dunque le cartoline da inoltrare sarebbero veramente tante (per la noia suscitata, ancora una volta, dalla kermesse di San Remo, per i cuoricini che spuntano ovunque a festeggiare la festa degli innamorati, per l’uscita del film 50 sfumature di grigio, definito dai critici una vera e propria “boiata”).

Ma, in tema di leggerezza, stamattina la cartolina la voglio spedire ai tre giudici di Master Chef. Bisogna riconoscerlo, il programma mi tiene legata alla poltrona da diversi giovedì sera, ma, a ben riflettere non riesco a capire perché. Quest’ultima edizione è la più “recitata” della serie. I giudici impersonano una sorta di “cattivissimo me” e dispensano non solo consigli di cucina (pochi, tuttavia interessanti) ma soprattutto consigli che la mia mamma chiamerebbe “di vita” (a mio parere assolutamente banali e inutili), tutto in nome dello show, esclusivamente per “fare spettacolo”. E via dunque con il pistolotto sulla personalità, sul modo di affrontare le sfide, su come comportarsi e come non comportarsi, e mai come in questa edizione le lacrime si sono sprecate a fiumi. Per carità, quando aprono la bocca per spiegare come si cuoce la carne di un Germano reale, i tre sono delle vere e proprie divinità della cucina, ma quando invece fanno i Guru lanciandosi in altri campi… beh allora scatta il ridicolo. È come comprare una borsa di Prada finta sulla bancarella del lungo mare!

La domanda nasce spontanea: è la formula che sta annoiando o sono proprio i tre giudici dell’edizione italiana?

 

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

La definizione di “giacimenti culturali” – usata per rendere l’idea che il patrimonio artistico italiano potrà essere la nostra fonte di reddito per il futuro – non è piaciuta a tanti storici dell’arte, che temono una crescente mercificazione dell’arte, opposta al suo uso per diffondere e far crescere la consapevolezza culturale del nostro paese. In verità, un po’ tutti dentro di noi lo sappiamo: il nostro è il paese più bello che c’è e occorrerebbe rispettarlo e farlo conoscere di più. Il Touring Club da oltre cent’anni questo lavoro lo fa e di certo lo ha fatto con un volume intitolato: Tesoro d’Italia, il patrimonio negato. Un libro che racconta e illustra luoghi italiani meritevoli di essere conosciuti ma, per ragioni diverse, ancora sconosciuti o di difficile fruizione. Snapshot_2015211In questo volume, ricco di illustrazioni e schede storico-artistiche, si propongono 46 siti sparsi per tutta Italia. Philippe Daverio ha scritto che questo volume è un viaggio nell ‘Italia che stupisce. Ogni capitolo riguarda un luogo che merita di essere conosciuto: vi si troveranno edifici religiosi,civili,musei e collezioni. Luoghi dimenticati anche se in zone assai frequentate dal turismo di massa. Ad esempio, la chiesa di San Lorenzo degli Speziali in Miranda collocata dentro il Foro Romano. Altri suggerimenti sono più difficili da raggiungere, come il Castello di Rocca Calascio, costruito sulle rocce del Gran Sasso, oppure la cripta con le pitture rupestri del IX secolo detta del Peccato Originale a Gravina di Picciano, Matera.

Particolare di affresco Peccato Originale, Cripta, Gravina di Picciano(MT)
Particolare di affresco Peccato Originale, Cripta,
Gravina di Picciano(MT)

Nell’ultimo capitolo poi sono raccolti una serie di aree dove si praticano agricoltura, allevamento e produzioni agroalimentari di alta qualità che rischiano di scomparire. Esempi ne sono il pistacchio di Bronte oppure la Malvasia delle Lipari. Con questa pubblicazione il Touring Club Italiano ci chiede di proteggere un parte dell’Italia invisibile , che fa parte della nostra sensibilità collettiva. Come bene scrive Massimo Negri il libro  basa su una concezione in cui viaggiare è un avventura intellettuale e un’esperienza fisica complessa e sempre diversa. Tesoro d’Italia. Il patrimonio negato, con scritti di Antonio Paolucci, Massimo Negri, Philippe Daverio, Toring Club Italiano, 2014

Ma che cavolo mangiamo?

cavolo neroSiamo ancora in pieno inverno, nel picco dell’influenza, ma proprio di questo periodo dell’anno è una verdura dalle virtù eccezionali: il cavolo nero.

Antinfiammatorio (utilizzato per ridurre distorsioni e tumefazioni), ricchissimo di omega3 (gli antiossidanti che aiutano il nostro organismo) sali minerali e vitamine, perfetto per risvegliare il sistema immunitario, il cavolo nero è stato un po’ dimenticato nella cucina recente.

Vi proponiamo per riscoprirlo una ricetta facile, veloce che non vi impuzzolirà la casa per settimane (questo è il difetto purtroppo più evidente della famiglia dei cavoli!) ma dal gusto deciso. Piatto di magro se si elimina la pancetta e il formaggio, ma ugualmente saporito, ottimo per la Quaresima e anche per i vegetariani più esigenti.

Pennette al cavolo nero

un cavolo nero

una cucchiaiata di dadini di pancetta affumicata

due etti di ricotta

olio evo

peperoncino

una cipolla

un bicchiere di latte per ammorbidire la ricotta

parmigiano

sale quanto basta

Sciacquare sotto l’acqua corrente il cavolo nero e ridurlo in listarelle, in una padella far imbiondire la cipolla e la pancetta nell’olio. Quando la cipolla è diventata lucida aggiungere le foglie di cavolo nero e lasciare andare a fuoco medio per 10 minuti, a fine cottura aggiungere un po’ di peperoncino se si preferisce piccante.

Intanto cuocere le pennette in abbondante acqua salata. A cottura quasi ultimata farle saltare insieme al cavolo nero, alla cipolla e alla pancetta. Aggiungere la ricotta stemperata con un po’ di latte e il parmigiano. Voila

 

Chiacchiere del Lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

anonymous_maskNon poteva essere che disastrosa la nuova sfida che Anonymous ha lanciato in queste ultime ore via web a migliaia di account Twitter, Facebook e siti di presunti jihadisti, oscurandoli.

Ogni qualvolta si sente una notizia che riguarda Anonymous ci si chiede chi realmente si celi dietro questo movimento che ha adottato come simbolo la maschera, stilizzata dal fumettista inglese David Lloyd, di Guy Fawkes, il membro più famoso della “congiura delle polveri”, che nel 1605 tentò di far esplodere la Camera dei Lord a Londra.

Le ipotesi sono tante, in realtà si tratta di una costellazione di individui composta da hacker, troll, difensori dei diritti umani, attivisti della Rete, ma, inevitabilmente e pericolosamente, anche da spie e infiltrati.

Per comprenderne la sfaccettata architettura ci viene in aiuto un libro scritto da una studiosa dell’università McGill di Montreal, Gabriella Coleman che nel suo Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous, compie un suggestivo viaggio dietro le quinte del movimento. Interesse verso la libertà di espressione, architettura da guerriglia, mancanza di un vero e proprio comitato direttivo, un movimento che, proprio per questa fluidità e impalpabilità, nella sua breve vita è riuscito sempre a reinventarsi, canalizzando di volta in volta lo scontento del popolo della rete, ma allo stesso tempo, a volte, anche dei grandi interessi globali.

La domanda dunque rimane sempre la stessa si tratta di cyber eroi, hackers che interpretano un malcontento davvero popolare, o dietro si loro si nascondono di volta in volta interessi più oscuri, pilotati non dalla base ma dal vertice dei poteri? La rete è un pozzo profondo nel quale ci si può anche perdere…

Inquadrare la forza della natura attraverso la fotografia o la pittura: le vite di Salgado e Turner a confronto

Il-sale-della-terra-poster-franceseDue volte sono stata al cinema, con le mie figlie super adolescenti di 14 e 17 anni, per due film diversi: entrambi però dedicati a spiegare l’opera di un artista, esplorata anche attraverso i rispettivi percorsi biografici.

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Il primo, più documentario che film, è stato quello dedicato al fotografo artista contemporaneo Juliano Ribeiro Salgado, diretto da Win Wenders, dal titolo Il sale della terra.

Il secondo invece è quello dedicato al pittore inglese William Turner vissuto a cavallo tra il XVIII e XIX secolo, diretto da Mike Leight e intitolato Mr Turner.

Le ragazze hanno risposto così alle due serate : colpite e entusiasmate dal lavoro e dall’opera di Salgado, desolate e annoiate dal film su Turner.

E chiaro che si tratti di un raffronto difficile. Siamo davanti a due generi diversi, con artisti di epoche lontane fra loro, ma confrontarli può comunque esserci utile sarà utile per riflettere sul significato dell’arte.

Il film di Win Wenders è migliore? Non ne sono sicura a me sono piaciuti entrambi . Posso capire che i temi di Salgado siano piu vicini al modo di sentire delle mie figlie; le scelte etiche e morali dell’artista lo rendono comprensibile e non è stato difficle per loro ammirare ilsuo lavoro e la sua lunga ricerca. La vita di Turner, invece, dentro la cornice storica del XVIII secolo è molto piu ostica e anzi, per certi versi, respingente e lontano dalla completa comprensione .

Eppure Salgado e Turner ci dicono qualcosa dell’arte : la ricerca artistica per entrambi è inelluttabile, quasi una forza che li spinge ad andare avanti e da cui non possono ritirarsi, devono comprendere le leggi della natura comprendere nelle loro opere il mistero della Terra e per fare ciò sono spinti a compiere esprienze visive dirette, fino ad accettare le avventure più spericolate,. E’ molto bella l’imamgine di Turner quando si fa legare al palo di una nave in tempesta, come pure è bella la scena di Salgado appostato davanti agli orsi polari.

Diverse le fotografie di queti due film ma belle tutte e due, da non saper scegliere. Resto dell’opinione che sono due film da non perdere e che mi rimarranno sempre nel ricordo di due serate molto gradevoli.