50 anni e non sentirli: Nel cuore del ‘68

A tutti quelli che non hanno catalogato il ‘68 come “zuppa cotta” (vedi il post di Italianintransito del 18 aprile!) consigliamo a Torino Nel cuore del ‘68 mostra dedicata al reportage fotografico realizzato da Philippe Gras a Parigi durante il Maggio ’68 e rinvenuto negli archivi dell’artista dopo la sua morte, nel 2007.

La mostra è organizzata da Alliance française di Torino – associazione culturale senza fini di lucro, parte di una rete che conta quasi 900 sedi nel mondo, fondata nel 1883 da Jules Verne, Louis Pasteur e Ferdinand de Lesseps – volta a promuovere la lingua francese e CAMERA, Centro Italiano per la Fotografia, volto alla valorizzazione e alla promozione della fotografia, con l’obiettivo di esplorarne le valenze sociali e artistiche, ponendo particolare attenzione alla produzione fotografica italiana e internazionale del XX e XXI secolo.

La mostra ci restituisce, attraverso quarantatré scatti in bianco e nero, l’immagine composita di Parigi fra manifestazioni e scontri, animata da tensioni ideali, scossa dalla violenza e da aria di cambiamento. Il reportage di Philippe Gras si distingue da tanta iconografia legata al ‘68 per la capacità di coniugare uno sguardo empatico con una lettura ad ampio spettro dei complessi avvenimenti di cui è testimone, come l’occupazione della Sorbona e del teatro dell’Odéon – con i celebri interventi di Jean-Paul Sartre, Aimé Césaire e Julian Beck – le barricate e i conflitti con le forze dell’ordine che infuocarono la notte del 24 maggio 1968; e ancora, le folle, i volti e le parole apparse su muri, monumenti e manifesti pubblicitari parigini.

Per chi vuole rituffarsi nel passato o conoscere le vicende attraverso uno sguardo attento alla dimensione sociale che accompagna il fermento culturale di cui è testimone! 

68: La zuppa cotta!

 

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Sgt.Pepper’s Lonely hearts Club Band album cover,1967

Cinquant’anni! tanti ne sono passati dal mitico 1968. Per chi come me era nato da poco ha costituito un feticcio della nostra giovinezza. Da un lato ci dicevano di essere fortunati, perché grazie alle lotte di coloro che l’avevano vissuto pienamente potevamo crescere in una società più libera ed eguale. Il che ci faceva piacere! Dall’altro ce la menavano a mille con l’epopea delle lotte giovanili e politiche. E questo ci annoiava a morte.

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The Supper Dress, 1967

Chi non ha avuto un professore che diceva “io ho fatto il ‘68…” frase con la quale si tendeva a giustificare un po’ di tutto: dall’avere un atteggiamento politico all’avanguardia sino all’amore per il vino rosso, o al fatto di ritrovarsi a soffrire di solitudine.  Per alcuni un sessantottino era un mezzo scioperato, per altri un eroe. E noi giù a chiederci chi avesse ragione.

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Girl Says “Yes” to boys who say “No” poster,1968

Oggi, dopo un paio di decenni (anche qualcosa di più) di svacco intellettuale e sociale, io credo che un po’ dell’amore per l’impegno civile, tipico di quella stagione (e di poche altre, certamente), forse andrebbe ritrovato. Il Sessantotto dopo tutto non è ancora zuppa cotta mangiata.

 

Non chiamateci rimbambiti!

È definitivo. Secondo l’ultimo di una serie di studi sul cervello umano, anche il cervello delle persone anziane si rigenera!

Secondo lo studio pubblicato sul giornale scientifico Cell stem cell si può affermare che nell’ippocampo, la zona del cervello deputata a generare nuovi neuroni, questa produzione non si arresta mai!  Molti anziani dunque rimangono più ‘solidi’ cognitivamente ed emotivamente di quanto si creda. Una delle ricercatrici della Columbia University di New York, la dottoressa Maura Boldrini (italiana doc) infatti ha affermato: “Abbiamo scoperto che le persone anziane hanno la capacità di produrre migliaia di nuovi neuroni nell’ippocampo da cellule progenitrici” proprio come fanno i bambini nell’età dello sviluppo.

Poiché la ricerca è stata condotta sui cadaveri di 28 soggetti di età compresa fra i 14 e 79 anni, i ricercatori sezionando l’Ippocampo hanno avuto la possibilità di fotografare neuroni “appena nati”. I soggetti sezionati in vita non erano affetti da disturbi cognitivi e non avevano sofferto di depressione o assunto antidepressivi, cosa che secondo i ricercatori potrebbe avere un impatto sulla produzione di nuove cellule cerebrali.

Lo so lo so che vi state chiedendo il perché dunque del “rallentamento” di alcuni di noi. La risposta pare risiedere nella minore vascolarizzazione del cervello (cioè da anziani arriva davvero meno sangue al cervello) e con il tempo le connessioni (le famose sinapsi) ce le bruciamo. A questo, purtroppo, per ora, non si può mettere una toppa.

Unica magra consolazione per chi si avvia come me sul viale del tramonto è che ultimamente di persone che si sono bruciate le sinapsi e alle quali arriva meno sangue al cervello ce ne sono tante e decisamente più giovani!

 

 

Ho un sogno oggi

 

Dream Speech

Si dice che quel giorno le cose non girassero come voleva lui. Martin Luther King Jr sedeva rassegnato a pronunciare un discorso grigio, in quella fine d’agosto del 1963. Un sacco di gente si era riunita a Washington, al Lincoln memorial, ma lui non trovava l’ispirazione giusta. Sembra che sia stata una frase di Mahalia Jackson (parla loro del sogno…) a fornirgliela.

Fu così che, quando uscì all’aperto, per rivolgersi a una folla enorme, il reverendo King si elevò al di sopra dei tumulti della quotidianità e della natura umana per entrare nella storia. Lo fece parlando di un sogno. Le sue parole definirono l’America e la sua aspirazione ideale all’eguaglianza, alla giustizia per tutti, con la stessa forza di altri due grandi americani: Jefferson e Lincoln. Quel giorno King divenne uno dei padri fondatori della nazione americana, come ha detto lo storico Taylor Branch. Ebbe la forza di immaginare un paese ove la speranza trionfava sulla paura che la vita sia solo hobbsiana lotta degli uni con gli altri.

Ma fece anche di più : semplicemente parlando di un sogno, King  dette forma al credo politico e ideale di chiunque si opponga alla discriminazione fra esseri umani.

Sono passati cinquant’anni dalla sua morte. Chi ha a cuore un mondo migliore lo ricorda e si chiede se ci sia ancora posto per un discorso come il suo nella realtà di oggi: “Ho un sogno: che un giorno i miei quattro bambini possano vivere in una nazione ove non siano giudicati dal colore della loro pelle ma dai contenuti del loro carattere”.

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Indovinello

E poi non dite che non vi facciamo divertire!

Quella che vedete riprodotta è un’opera di un artista/caricaturista americano Jordan Monsell che ha dipinto King Country. Si tratta di un dipinto ispirato al mondo fantastico di un grande scrittore: Stephen King, che ha scritto innumerevoli libri e che, a detta della critica, è uno dei più celebri e prolifici autori del XX/XXI secolo.

Vi sfidiamo a riconoscere almeno 5 dei suoi personaggi o dei suoi libri qui riporati. Sappiate che il buon Monsell ha radunato più di 170 riferimenti ai romanzi di King.

King Country

L’invenzione delle mani

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Sono certa che prima o poi l’ebook mi prenderà nella sua rete smagliante di efficienza: risparmio di spazio in casa, costo vantaggioso, facilità di lettura per chi non può più fare a meno degli occhiali.  Ma, non perderò  mica il divertimento di  bighellonare nelle librerie?. E poi, le mani  perderanno il piacere di toccare la carta, soppesare il volume ( ad esempio non sono riuscita a leggere Shantaram: il peso del volume mi ha atterrita ) , sfogliare le pagine?

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Bruno Munari, Libro illeggibile

 

“La mano è azione” , ci aiuta a pensare soprattuto nel processo creativo. Il valore delle mani, cosa hanno significato nella storia, è ben descritto in un libro scoperto tra gli scaffali di un libreria di Milano dedicati alla filosofia. Si tratta di un’opera di Lucio Saviani e si intitola  Mani- le più antiche invenzioni.

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Alberto Giacometti, La Main

E’ vero: fin dalla nascita le mani ci aiutano a comprendere il mondo. Saviani parla dei manoscritti miniati, dell’arte degli amanuensi, dei libri antichi a forma di rotolo, delle pergamene fino ad arrivare  all’invenzione di Gutenberg che cambiò definitivamente la storia del mondo e permise all’uomo di tenere in mano il libro, leggendo e scrivendo allo stesso tempo. Tutto cambia e tutto si evolve e forse dovrò rassegnarmi all’e-book.

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Per concludere, Saviani è convinto  :”(…) alle spalle del libro c’è un’altra invenzione. Fondamentale , originaria, decisiva. Risale a millenni e millenni prima del libro:  l’invenzione delle mani”.

Prendo in mano questo piccolo libro dove in copertina tocco l’incisione di Albrecht Durer “Mani di ragazzo” , del 1506. Sono contenta di possederlo e lo metto gelosa nella pesante e stracolma libreria di casa .

Che coss’è l’amor…

Tempo fa AtlasObscura, magazine on line assolutamente sui generis, lanciò un sondaggio per poter mappare quanti più amori a distanza fosse possibile, in modo da avere un campione credibile di quello che oggi, più che in ogni altra epoca, è divenuto un fenomeno comune.

Ne nacque la Ultimate Crowdsourced Map of Long Distance Relationships, ovverossia la mappa mondiale degli amori a lunga distanza. Più di 600 le relazioni mappate, fra persone che vivono, loro malgrado, agli antipodi l’una dell’altra e che sono la testimonianza vivente che l’amore non ha confini.

Alcuni risultati del sondaggio sono incredibili. Innanzitutto pare che tutte o quasi tutte queste coppie contraddicano il proverbio “lontano dagli occhi lontano dal cuore”. Infatti molte di queste relazioni sono tutt’altro che temporanee (sebbene ad oggi è possibile che alcune delle coppie mappate sia “scoppiata”) alcune durano da oltre 30 anni.

Il lavoro naturalmente è la causa maggiore della divisione delle LDR (Long Distance Relationships), seguito da scuola e famiglia.

La distanza più lunga fra LDR è di 12.371 miglia, fra Santiago del Cile a Xi’Ian Cina, quella più breve di 41 miglia fra Hempstead, New York ed Haskell, New Jersey.

Mentre addirittura, poiché la fiamma del sentimento è alimentata grazie alle nuove tecnologie (chat, incontri online, telefonate e mail), gli incontri IRL (in real life) sono decisamente sopravvalutati!

I cuori divisi si spostano moltissimo e prevalentemente in aereo, mentre il mezzo meno utilizzato per gli incontri romantici pare essere il bus. Alcuni sono rimasti separati per problemi burocratici in particolare a causa della difficoltà di rilascio dei Visti.

Insomma nulla divide il vero amore… ed è il messaggio che vorrei mandare soprattutto alle nuove generazioni, a tutti quei ragazzi che vivono i loro amori tribolati ritagliando momenti, giorni, ore per potersi abbracciare: non siete i soli, ma dovete vivere nella consapevolezza dolce amara che un pezzo del vostro cuore sta sotto un altro cielo.

Arriveranno giorni migliori…

La rugiada del mare

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Forse perché se ne trovavano umili tracce ovunque, sulle nostre coste mediterranee, sbattuto sulle spiagge, i romani lo chiamavano la “rugiada del mare”. Questo significa rosmarino, in latino; o almeno cosi’ dicono gli intenditori. Mi ha sempre affascinata questa etimologia poetica, che lega il movimento delle maree a una pianta officinale, dall’aroma intensissimo. Eppure questo nome tanto bello si sente storpiato in continuazione. Dalle mie parti veniva chiamato ramerino, un nome sconnesso dalla poetica definizione latina e riferito a una sua qualche caratteristica fisica (si presenta a rametti, o chissà cosa).umore-basso-rosmarino

Noi esseri umani abbiamo un incredibile capacità: quella di vedere la poesia delle cose. E poi ne mettiamo in pratica un’altra: quella di vedere le cose solo per ciò’ che appaiono. Insomma, l’umile rosmarino dimostra che siamo angeli e bestie al tempo stesso, capaci di essere al di là della mera realtà.o di vivere “proni e obbedienti al ventre”.

Breve storia dell’arancio(ne)

Fin quasi al Rinascimento nelle lingue europee non esisteva una parola che designasse quel colore fra il giallo e il rosso che oggi per noi è l’arancio(ne). Non è una peculiarità delle lingue e delle culture europee quella di non avere nomi specifici per i colori. Infatti nell’antica Cina e in Giappone non esisteva una parola che definisse il blu, un termine comune, qing, infatti, veniva usato per indicare sia le sfumature di verde che quelle di blu.

In realtà l’albero dell’arancia in Europa è giunto molto presto dall’Asia. L’arancio amaro (o melangolo), infatti, fu introdotto in Sicilia e in altre regioni del Mediterraneo dagli Arabi intorno al VII – VIII secolo, con il nome di naaranj. Ma solo fra il XV e il XVI secolo, grazie ai navigatori genovesi e portoghesi, l’arancio dolce si diffuse in tutta l’Europa mediterranea e probabilmente fino al XVI secolo vennero coltivate soltanto arance bionde (dunque piuttosto gialle) a scopo ornamentale e religioso. Solo più tardi vennero scoperte le proprietà nutritive di questo frutto che ora è comunissimo sulle nostre tavole. Proprio a partire dal XVI secolo si incominciano a trovare riferimenti al colore arancio(ne).

A proposito di questo il colore arancione le arance lo assumono solo in particolari condizioni climatiche, quando cioè la temperatura si abbassa mentre i frutti sono ancora sull’albero. Diversamente la buccia delle arance tende piuttosto al verde, tanto che spesso, per renderle più appetibili per il consumatore, vengono esposte al gas etilene per distruggere la clorofilla verde nella buccia e renderle di un bel arancione smagliante.

Per chi si chiedesse perché l’arancio(ne) ha preso il nome dall’arancia e non piuttosto dalla zucca o dalla carota possiamo offrire solo una teoria. Si tratta probabilmente di una coincidenza temporale: le zucche infatti vennero importate in Europa dal Nuovo Mondo  solo molto dopo che Cristoforo Colombo lo aveva scoperto. Mentre le carote fino al XVI secolo inoltrato erano di tutti i colori tranne che arancio(ne), ve ne erano di gialle, bianche, viola e rosse. Secondo una leggenda sarebbe stato un contadino olandese a selezionare le carote arancioni in onore della dinastia regnante degli Orange… ma questa è tutta un’altra storia!