Gli auguri più belli

Qui di seguito, gli auguri più belli che abbiamo ricevuto per queste feste.

Un omaggio, visibile dal cielo, a tutte le donne. Ad Amsterdam un piccolo esempio di Land Art, per guardare a Sud

 

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La commissione è arrivata da parte dell’organizzazione femminista “Mama Cash”.

Siamo ad Amsterdam, dove l’artista cubano, di stanza negli Stati Uniti, Jorge  Rodriguez- Gerada, ha creato un’opera su un’area di terreno vasta come due campi da calcio.

Invitato dall’associazione, in occasione della campagna “vrouwen vogelvrije”, incentrata sulla difesa delle donne che a loro volta difendono i diritti umani, l’opera raffigura il ritratto di una donna anonima mesoamericana in onore delle attiviste e come simbolo di protesta contro la persecuzione che avviene quotidianamente nella regione che comprende la metà meridionale del Messico, i territori di Guatemala, El Salvador e Belize, la parte occidentale dell’Honduras, Nicaragua e Costa Rica. Il “pezzo” è stato realizzato rimuovendo neve e terreno da una piccola isoletta, in un’area ex industriale, nella baia di Amsterdam, con l’aiuto di 80 volontari.

Un opera forte di  contenuto sociale e poetico, lontano dalla contestazione più serrata. Quello che ora bisognerà verificare è la sua durata di fronte agli eventi dell’inverno, e la possibilità di essere ammirato anche dal vivo, e non soltanto in tour virtuali resi possibili da Google Earth.

Questo articolo era già stato pubblicato il 23 dicembre

Che i nostri migliori auguri vi raggiungano in qualsiasi parte del mondo voi siate!

Auguri Natale 2012Queste siamo noi!

Vi auguriamo un Natale di felicità e risate!

Vi aspettiamo tutti qui per il nuovo anno,

con tante novità,

a fare due chiacchiere come vecchi amici.

Ora scusate, ma i preparativi per il cenone ci chiamano!

Enrica e Stefania

Goodbye Lenin!

AspirapolvereChe si può fare quando la giornata è uggiosa e fredda e non si ha nessuna intenzione di gettarsi fra la folla natalizia? Ma naturalmente si può navigare sul web alla ricerca di chicche da condividere! Ed è proprio una chicca quella che vogliamo presentarvi oggi, certo un po’ lontana (a Mosca…) ma che riporta, almeno quelli della nostra generazione, ad un passato recente che sembra essere stato cancellato dagli eventi.

Si tratta di un’esposizione al Moscow Design Museum, che fino al 20 di gennaio 2013 mette in mostra il design sovietico fra il 1950 e il 1980, gli anni cioè della cortina di ferro, delle spie, della Baia dei Porci, del terrore nucleare. Nella presentazione on line leggiamo che si tratta di un vero e proprio stile di vita presentato attraverso oggetti di design e simboli iconici appartenenti all’epoca del comunismo.

Sono stati qui raccolti i migliori esempi sovietici di design industriale, grafica, arti applicate e moda, un universo di oggetti affascinanti non solo perché retrò, ma perché testimonianza di risultati conseguiti grazie ad un approccio sistematico, funzionale, estetico e umanistico alla progettazione, approccio che caratterizzò gli anni ruggenti del comunismo sovietico.

Giochi, hobby, sport ed eventi di massa, educazione e scienza, produzione e vita domestica, tutto trova spazio in questo Amarcord fortemente voluto dalla direttrice del museo Alexandra Sankova. Chissà l’effetto che fa ai moscoviti ripiombare in piena era comunista e quale pensano possa essere l’eredità che ha lasciato loro questo periodo.

L’idea, macchina che crea l’arte

Continuiamo il nostro viaggio ideale durante queste feste di Natale. Dopo Roma e la Galleria Borghese, propongo  di scendere a Napoli dove, dal 15 dicembre, si è aperta una mostra dal titolo “Sol Lewitt e i suoi artisti”. Sua è la frase che dà il titolo a questo articolo.

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Sol Lewitt potrebbe risultare, a chi non è avvezzo all’arte contemporanea, un’artista tosto da comprendere e da assimilare, almeno al primo incontro. Anche se cosi’ è, io vi proporrei comunque di non scoraggiarvi, perché questo personaggio americano, teorico dell’arte minimale e concettuale fin dagli anni Sessanta, è un caposaldo dell’arte contemporanea.  Egli si dedicava a pensare e riflettere su tutte le possibilità di espressione offerte dalle della forme geometrihe primarie.  Se andate a vedere il suo lavoro non cercate il racconto; lui non ha mai  da raccontarvi un fatto o da lasciare  traccia del suo punto di vista:  ha studiato tutta la vita per offrirci tutte le possibilità combinatorie delle  forme geometriche, come ad esempio il cubo. Sol Lewitt ci lascia le norme, le combinazioni delle forme, come quando si dedica a quantificare e rappresentare tutte le possibilità di rappresentare due linee che si incontrano.

Non cercate il sentimento facile quando andate a vederlo, ma la struttura fondante dei segni che accompagnano la nostra vita. La sua opera fondata su rigorosi calcoli matematici  è in ultimo  la trasposizione delle sue pratiche di logica. Il pensiero di Sol Lewitt è il pensiero di un teorico di un filosofo che ha la forza di rifondare i principi dell’arte.

Sol Lewitt
Sol Lewitt

Allora vedrete linee spezzate, in bianco e nero e a colori, cubi, forme geometriche seriali in progressione. Non disperate e cercate la logica matematica di questi progetti. E se vi domanderete come hanno fatto a trasportare le opere sulle pareti del museo ricordatevi che l’artista non ha mai dipinto direttamente tutto il suo lavoro.  Lui esprime il suo progetto, descritto minuziosamente, per poi lasciare  ai suoi assistenti il compito di eseguire l’opera. A loro dovevano essere sufficienti le sue direttive . Ciò che conta nel suo lavoro è il concetto, l’idea, non la realizzazione.

E ciò che mi piace di più è che l’idea è di tutti e rimane nell’aria per sempre.

La mostra resterà aperta fino al 1 aprile ed espone anche la sua collezione di opere di altri artisti.

Natale negli States

Antica biglietto di auguri nataliti americanoNegli Stati Uniti tutto è grande gli spazi, le distanze, le città e quindi anche il pranzo di Natale non poteva che essere “great”.

Tutti i figli del Nuovo Continente sono di “importazione” (tranne i Nativi Americani che però non mi risulta festeggiassero il Natale!) dunque anche tutte le tradizioni Natalizie risultano essere l’elaborazione originale di quelle che ogni nuovo americano portava con sé da casa, dalla famiglia di origine!

E, naturalmente, anche le tradizioni importate sono diventate grandi (come impone il paese), si sono mescolate, shakerate e si sono profondamente radicate nell’animo degli americani.

La lista dei cibi tradizionali (che, attenzione però, varia da famiglia a famiglia) è interminabile e nel paese dell’abbondanza non si bada a spese per imbandire il banchetto di Natale.

I piatti principali più gettonati sono in assoluto il tacchino, il manzo e il maiale arrostiti, pasticciati, saporiti, spennellati di salsa che li rende lucidi e succulenti, insomma un cartone animato di Walt Disney. Sulle tavole delle feste così si possono trovare piatti quali il Roast Turkey Breast, l’Honeyed Ham with Pears and Cranberries, il Beef Tenderloin with Mushrooms and Thyme; contorni come le Roasted Potatoes, le Braised Apples with Saffron and Cider, il Brown-Sugar-Spiced Red Cabbage, il Leek and Gruyere Bread Pudding, iGlazed Root Vegetables, la Chicory Salad with Maple-Roasted Acorn Squash. E naturalmente i dolci di tutte le forme e dimensioni: Hazelnut-Praline Torte, Pumpkin cheese cake, White Fruit Cake, Christmas Fruitcake, Chocolate Plum Pudding Cake, Gingerbread ecc. ecc.

Il tutto abbondantemente annaffiato dalla classica bevanda delle feste americana: l’Eggnog.

Prima di darvi la ricetta del Classic Eggnog però è necessaria un po’ di storia di questo “zabaione rivisitato”, parente del Posset inglese (sì sì proprio quello che usò Lady Macbeth per metter ko le guardie del re Duncan, anche Shakespeare lo conosceva) a base di uova, latte e vino o birra e molto speziato. Sbarcato in America con i padri fondatori il posset acquistò una nuova vita con il cambio di alcuni ingredienti fondamentali e l’aggiunta del Rum. A questo punto un’ipotesi sul suo simpatico nome potrebbe essere la seguente: il rum era chiamato familiarmente “grogg”, dunque l’uovo e grogg (egg and grogg) storpiato potrebbe essere diventato eggnog. O ancora la contrazione di “egg and grog in a noggin” (uovo e rum in un boccale) potrebbe essere la soluzione. Comunque sia, rimane il fatto che l’Eggnog è buono buono e decisamente alcolico, insomma un paio di bicchieri mettono senz’altro allegria e allora ecco la ricetta direttamente da amici americani:

EGGNOG

figuriamoci se non lo avevano imbottigliato....
figuriamoci se non lo avevano imbottigliato….

per 6/8 persone

6 uova

180 gr di zucchero a velo

250 ml di rum

250 ml di brandy

un bicchierino di whiskey (blended of course)

7 dl di panna da montare

noce moscata da grattugiare

Battete i rossi delle uova con lo zucchero finché non diventeranno gonfi e bianchi, incorporate lentamente i liquori e la panna conservandone una parte. Mettete in frigo per almeno due ore. Al termine delle due ore, prima di servire, sbattete i bianchi a neve e incorporateli al composto. Prima di servire grattugiate sull’Eggnog un po’ di noce moscata e… felicità!

Oro e luce in attesa del Natale

Beato Angelico, Annunciazione, 1433-34, Museo Diocesano di Cortona
Beato Angelico, Annunciazione, 1433-34, Museo Diocesano di Cortona

Continuiamo ad immaginarci di avere tempo e denaro in questi giorni di Natale. Cosi’ andiamo a Lens e dopo aver visitato la nuova succursale del Louvre, da poco inaugurata nella cittadina francese, potremmo partire alla volta di Roma per vedere, nella Galleria Borghese, l’Annunciazione del Beato Angelico. L’opera arrivata dal Museo Diocesano di Cortona sarà visibile fino al 10 febbraio.

L’occasione della mostra è l’iniziativa L’arte della fede, ossia cinque incontri (questo è il primo) con altrettanti capolavori della storia sacra.

Sono passati molti anni da quando ero bambina e con mio padre ero solita andar per musei, ma non posso dimenticare l’effetto e la curiosità che suscitarono in me le piccole cellette del Convento di San Marco a Firenze, affrescate dal Beato Angelico qualche anno dopo aver completato l’Annunciazione di Cortona (1433-34).

Beato Angelico, monaco domenicano, ha dedicato tutta la vita a raccontare attraverso la pittura un atto astratto e poco rappresentabile fisicamente, ovvero il senso della fede e della spiritualità. Guardando l’opera che brilla di oro e lucentezza ci pare di cogliere nell’angelo e in Maria un’intimità e un accordo che fissa un patto di unione e pace per l’umanità.

Due, appunto, sono gli elementi preminenti nell’opera: l’oro che luccica e la luce che abbaglia. L’oro come astrazione dalla realtà , tipico nell’arte medievale, e la luce come diretta emanazione di Dio.

Provate ora a fare un salto e pensate all’arte contemporanea. Più precisamente a due artisti diversi,  ma con qualcosa in comune nella ricerca di una dimensione altra da quella terrena. Pensate al lavoro di Yves Klein, ai suoi monocromi come i Monogold degli anni Sessanta.

Yves Klein, Monogold
Yves Klein, Monogold

L’artista stesso ha scritto : “ho creato degli stati di pittura immateriale”. Ancora, spiegando le sue opere monorome e la scelta di usare un solo colore, ha scritto “ con il colore io provo un sentimento di assoluta identificazione con lo spazio , mi sento veramente libero”.

Un altro artista contemporaneo a cui penso guardando l’Angelico è stato Dan Flavin , l’artista minimalista americano che ha utilizzato, come materiale del suo lavoro, la luce al neon che un po’, come nel caso di Klein, diventa un monocromo. Una luce che pero’, nel suo accendersi, si espande nello spazio e avvolge lo spettatore.  Non è certo un caso se a Milano l’artista è stato invitato poco prima di morire per lasciare un opera fatta di luce nella Chiesa di Santa Maria Annunciata.

Dan Flavin, Chiesa Rossa, Milano, 1996
Dan Flavin, Chiesa Rossa, Milano, 1996

E’ come se Klein e Flavin avessero rinunciato di raccontarci il fatto dell’Annunciazione per trasportarci, uno con l’oro e l’altro con la luce, dove ci ha condotti l’Angelico con la sua magnifica opera.

E’ davvero poi così lontana l’arte contemporanea dal suo passato?

I musei si espandono: il nuovo Louvre a Lens

E così i musei si sdoppiano, aprono succursali. E più sono ospitali e più vengono visitati diventando luoghi dove trascorrere il proprio tempo e divertirsi. La prima succursale se la è inventata la Solom R. Guggenheim Foundation quando nel 1997 aprì a Bilbao lo spettacolare museo di Frank Gehry: ricordate il clamore e il successo che ne seguì? Ebbene il Guggenheim ha poi ha continuato la sua espansione e, sempre nel 1997, ha aperto un’ altra sede a Berlino. Prossimamente ne aprirà una ad Abu Dhabi, mentre la sede di Venezia merita considerazioni diverse perché è stata, più che una nuova sede, l’assorbimento di un museo che doveva rimanere veneziano e italiano.
Frank Gehry, Museo Guggenheim, Bilbao
In genere sono musei nuovi realizzati da architetti importanti come nel caso del nuovo Centro Pompidou, sorto a Metz, nel 2010, per opera dell’architetto giapponese Shigeru Ban. Il Centro ospita mostre con opere prese in prestito dalle collezioni del Museo d’arte moderna di Parigi.

È di questi giorni la notizia di una nuova sede distaccata aperta da un grande museo. Ancora una volta in Francia, questa volta ad opera del Louvre. Infatti, dal 12 dicembre, sarà possibile visitare una sua succursale nella città di Lens, nella Francia del nord. Il Museo è stato costruito dagli architetti giapponesi Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, che lavorano assieme sotto il nome di SANAA.
Louvre, Lens
Si tratta di una realizzazione enorme: più strutture espositive, la principale delle quali è un hangar lungo 120 metri, realizzato in alluminio e vetro, di grande eleganza e armonia. E’ stato chiamata la Galleria del tempo perché strutturata lungo una linea temporale (una time line) che si dipana all’interno di essa, accompagnando il visitatore dall’antichità sino al secolo appena trascorso. Conserva opere provenienti per la maggior parte dal Louvre (il diciannovesimo secolo è rappresentato da quelle del Museo d’Orsay, naturalmente) che vi rimarranno per cinque anni. Vi è poi uno spazio a pareti mobili per esposizioni temporanee e vi è anche uno spazio (una specie di grande scatola in vetro) pensato per esposizioni di storia e cultura locale. La luce naturale prevale e la struttura può regolarne la quantità in entrata.
Tutta questo fermento ci fa venire la voglia di mettersi in viaggio. Ma, al contempo, ci assale il dispiacere che l’Italia non partecipi a queste rivoluzioni culturali; anzi spesso si lascia scappare anche ciò che di grande ha nel suo territorio.

Chiacchiere del lunedì

Prova mafaldeLeggevo qualche giorno fa il Fatto Quotidiano quando, a metà del giornale, mi sono trovata di fronte a una foto di Oliviero Toscani, intitolata chirurgia estetica=nuova bellezza? Nella foto si vede un gruppo di donne senza volto con  i corpi bendati come se fossero delle mummie. La composizione è bella e sapiente,  e come tutte le foto di Oliviero Toscani non mancano i riferimenti all’arte: in questo caso, a certe rappresentazioni di corpi nella pittura manieristica del Cinquecento.

foto Oliviero Toscani
foto Oliviero Toscani

La foto nasce da un progetto di Oliviero Toscani che intende raccogliere storie e immagini di donne, che sono state protagoniste o vittime  della chirurgia estetica. Dentro di me ho pensato: ne vedremo delle brutte purtroppo; sarà la raccolta di immagini di persone in fuga dal tempo e dalla storia.

In fuga dal tempo perché è sempre più difficile accettare  i segni della nostra età. Sembra che senza finzioni o travestimenti non possiamo accettare i nostri cambiamenti.
In verità  io sono convinta che ciò che si perde in bellezza il tempo ce lo restituisce in intensità. Non è la nostra pelle che dobbiamo modellare ma la nostra testa, in modo da poter curare e sviluppare i nostri sensi. Solo con questa cura le cose che ci circondano si rinnovano e continuano a donarci felicità.  Lasciamoci dunque i solchi sul viso e accettiamo di non essere più guardate o vezzeggiate; ma al tempo stesso non smettiamo mai di annusare, toccare, vedere e gustare  le cose della vita.

Tutto ció perché sei una donna saggia, che da tempo ha accettato se stessa e la propria vita. Io sono decisamente contraria alla chirurgia estetica e sono d’accordo con te nel rimarcare la necessità che il tempo lasci sui nostri corpi i segni del suo passaggio proprio perché attraverso il tempo acquistiamo l’esperienza che ci rende persone uniche. A parte le star hollywoodiane per le quali “la plastica” fa parte del gioco,tuttavia esiste un mondo di donne insicure, che non si accettano e che pensano erroneamente che la chirurgia estetica possa in qualche modo (forse malato) aiutarle ad acquistare quella sicurezza e stima di sé stesse che non hanno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti…

Non tutto ciò che Oliviero Toscani ci ha proposto in questi anni mi ha convinto (ad esempio, un po’ di anni fa, mi irritavano non poco certe immagini drammatiche scelte per pubblicizzare maglioncini o pantaloni colorati). Ma questo momento di riflessione e di attenzione per la corsa folle alla chirurgia estetica mi sembra una buona cosa e l’ho apprezzato.

Ceremony of Carols

BrittenFra poche settimane arriverà Natale e come tutti ci stiamo preparando. Ovunque si sentono le famose canzoncine che ci accompagnano durante tutto il periodo dell’Avvento e che diventano il leitmotif di questo periodo dell’anno.

Oggi per cambiare vi offriamo l’opportunità di ascoltare qualcosa di diverso, non le solite carole di Natale, qualcosa che moltissimi non hanno mai ascoltato. Si tratta di un pezzo tratto da Ceremony of Carol, una raccolta di canti non natalizi, ma che celebrano il Natale, di Benjamin Britten, autore britannico contemporaneo, poco conosciuto in Italia.

Britten nacque nel Suffolk nel 1913  e morì ad Aldeburgh nel 1976, dopo una lunga carriera musicale che lo ha portato ad essere considerato ancora oggi una delle figure più prestigiose della musica inglese contemporanea.

Britten scrive l’opera Ceremony of Carols durante il viaggio di ritorno in nave dagli Stati Uniti, dove aveva riscosso un enorme successo, nel marzo del 1942. Il viaggio giudicato dal compositore stesso lungo e noioso è rallentato dalla presenza di U-boat e dura circa un mese. Britten avrebbe dovuto terminare un’opera che stava componendo, ma i funzionari doganali americani gli requisiscono il materiale temendo che si possa trattare di codici cifrati. Durante uno stop in Nuova Scozia, ad Halifax, Britten ha l’occasione di leggere un libro di poemi medievali che lo ispirarono per la creazione di una nuova opera. Nasce così Ceremony of Carols, oggetto quanto mai strano e originale. L’opera è composta da canti per coro di ragazzi, solisti e  arpa, elaborati a partire dai canti gregoriani. Si tratta di un’opera pensata per accompagnare un corteo regale con un inno di introduzione e un inno di chiusura della cerimonia, in cui trovano posto alcuni dei poemi medievali che Britten aveva letto, da qui la difficoltà del testo.

Fanno parte dell’opera: la Procession Hodie ChristmasWokum yoleThere is no RoseThat yonge ChildBalulalowAs dew in AprilleThis litle BabeInterlude (un pezzo per la sola arpa), In freezing winter nightSpring CarolDeo Gracias, infine la Recession Hodie Christmas.

Ognuno di questi canti è un’opera d’arte da ascoltare e ri ascoltare per poterne cogliere tutte le sfumature. Ve ne diamo un assaggio, che mostra la maestria di questo compositore particolare e molto amato in patria. E sulle note di questo canto iniziamo ad augurarvi Buon Natale

Gangnam style 2… la vendetta

Anish KapoorAnche Anish Kapoor si è messo in gioco… è sceso infatti in campo per ribadire la necessità che l’espressione artistica rimanga libera da ogni tipo di legame sia esso politico, sociale o economico. Sulla scia del filmato postato su You tube da Ai Weiwei, che ha fatto infuriare le autorità cinesi, Anish Kapoor insieme ad un nutritissimo gruppo di esponenti dell’arte e della cultura mondiale si è esibito nella stessa danza sfoggiando anch’egli una giacca rosa confetto e e occhiali da sole scuri.

Hanno aderito all’iniziativa MoMA, Guggenheim, New Museum, Brooklyn Museum e il Whitney Museum of American Art di New York; l’ Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington; il Philadelphia Museum of Art; il Museum of Contemporary Art di San Diego; personalità quali Helen Bamber; Hanif Kurieshi, artisti come Mark Wallinger, Bob e Roberta Smith e Tom Phillips, ballerini del calibro di  Tamara Rojo e Deborah Bull.

Anish Kapoor ha ricevuto il plauso di altri grandi dell’arte, prima fra tutti Marina Abramovich, la quale non estranea al gusto della provocazione, ha sostenuto la performance di Kapoor.

L’ambientazione e il balletto sono molto semplici ma ricchi di simboli e metafore a partire dalla immancabile presenza delle manette (già usate da Ai Weiwei), dalle maschere che riproducono l’artista cinese, dalle scritte sul muro alle spalle dei ballerini che riportano il nome di molti artisti che negli anni hanno subito ingiustizie ed intimidazioni (fra gli altri compare anche il nostro Saviano e le Pussy Riot) fino al gesto di contestazione tipico dei piccoli che manifestano il dissenso: battere i pugni sul muro.

Nel bel mezzo del filmato compare chiara la scritta: “End Repression, Allow Expression” che diventa la frase simbolo riassuntiva di tutta l’operazione. Che dire? Noi stiamo con lui!