Giovani ottantenni

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Ho un padre di 85 anni che non la smette di impegnarsi in prima linea nella promozione, nel sostegno e nella creazione di occasioni legate alla cultura, con particolare riferimento a ciò che ha più amato nella vita: l’arte dei nostri giorni. Già lo so, è sua la colpa se non potrò lasciarmi invecchiare; il suo esempio non lo permette. Il suo stampo è lo stesso che oggi ho riconosciuto in Umberto Eco e  Furio Colombo, che hanno annunciato assieme a un gruppo di scrittori, capitanati da Elisabetta Sgarbi, di lasciare la Bompiani per fondare una nuova casa editrice: La nave di Teseo.

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Umberto Eco

Certamente l’impresa non è facile, ma il gruppo che vi si è impegnato è forte: vi ho riconosciuti anche due scrittori che, come me, provengono da Prato: Sandro Veronesi e Edoardo Nesi.  Non a caso Prato è un città fondata sul lavoro degli imprenditori, da sempre riconosciuta come comunità di coraggiosi innovatori (si vanta di aver dato i natali a Francesco Datini, inventore della cambiale).

Dunque non manca tutta la mia simpatia per una novità, che comunque sottolinea la necessità per la cultura di navigare in acque libere. In attesa di seguire i primi viaggi di questa nave condotta da persone di lunga esperienza, posso solo augurarle buon vento .

Frida Kahlo per bambini

Passare ore ed ore davanti allo schermo del computer è stata l’occupazione prevalente in questi ultimi giorni. Intrappolata nel tunnel delle notizie “dell’ultima ora” ho speso ore a cercare di capire, a stare dietro alle congetture, a cercare di spiegarmi il perché di tanta violenza e paura.

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Meglio allora ripiegare su terreni conosciuti per far prendere aria alle cellule grigie ed essere più produttivi, per continuare a vivere senza paura e a trovare argomenti che danno del mondo una visione diversa. Mi è venuta incontro una blogger famosa di oltre oceano, Maria Popova, sempre attenta alle novità letterarie, alle nuove pubblicazioni originali e propositive. E anche stavolta ha colto nel segno. Sul suo blog infatti dà un’indicazione strabiliante per un altrettanto strabiliante volume.

Si tratta di un libro illustrato per bambini intitolato Viva Frida! (Roaring Brook Press, 2014) la cui autrice è messicana come Frida Kahlo: Yuyi Morales.

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L’artista ha utilizzato fotografie tradizionali e in 3D per creare una bellissima biografia della Kahlo dedicata ai lettori più giovani. Il testo è bilingue (inglese e spagnolo) ed offre un perfetto punto di partenza per mostrare ai bambini il mondo meraviglioso e tremendo dell’arte di Frida. La Morales, disegnatrice e creatrice di marionette, ci trasporta nel mondo colorato dell’artista, nel suo immaginario fantastico con una leggerezza e una ricchezza di colori e sensazioni adatte a colpire la fantasia dei più piccoli, riportando perfettamente ciò di cui era ricca la vita di Frida e che ha disegnato sulle sue tele: risate, amore e tragedia. Lo spirito stesso di Frida Kahlo è racchiuso in questo onirico libro per bambini. L’amore, l’immaginazione e il sogno sono strettamente aggrovigliati nella sua arte. Il processo artistico appare ai lettori quasi magico. Il testo galleggia sulla pagina. L’arte della Morales e le fotografie di O’Meara rendono questo libro di altissimo livello. Creato con pupazzi stop-motion, quadri e elementi digitali, il libro stesso diviene opera d’arte. Le marionette sono realistiche, circondate da animali che la Kahlo amava, tra cui vibranti pappagalli piumati, una scimmia, e il cane. In tutto il libro, la Kahlo va alla ricerca di ispirazione e la trova tutto intorno a lei.

Insomma un libro illuminato dedicato ad un’artista che è presente nel ricordo di tutti.

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E’ arrivata la prima neve

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Zeno Colò

Cade la prima neve dalle nostre parti. Mi viene da pensare (forse anche per distrarmi un po’ dalla tristissima attualità) ai miei primi passi sugli sci e all’Abetone, la stazione invernale di noi toscani. Non appena lo faccio, mi torna in mente una delle tante figure belle della nostra Italia: Zeno Colò, il campione abetonese che negli anni Cinquanta del novecento vinse olimpiadi e campionati mondiali con prestazioni rimaste nella storia di questo sport.imgres

Zeno era nato all’Abetone, un paesino allora sperduto fra i monti dell’Appennino, coperti da fitti boschi di conifere che sulle cime lasciano il passo ai mirtilli e all’erba. Era un posto fuori dal mondo, allora, ma lo sci vi era arrivato col regime fascista, come uno sport d’élite. I ragazzi del posto se ne erano impadroniti e avevano cominciato a praticarlo con mezzi rudimentali e a costo di faticacce oggi inconcepibili, tipo risalire a piedi fino in cima alle vette per ridiscenderne a rotta di collo, schivando gli alberi. Sci di legno, maglioni fatti in casa, una sciarpa e via. Del resto, queste fatiche erano ben poca cosa rispetto al lavoro di boscaioli nel quale venivano tirati su dai genitori. Ne nacque una generazione di atleti, temprati dalla dura vita di montagna, che sbaragliò i campioni di mezzo mondo: Zeno Colò, Vittorio Chierroni, Celina Seghi. Gente che inventò lo sci moderno.

A Losanna, al museo Olimpico, images-1c’è un video sulla discesa libera di Zeno alle Olimpiadi di Oslo (vinse l’Oro): si vede un tale che si scaraventa giù per una pista che oggi sarebbe proibita, tanto è irregolare e pericolosa. Quando arriva in fondo Zeno viene inquadrato in volto: è quasi in trance, tanta era la sua concentrazione. Ad Aspen, dove oggi vanno i fighetti del mondo, questo montanaro dal volto irregolare e dalla forza formidabile lasciò tutti indietro e si prese due ori e un argento, al campionato mondiale. Stabilì il record mondiale del chilometro lanciato a Cervinia, viaggiando a 160 all’ora su degli sci che oggi non si darebbero nemmeno a un principiante per paura che si faccia male.

Una volta mio marito lo trovò che scendeva sciando nel bosco, fuoripista. Erano i primi anni ’80 e lui era già vecchiotto mentre lui era un ragazzino che risaliva un lungo pendio con gli sci da sci alpinismo, per poi scendere da una vetta non percorsa da piste. Lui si fermò a guardarlo: “O che sono le pelli di foca quelle sotto gli sci?” Gli chiese. Lui rispose di sì e lui fece: “Comode, io da giovane risalivo a piedi: mi avrebbero fatto comodo”. E poi aggiunse: “Bravo, ma attento a non sbattere contro un albero quando scendi; ciao.” E sparì zigzagando fra abeti e faggi, come fosse a Cortina tra i pali di uno slalom Gigante.

La Biennale di Venezia dà l’arrivederci

Questo week end la Biennale di Venezia chiude i battenti e, per festeggiare al meglio questi 7 mesi di attività, gli organizzatori hanno programmato una ricca serie di appuntamenti.

d9ba7403-4412-4825-a575-8a8609e959aa-320x480La Biennale Arte, nei prossimi giorni, sarà come uno spettacolo dal vivo in continuo svolgimento, animata da un fitto programma di Performance in Arena (Padiglione Centrale) e in Arsenale.

Innanzitutto, cardine del programma, sarà la fine del progetto di lettura del Capitale di Marx, che ha accompagnato la Biennale lungo tutta la sua apertura. Letto da attori come un testo drammaturgico a ricalcare il rito sikh dell’Akhand Path (una recitazione ininterrotta del libro sacro per la quale si alternano più lettori nell’arco di diversi giorni), è stato colonna sonora come se fosse un Oratorio durante tutta la durata della Biennale.

Fra le tantissime proposte, per le quali il programma completo è consultabile sul sito della Biennale, ne suggeriamo tre che ben esplicitano il tema esplorato quest’anno dal curatore Okwui Enwezor.

Jason Moran e Alicia Hall Moran, il 20 novembre, all’Arena, con il loro Work Songs, mappano e approfondiscono il tempo dei canti di lavoro nelle prigioni, nei campi, nelle case. La mappatura di questi canti di lavoro ha un doppio approccio, concettuale e emozionale. Negli spazi dell’ARENA, una voce solista eseguirà un ciclo di canti di lavoro.

Sempre il 20 Jeremy Deller esplora il tema delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche, a partire dalla fine del XIX secolo e fino ai nostri giorni, basandosi su materiali d’archivio. Il suo lavoro approfondisce problematiche quali l’assenza dei diritti dei lavoratori, i contratti a zero ore, le ore prefissate di lavoro e di pausa, il concetto di “tempo lavorativo” – e lo fa attraverso lo studio e l’esecuzione dei canti che una volta si eseguivano per strada. Pur essendo conosciute come factory songs, infatti, queste composizioni probabilmente non erano cantate all’interno delle fabbriche, a causa del forte rumore dei macchinari. Questi canti “di fabbrica”, un incrocio tra musica popolare e folk, a volte parlano del lavoro in generale, a volte raccontano in modo più specifico le condizioni lavorative all’interno delle fabbriche.

Tania Bruguera ricrea la sua performance e video installazione Untitled (Havana, 2000), che riflette sulla intenzionale “cecità” alla realtà della vita dei cittadini sotto il regime di Fidel Castro. L’intento è quello di avvicinare lo spettatore a una realtà densa di contraddizioni attraverso un’esperienza multisensoriale.

In vacanza a ritroso nel tempo

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Fondazione Beyeler

Se c’è un museo che ti fa sentire in vacanza non appena vi entri, è la Fondazione Beyeler a Basilea. Mai come in questo Museo l’architetto Renzo Piano ha saputo sfruttare e valorizzare lo spazio a sua disposizione. Le mostre vi si godono appieno e la visita è come una passeggiata dove la luce e lo spazio rendono tutto piacevole. Certo il museo lo sa e si fa pagare caro, ma ne vale sempre la pena.

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Maria Vasilyeva, Rooftops, 1915

In questo momento, e fino al 10 gennaio, c’è una mostra dal titolo un po’ lungo, che potrebbe scoraggiare. Invece è da non perdere. Si intitola: In Search of 0,10 -The Last futurism Exhibition of Panting 0,10. Vedrete la ricostruzione di una mostra che si è  tenuta a San Pietroburgo esattamente cento anni fa. La mostra si intitolava, appunto, The Last futurism Exhibition of Panting 0,10. Dopo una ricerca non facile sono state di nuovo riunite  molte delle opere  di quella mostra, fornendo una vista d’eccezione sul panorama artistico russo di quel periodo. Troverete opere legate al  futurismo e al cubismo; ma soprattutto la  mostra fu molto importante perché segnò lo spartiacque tra la ricerca artistica  di Kasimir Malevic e quella di Vladimir Tatlin. Infatti, nel 1915, i due esposero una ventina di opere ciascuno e, dopo  aver  avuto un inizio simile, si separano definitivamente per  abbracciare due modi di intendere l’arte profondamente diversi. Malevich presento’ in mostra l’opera Quadro nero su fondo bianco e traccio’ le linee dell’arte astratta, non oggettiva ma che crede nella  supremazia della sensibilità pura ( sempre nel 1915 Malevic a San Pietroburgo firmerà il manifesto del Suprematismo e enunciando così la sua poetica), mentre Tatlin, al contrario, colloco’ le sue opere in una sezione distinta, ricercando un arte che si legava alla tecnica e voleva essere legata alla vita reale e al suo uso nella società.

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The Last Futurist Exhibition of Painting, 0,10, Pietroburgo, 1915

Ancora oggi ce lo chiediamo: l’arte deve stare dentro la società e servire ad essa come voleva Tatlin, oppure deve abbandonare le immagini della realtà, la “zavorra dell’oggettività”, per toccare le vette della sensibilità pura? Sporcarsi le mani con la concretezza della realtà, come desiderava Tatlin, o cercare invece il nucleo pulsante dell’arte nella purezza dell’astrazione?

Sono passati cento anni ma in questa mostra si ritrovano temi e opere che possono considerarsi delle chiavi di volta per tanta arte dei decenni successivi e anche per l’arte di oggi.

La più importante delle rivoluzioni

Luigi Rossi, All'ombra una piacevole lettura, al sole di tramonto, 1891
Luigi Rossi, All’ombra una piacevole lettura, al sole di tramonto, 1891

Quando la lettura ha acquistato un carattere privato, personale che ha consentito di aprire una finestra sul mondo e di scoprire cosa accade oltre l’orizzonte quotidiano?  Quando abbiamo permesso il dilagare di grandi mondi e di grandi storie all’interno delle private mura di casa, fino dentro l’anima? Quando la lettura si è tramutata da dovere in puro piacere?

Questa lenta rivoluzione si è svolta nel silenzio delle case e delle scuole senza clamore e senza lotta durante tutto il diciannovesimo secolo. Proprio nell’Ottocento infatti la lettura grazie alla diffusione della stampa e alla reperibilità del prodotto “libro” accompagna e scandisce ogni momento della vita. Non solo, con una maggiore alfabetizzazione, finalmente è consentito a molti di accedere a scritti, lettere di carattere personale che in precedenza potevano essere accessibili solo attraverso un tramite.

La lettura prende forme differenti, generando reazioni e umori che variano dalla gioia al dolore, dall’interesse al rifiuto, dalla malinconia alla felicità. Esce dalle aule si svolge ovunque: seduti in poltrona, sulle rive di un lago, davanti a un caffè, sempre suscitando nuove emozioni, che si tratti della lettura delle parole della Bibbia o dei romanzi che offrono distrazione o riflessione.

Anker, La liseuse

A testimoniare questa rivoluzione silenziosa alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate, nel Cantone Ticino, si è aperta a fine ottobre una mostra singolare, che durerà fino al 24 gennaio: Leggere, leggere, leggere! Libri, giornali e lettere nella pittura dell’Ottocento. Qui il curatore Matteo Bianchi ha raccolto una serie di dipinti individuati sia nei musei sia nelle collezioni private che raccontano il divenire della lettura una occupazione personale e privata. Fra tutte le opere esposte spiccano quelle del pittore elvetico Albert Anker che offre “una galleria indimenticabile di tipi umani: scolari, ragazze che si pettinano o lavorano a maglia e intanto leggono, bambini che si affacciano con sguardi incuriositi al foglio stampato, segretari comunali concentrati nel confronto con documenti ufficiali, ma anche anziani che leggono la Bibbia o il giornale”.

Una dimensione umana particolare e privata della lettura che viene sviluppata attraverso una copiosa carrellata di opere di artisti svizzeri e italiani dell’Ottocento, che spaziano dalla necessità dell’istruzione al piacere del testo.

 

L’età dei social media

imagesNon sono giovane, ho cominciato a usare il computer quando ho redatto la tesi. Non sono un cervello in fuga. Con il tempo, da quando vivo fuori Italia, ho cominciato a scrivere per Italianintrasito, sono passata attraverso Pinterest, WhatsApp,Viber, Instagram e per ultimo attraverso il famigerato Facebook.

Su queste autostrade dalla comunicazione e degli scambi ho capito che :

-grazie a loro mi ricordo di vivere sotto lo stesso cielo degli altri e partecipo a ogni affanno dolore e gioia.

-grazie ad essi mi diverto come quando da piccola facevo la collezione di figurine Panini.

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Vista l’età, inoltre, non ho stress da prestazione o da like, ma al contrario mi piace tantissimo mettere un like a tante persone a cui voglio bene o che mi fanno scoprire cose che non conoscevo.

Venerdì sera ho avvisato mia figlia adolescente che stava succedendo qualcosa di tremendo a Parigi. Lei mi ha guardata dispiaciuta, ma ho capito che la sua consapevolezza si è accesa solo dopo aver vissuto l’ondata di emozioni sul web. Da quel momento ha cominciato a farmi domande: voleva capire.

Con i social si può fare del male, ma è indubbio che il modo con cui li viviamo è lo specchio di come siamo.

Praticare il web è come avere il brevetto di volo: puoi  vedere tante cose dall’alto e farti un’idea di insieme. Il web è uno spazio virtuale da esplorare e anche i più vecchi, come me, lo lo possono usare al meglio, trovando un canale di comunicazione e scambio con le altre generazioni.

A proposito, a ancora chi non lo seguisse su Instagram, consiglio di seguire l’artista Ai Wei Wei: è davvero avvincente, tutta la sua vita si confonde con l’arte e seguirlo ogni giorno vuol dire comprendere meglio il suo lavoro.

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Ai Weiwei, Sunflower Seeds, Tate Modern

Ancora un accenno invece al lavoro che seguo da tempo del  grafico francese Jean Jullien diventato in questi tristi giorno il simbolo di Parigi con un semplice tratto nero ha trasformato la torre Eiffel nel simbolo della pace.

Parigi 13 novembre 2015

La rete piange per la FranciaChi non ha vissuto la tragedia in questi giorni? Chi non si è fatto prendere dallo sconforto profondo leggendo i giornali e guardando i notiziari? Chi non ha provato orrore per i fatti accaduti a Parigi? Chi non si è chiesto come reagire a questa marea di dolore che ci è piombata addosso e che non fa altro che mostrarci la nostra assoluta impotenza?

Bacone nel sedicesimo secolo diceva Tantum possumus quantum scimus,  che tradotto correttamente significa sapere è potere. Forse per uscire dall’impasse nella quale tanti di noi si trovano l’unica possibilità è cercare di capire quali sono le cause vicine e remote di questa assurda mattanza, per non cadere in sciocche quanto inutili generalizzazioni che non possono andare bene neppure davanti a un caffè al bar sport. Per comprendere, per saperne un po’ di più dal punto di vista storico e politico, ci viene incontro un articolo di Mario Giro, apparso ieri in Limes on line Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare. Invito tutti a leggerlo e a meditarlo perché, come scrive Giro occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accadendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene”.

Pensare e comprendere bene, il pericolo infatti è che “se ci limitiamo a perdere la testa, invocando vendetta senza capire il contesto, infilandoci senza riflessione sempre di più nel pantano mediorientale e utilizzando lo stesso linguaggio bellicoso dei terroristi, non facciamo niente di buono” anzi finiremmo per fare esattamente il gioco di coloro che hanno pianificato ed attuato gli attentati di Parigi.

Where is our Place?

Ilya Kabakov, where is our Place,
Ilya Kabakov, where is our Place?,2003

Appena ho saputo che  aveva vinto il premio Nobel della letteratura ho comprato un suo libro. Ero contenta che fosse una donna, Svetlana Aleksievic, non la conoscevo. Il titolo è: Preghiera per Cernobyl.

Non sapevo cosa vi avrei trovato, non voglio mai sentire niente, prima di leggere un nuovo libro: voglio farmi un’idea da sola. È solo dopo averlo letto che vado a cercare prefazioni, biografie e quant’altro mi faccia sentire vicina all’autore. imgres

Un libro come questo non si legge tutto d’un fiato a me ha fatto compagnia  per un mese. Non riuscivo a leggerlo la sera prima di andare a letto e molto spesso rimaneva sul tavolo in attesa che trovassi il coraggio di andare avanti. Il libro è la raccolta di tante testimonianze di persone che hanno vissuto nel 1986 il disastro di Chernobyl. È la voce dei cernobyliani, quelle persone che si sentono ormai diverse dagli altri per ciò che hanno passato per quello che sono diventati. imgres-1

Estranei al mondo, sono sopravvissuti ma non trovano pace e non potranno mai dimenticare. 

Ogni testimonianza è uno squarcio sull’evento dell’esplosione della centrale e dei giorni successivi, su tutti gli errori commessi e sugli orrori vissuti. Pochi  avevano capito la portata di quello che era accaduto e si capisce che lo stato non aveva saputo affrontare l’emergenza, anzi che si era nascosto dietro alle menzogne per evitare il panico. Tutto l’ambiente era perduto, contaminato, ma tutti rimanevano increduli.

Nel libro si descrivono le case abbandonate,lasciate all’improvviso, saccheggiate, dove sono rimasti i ricordi, le fotografie, gli animali domestici. Queste scene  mi hanno fatto pensare al romanzo di Cormac Mc Carthy La strada, dove un uomo e un bambino si muovono in un mondo ormai ridotto in cenere. 

 Il libro di Svetlana Aleksievic fa paura, mette tanti dubbi, alla fine pensi che l’ottimismo sull’uomo, il progresso e le sue capacità sono una favola che ci raccontiamo per vivere incoscienti.

Guardo la finestra è metà novembre il freddo non accenna ad arrivare, piove poco dicono che i gas serra sono aumentati. Mi domando se ne sono davvero consapevole o se sono ancora incredula del fatto che possa davvero capitare qualcosa di irreparabile. 

Nella sua prefazione Svetlana scrive: “In questo preciso istante il mondo ha 440 reattori atomici in funzione (…) un numero sufficiente a sentenziarne la fine(…) Pensavo di avere scritto del passato . Invece era il futuro”.

Diwali o il festival delle luci indiano

Diwali2Oggi è stato il primo giorno dei cinque dedicati dagli Hindu alla “festa delle luci”, chiamata Diwali o Dipavali, e celebrata non solo dagli indiani del sub continente ma anche da quelli sparsi nel resto del mondo.

Per gli Hindu celebrare la vittoria del bene sul male è importante quanto per i Cristiani festeggiare il Natale. L’usanza principale, che dà il nome alla festa, è quella di accendere una grande quantità di lampade a olio o elettriche sia nelle case private sia negli spazi pubblici, a simboleggiare la luce che si fa spazio nelle tenebre.

Durante i cinque giorni di festa è consuetudine offrire cibo sugli altari delle divinità (il pantheon indiano è molto vasto).

Il primo giorno si evoca il Signore della Morte. Il secondo si celebra la sconfitta del demone dell’impurità. Il terzo giorno si rende omaggio a Lakshmi dea dell’abbondanza, della luce, della saggezza e del destino, ma anche della fortuna, della bellezza e della fertilità. Il terzo giorno è anche l’ultimo giorno del calendario Hindu. Il quarto giorno equivale al nostro Capodanno, ma è anche consacrato all’amore fra gli sposi. L’ultimo giorno celebra invece l’amore fraterno.

Molti sforzi vengono fatti dalle famiglie indiane per preparare degnamente la festa, si comincia innanzi tutto con una pulizia a fondo della casa, e a coronamento dell’impresa si preparano specialità culinarie che rendono il Diwali anche una delizia per il palato.

Appositamente per il Diwali infatti le famiglie preparano i mithai una selezione di dolci dalle forme e dagli ingredienti particolarissimi. Colorati, profumati, catturano i sensi per il loro gusto speziato e dolcissimo dove l’acqua di rosa, il cardamomo, le noci di ogni tipo vengono mescolate a creare quello che il Masasollasa, testo della letteratura sanscrita composto intorno al 1100 e che può essere considerato una specie di enciclopedia del cibo, della musica e di altre arti indiane, definisce “delizia della mente e dei sensi”.

Naturalmente parlando dell’India le cose non sono così semplici come appaiono. Infatti per comprendere appieno il significato di questa festa sarebbe necessario addentrarsi nel complesso e affascinante mondo religioso di un popolo profondamente spirituale. Accontentiamoci dunque di festeggiare con i gli amici passando qualche ora in un’atmosfera gioiosa e solenne, che ci avvicina a quella spiritualità tutta particolare che ha reso famosa l’India.

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