Giornata mondiale della poesia

Istituita nel 1999 dall’UNESCO e celebrata per la prima volta il 21 marzo del 2000, la Giornata mondiale della poesia serve a riconoscere alla forma poetica un ruolo centrale nelle cultura e nella tradizione, poiché “ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica” come ha affermato Il presidente della Commissione italiana per l’UNESCO.

Il verso, come parola viva accompagna tutta la nostra vita anche se spesso ne siamo inconsapevoli, dando forma a quei sentimenti che invadono la nostra anima e che altrimenti sarebbe quasi impossibile esprimere.

Vi lascio con una poesia di Paul Eluard perché è bellissima e perché oggi è anche primavera…

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore
Ruota un moto di danza e di dolcezza,
Nimbo del tempo, arca notturna e fida,
E se non so piú tutto quello che vissi
È che non sempre i tuoi occhi m’hanno visto.

Foglie di luce e spuma di rugiada
Canne del vento, risa profumate,
Ali che il mondo coprono di luce,
Navi che il cielo recano ed il mare,
Caccia dei suoni e fonti dei colori,

Profumi schiusi da cova di aurore
Sempre posata su paglia degli astri,
Come il giorno vive d’innocenza
Il mondo vive dei tuoi occhi puri
E va tutto il mio sangue in quegli sguardi.

Che settimana ci aspetta!

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Ecco una settimana che ci ricorda quanto sia bella la vita.

-Oggi si festeggia il Nowruz il capodanno afgano, iraniano e persiano.

-Domani avremo il primo giorno di primavera e la giornata mondiale dedicata alla  poesia, entrambi il 21 marzo.

-Il 22 marzo è la giornata mondiale dell’acqua.

-Nel fine settimana tornano le mie due figlie dal paese dove studiano.

Per la festa del Nowruz è tradizione apparecchiare una tavola con 7 elementi che simboleggiano: l’alba, la rinascita, amore, salute, bellezza, abbondanza e pazienza. Si mangia il buonissimo Qabili Palau un riso con carote,agnello e uvetta.

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Tavola per il Nowruz

Sul primo giorno di primavera dirò solo che in Svizzera, in questo periodo, spuntano spontanei nei prati dei piccoli fiori gialli. Ogni anno li vedo, ogni anno mi sorprendo di queste piccole isole di colore, dopo il grigio dell’inverno.

Per la poesia scelgo questo verso  della poetessa e artista Sabrina Foschini:

Impietrisce come un orto /la lingua d’amore che ha già detto tutto

Invece in occasione della giornata mondiale dell’acqua, vi segnalo una bella mostra che si aprirà a Ginevra proprio il 22 marzo , dal titolo Aqua- Les artistes contemporains e l’enjeu de l’eau. Un mostra a cura di Adelina von Furstenberg dove più di trenta artisti da tutte le parti del mondo ci racconteranno l’acqua dal loro punto di vista.5ad8ca_7c593ce768cd4331a2f184a2d1ff5e33-mv2

Per le due belle figlie che aspetto a casa: lenzuoli alle finestre , attacco alla polvere e camere tirate a lustro.   

Buon lunedì

Ed ecco la soluzione…

Rullo ti tamburi per Fiorella!

Complimenti si tratta proprio di pane “fossile”. Proviene dagli scavi di Pompei ed è stato rinvenuto una novantina di anni fa. Era noto come panis siligineus flores, dalla siliga pregiata farina bianca raffinata, veniva tagliato dal panettiere prima di infornarlo in otto spicchi in modo da poterlo dividere facilmente.

Questo è, come dire, un po’ bruciato! Per chi volesse provare a riproporlo, ecco la ricetta frutto di studi comparati di archeologi e chef

400 gr. lievito madre

12 gr. di lievito

18 gr. di glutine

24 gr. di sale

405 gr. di farina di farro

405 gr. di farina integrale

mezzo litro di acqua

 

Indovinello del venerdì

Continuiamo con gli indovinelli offrendovi foto di oggetti strani, dimenticati, inusuali. Questa settimana ringraziamo una cara amica che pensando a noi e al nostro gioco ci ha suggerito di postare questo oggetto misterioso. Come di consueto a voi sta la soluzione!

Nel caso voleste aiutarci inviate a  italianintransito@gmail.com  la foto dell’oggetto strano o del particolare che volete proporre come indovinello della settimana.

Aspettiamo i vostri suggerimenti e grazie Tiziana!

3,14 ovvero Pi greco

Il 14 marzo (3.14) si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Internazionale del Pi greco, meglio conosciuta come Pi Day. Ne parlo perché ciò che ho visto e letto su questo argomento mi ha dato la misura di quanto gli esseri umani possano essere diversi fra loro e di come mentre gli uni provano un fremito davanti ad uno spettacolo naturale, ascoltando musica o leggendo una poesia, altri sentono realmente qualche cosa creando un’equazione…

Innanzitutto, e purtroppo non è un ricordo che risale ai tempi della scuola, due parole su cos’è il Pi greco. Si tratta di una costante matematica che rappresenta il rapporto tra il diametro di un cerchio e la sua circonferenza. Giuro che ho fatto di tutto per memorizzare se non altro la storia di questo numero affascinante, ma credetemi tutto ciò che mi è rimasto impresso è che viene usato fin dalla notte dei tempi, una misurazione simile a quella possibile con il Pi greco è presente nella Bibbia, che fu Archimede a farne il calcolo più preciso e che fu chiamato Pi greco a partire dal 1706 dal matematico inglese William Jones. Detto ciò mi scuso con i fanatici del Pi greco se non riesco ad essere più esaustiva. Continuando la mia ricerca ho scoperto che esso è presente quotidianamente nelle nostre vite (chi lo avrebbe detto?) dal diametro della teglia per la crostata, al pallone da calcio, secondo recenti studi anche le anse dei fiumi sottostanno alla regola del Pi greco…

Ho scovato un esperimento che, se avete voglia e tempo potete fare, che dimostra quanto il Pi greco sia subdolamente presente in ogni dove! Se infatti prendete un foglio di cartone, ci disegnate un quadrato con dentro un cerchio, lo mettete fuori dalla finestra e aspettate che piova, contate poi le gocce cadute nel cerchio e nel quadrato, dividete i due numeri e moltiplicate il rapporto per quattro, otterrete un numero molto molto vicino a 3,14, il Pi greco appunto.

Tutto ciò naturalmente non vi porterà a nulla a meno che non facciate parte della categoria di esseri umani che si appassiona al solo pronunciare Pi greco.  Altro fatto incredibile è come generazioni di matematici abbiano caparbiamente cercato di calcolare le cifre decimali dopo la virgola e a tutt’oggi sono arrivati a contarne 5 miliardi…

Comunque per tutti coloro che, come me, non riescono proprio ad appassionarsi ad una costante matematica, sappiate che esiste addirittura un genere letterario che si ispira al Pi greco.

Si chiama Pilish è stato inventato all’inizio del ‘900 e consiste nello scrivere poemi e racconti utilizzando parole della lunghezza indicata dalle cifre decimali del Pi greco (=3.14159265358979…). Classico esempio il breve poema di Joseph Shipley:

But(3) a(1) time(4) I(1) spent(5) wandering(9) in(2) bloomy(6) night(5); (…e via così)

Yon tower, tinkling chimewise, loftily opportune.

Out, up, and together came sudden to Sunday rite,

The one solemnly off to correct plenilune.

Sappiate dunque che se siete ossessionati dal Pi greco potete scrivere in questo modo andando avanti per ben 5 miliardi di cifre, ma credo che si riesca ad impazzire con molto molto meno!

Degli alieni, della fine del mondo e altre storie…

“Un giorno forse riceveremo un segnale da un pianeta lontano, ma dobbiamo stare attenti a rispondere”. Così l’astrofisico più noto del mondo, Stephen Hawking, replicava in un’intervista a chi gli chiedeva se siamo soli nell’Universo. Egli, infatti, affermava con assoluta convinzione che l’essere umano non è l’unica forma di vita nell’Universo, ma allo stesso tempo si dimostrava scettico sulla possibilità da parte dell’uomo di mettersi in contatto con un’altra civiltà, con ogni probabilità molto più avanzata della nostra, agli occhi della quale potremmo apparire perfetti da conquistare poiché inferiori e deboli.

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Non solo. Ultimamente Hawking ha messo in guardia l’intera umanità dal pericolo che sta correndo. E questa volta non si tratta di alieni. Lo studioso infatti, basandosi su riscontri oggettivi, ha affermato qualche giorno fa, che l’umanità potrebbe riuscire ad estinguersi da sola senza l’aiuto esterno dell’alieno conquistatore, a causa della sua aggressività, che potrebbe farle sfuggire di mano i progressi tecnologici ai quali stiamo assistendo. “Da quando ha avuto inizio la civiltà, l’aggressività è stata utile poiché ha permesso la sopravvivenza. Ora però, la tecnologia è avanzata a un ritmo tale che questa aggressività potrebbe distruggere tutti noi, con una guerra nucleare o biologica“. Unico modo per reprimere i nostri istinti scimmieschi è l’utilizzo di logica e ragione…

Hawking mi mette un po’ in ambasce dipingendo scenari distopici e apocalittici! Tuttavia, dando un’occhiata a quello che sta accadendo in giro per il mondo, mi convinco che nessun alieno ambirebbe a conquistare una civiltà (?) come la nostra, e, d’altra parte, la mia fiducia innata nell’umanità mi suggerisce che in fondo riusciremo a cavarcela anche stavolta, mettendo da parte la nostra atavica aggressività e innescando il nostro cervello… Vane speranze?

Buona settimana!

Risposta al quesito

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Sentite cosa ci ha raccontato il nostro esperto Francesco Bernocchi:

Nei tempi passati si usava cuocere il pane nel forno comune. Ognuno faceva il suo impasto e lo lasciava lievitare. Nei luoghi di montagna lo si preprarava a novembre, dicembre e si usava per più mesi. 

Il capo famiglia imprimeva sull’impasto il proprio marchio simbolo sigillo in modo da riconoscerlo nel forno comune. 

Ecco svelato l’enigma :l’immagine  che vi abbiamo mostrato è di DUE MARCHI PER IL PANE valdostani del XIX secolo.

 

 

Salée au sucre

Vi raccontiamo la storia di un dolce, uno di quelli timidi, che non fanno troppa mostra di sé nelle vetrine delle pasticcerie, ma che conquista le papille gustative quando si decide di assaggiarlo.

Fa parte patrimonio culinario del Cantone di Vaud in Svizzera, e dunque si può capire perché si tratta di un dolce semplice!

Si chiama salée au sucre  ed è un dolce rotondo a pasta lievitata guarnito con una miscela a base di zucchero e crème fraîche o burro o uova battute. Parlare di  “salée au sucre” può sembrare paradossale quasi quanto l’espressione romanda “déçu en bien”, letteralmente “deluso in bene”, cioè piacevolmente sorpreso. In effetti, a dispetto del nome, questa preparazione è proprio un dolce e la parola “salé” serviva nel cantone di Vaud a indicare una torta sia salata (al formaggio, al lardo ecc) sia dolce.

Di salée au sucre si parla fin dal 1600, sebbene non si sappia con esattezza di che cosa si trattasse. A partire dal XIX secolo le ricette si fanno via via più precise e con il termine si designò un dolce che veniva cotto nel forno di casa o in quello del villaggio per i pasti delle feste e delle domeniche.

Per la pasta

  • 250 gr di farina
  • 25 gr di burro a fiocchi
  • 1,5 dl di latte
  • 15 gr de lievito fresco
  • 1 cucchiaino da caffé di zucchero
  • 1cucchiaino da caffé di sale

Pour la guarnitura

  • 1,5 cucchiaio di farina
  • 4 cucchiai di zucchero
  • 3 dl di crème fraîche (di difficile reperibilità in Italia, ma che può essere preparata mescolando 200 g. di yogurt intero con 500 grammi di panna fresca, lasciati per 8/10 ore a 26-28 gradi e poi al fresco per lo stesso periodo di tempo).

Preriscaldare il forno a 200 °

In una scodella sciogliere il lievito fresco nel latte tiepido. Aggiungere il burro a scaglie e lo zucchero. Addizionare la farina e il sale mescolando fino a ottenere una pasta liscia. Non lasciare lievitare la pasta ma appiattirla su carta forno e solo allora lasciarla lievitare per 15 minuti.

Mescolare la farina per la guarnitura con due cucchiai di zucchero e spargerla sul fondo della pasta. Aggiungere un dl crème fraîche e il restante zucchero. Infornare per 20 minuti, passati i quali aggiungere il restante 0,5 dl di crème fraîche, proseguendo la cottura per altri 15 minuti.

Si mangia tiepido o freddo a seconda dei gusti e, se si passa sul milione di calorie che apporta, l’esperienza vi renderà senz’altro “déçu en bien”!

 

Zurigo: Ufficio beni immateriali smarriti…

Hai perso la speranza, l’ispirazione, l’amore, la gioia, la rabbia, la tristezza, l’intuizione e la certezza? Niente paura dal 4 marzo a Zurigo lo si può denunciare a quello che è un ufficio oggetti smarriti del tutto particolare. Infatti qui si passa per rivelare la perdita dei beni immateriali che accompagnano la nostra esistenza.

L’Ufficio Oggetti Immateriali smarriti accoglierà la denuncia con l’obiettivo di far meditare sul numero dei sentimenti che vengono smarriti, ma soprattutto far riflettere sul valore che si è disposti ad accordare loro.

Allo stesso tempo ci si può recare al banco dell’Ufficio Oggetti Immateriali smarriti denunciando il ritrovamento di quegli stessi sentimenti di cui si parlava, lasciando così un messaggio positivo di speranza.

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Naturalmente nessuna azione concreta seguirà le denunce, se  non quella di mettere in contatto, se lo si desidera, coloro che hanno perso o ritrovato lo stesso sentimento. Si tratta di un momento di ascolto, accolto da professionisti formati per questo lavoro, e in una società come quella svizzera, in cui la discrezione sta alla base di ogni rapporto, in cui scoprire il proprio animo può risultare difficile, si tratta di un momento di sollievo e speculazione profonda.

L’idea è nata dalla fantasia del manager culturale Patrick Bolle e della giornalista Andrea Keller, che alla fine di questa esperienza, raccoglieranno in un libro i migliori esempi che l’ufficio raccoglierà. Gli ideatori sottolineano che le chance di ritrovare ciò che si è perduto “sono molto basse” e dipendono da chi denuncia la perdita, tuttavia è possibile che qualcuno venga aiutato dall’ispirazione o dalla fiducia che altri hanno ritrovato.

 

Ginevra è avvolta nelle tenebre

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Jerzy « Jurry » Zieliński Polonais, 1943-1980 Prawo puszczy (La Loi de la Jungle), 1976 

Una strana atmosfera circonda l’ambiente culturale e artistico ginevrino, in questo periodo: paura per l’ignoto, tenebre, dolore e orror. La riscontro nella mostra che si chiuderà il 19 marzo, presso il Museo Rath e intitolata L’imaginaire gothique depuis Frankenstein. Una mostra interessante, che si può considerare una seconda tappa del percorso avviato un anno fa dalla fondazione Martin Bodmer (Frankenstein, créé des ténèbres).

E’ strutturata in due parti. La prima parte dal romanzo di Mary Shelley (scritto, appunto, a Ginevra nel1818) e ripercorre il neogotico, fiorito in Inghilterra alla fine del Settecento con rinnovato interesse per l’architettura medievale e per il romanzo dell’orrore . La seconda invece  presenta tutti i temi gotici dell’arte visiva e letteraria, dalla fine del XIX secolo ad oggi. Mostra complessa: vi troverete temi come la trasformazione artificiale dei corpi, la loro caducità, il rigetto del realismo,  visioni apocalittiche, immagini di figure mostruose o terrificanti. In mostra ho ritrovato due sculture dell’artista polacca Alina Szapocznikow, morta giovane e dal grande talento, che descrive la sua malattia attraverso la scultura, oppure le fotografie di Peter Hujar, con l’opera Portrait in Life and Death, realizzate nelle catacombe di Palermo e accostate a una serie di foto di malati terminali di leucemia.

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Alina Szapocznikow, Ventre-coussin, 1968

Sempre lo stesso giorno sono stata a visitare la mostra, da poco inaugurata, di Roberto Cuoghi, al Centre d’Art Contemporain .  E’ un artista italiano che vedremo prossimamente nel nostro padiglione alla Biennale di Venezia. Avevo già visto delle sue opere, ma mai così tante  assieme. Una bellissima mostra, impregnata però di tristezza e senso di decadimento. Davanti alle opere di Cuoghi ti senti di tornare indietro, come posta di fronte a paure ancestrali. Le sue opere non sono finite, sembrano organismi viventi, sono fragili, si possono distruggere facilmente e sembrano in un continuo processo di trasformazione. Sarà per come sperimenta la materia, ma l’effetto è quello di avvicinare  un mondo sconosciuto, un mondo per certi aspetti anche terribile, che ha subito delle modificazioni genetiche e che ti pone continuamente davanti all’idea di ciò che non si conosce e della morte che avanza. tkimg48dcfe333d276Ogni cosa non è come la conosciamo, è alterata dai suoi esperimenti, tanto è vero che espone anche, come opere d’arte, la vita dei  batteri e le muffe.

Dopo tanta decadenza e dolore, solo lo stare davanti agli affreschi di Masaccio alla cappella Brancacci di Firenze o il rimirarmi una serie di Wall Drawings di Sol Lewitt potrebbero avere la forza di tirarmi su di morale.

Coraggio è lunedì.