Dolce e piccante, confettura di peperoncini

foto (31)Nei paesi caldi nell’alimentazione si fa un grande uso di spezie, cosa che rende le pietanze particolarmente saporite e piccanti. La cosa mi ha sempre stupito, in effetti proprio in questi paesi non ci sarebbe alcun bisogno di cibi che aumentano la sudorazione, e la curiosità mi ha spinto a fare una breve ricerca per comprendere se si trattasse di una semplice questione di gusti o se la ragione fosse un po’ più complessa.

Secondo uno studio della Cornell University, pare, infatti, che l’usanza di utilizzare più spezie in cucina sia da spiegare in termini evoluzionistici. Mi spiego. In quei paesi dove le spezie sono regine i soggetti si sarebbero assuefatti ad esse perché nel tempo, i progenitori che ne facevano un uso abbondante, sono sopravvissuti meglio di chi non le utilizzava affatto. E il motivo di questa particolare resistenza risiede nella capacità delle spezie di difendere non solo il cibo, ma anche chi lo mangia dall’attacco di microorganismi infettivi e potenzialmente letali.

Le spezie più spesso utilizzate in questi paesi sono origano, aglio e cipolla che con le loro proprietà riescono a debellare la maggior parte dei batteri, seguiti da cumino, timo, cannella e dragoncello (che eliminano l’80 % degli insidiosi ospiti). Con il 75% per cento di successo sui microorganismi si piazzano il peperoncino e il pepe, infine con il 25% il succo di limone, zenzero, anice ecc.

Se tutto ciò è vero, come sembra, pensate quanto possono essere terribilmente mortali contro i microorganismi dannosi (e di conseguenza utili all’uomo) il masala o il curry, largamente utilizzati ad esempio in India, che non sono altro che un cocktail di diverse spezie!

Detto ciò, l’estate sta arrivando, il caldo incombe, il piccantino ci chiama!

E allora una ricetta per una inconsueta confettura (da qualche parte ho letto che il termine “marmellata” si può usare solo per la frutta!) di peperoncini piccanti che si potrà gustare con la ricotta o altri formaggi morbidi o semplicemente spalmandone un velo (solo un velo però!) sul pane o sui crakers.

800 g di peperoni rossi

200 g di peperoncini piccanti

500 g di zucchero

1/2 litro di vino (con il rosso più robusta e scura, con il bianco piu colorata e delicata… ma sempre “strong”)

un pizzico di sale

Procedete come se si trattasse di una marmellata di frutta. Tagliate a dadini gli ingredienti (con i guanti per carità!) uniteli in una casseruola e aspettate che cuociano per un’ora a fuoco dolce. Togliete dal fuoco e passate i peperoni al passaverdura (io in verità ho usato il frullatore ad immersione triturando anche le bucce, ma i puristi potrebbero obiettare!). Rimettete sul fuoco per un’altra mezz’ora. La consistenza deve essere quella delle marmellate di frutta. La dose serve a riempire 4 vasetti da 200 grammi. Chiudete sterilizzate in modo che i vasetti siano chiusi sotto vuoto ed è fatta. Che soddisfazione!

Grazie a Patrizia che ci ha fatto venire l’idea!

 

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Ancora una settimana e gli over 65 pagheranno in Italia il biglietto intero per entrare nei musei, mentre i ragazzi che hanno meno di 18 anni entreranno gratuitamente. Una domenica al mese, però, i musei saranno gratuiti per tutti. Questa scelta penalizza i pensionati, ossia coloro che vedono i redditi contrarsi ma il tempo disponibile – anche per visitare i musei – aumentare.. Le domeniche di apertura gratuita le ho sperimentate in Francia e funzionano: si creano lunghe fila d’attesa, ma sono comunque una possibilità concreta per tutti di trascorrere un giorno dentro al museo.

Ma la vera domanda è: chi frequenta i musei? Quante sono le persone che considerano i musei della propria città un luogo per andare e trascorrere il tempo libero?. La sensazione che ho guardandomi attorno è che la visita al museo sia un “sport” per turisti. Anche se prendo in considerazione solo le classi di reddito medio alte, con persone che hanno fatto studi universitari, non mi sembra di trovare molti visitatori regolari di musei. Eppure sono coloro che viaggiano di più! Ciò nonostante, sembrerebbero distinguersi per un disinteresse diffuso; a meno che l’istituzione museale non organizzi qualche evento speciale ed esclusivo, che possa dare la sensazione di trovarsi in un club privato.

E questo non è solo un problema dei musei italiani. Vivendo all’estero mi sono resa conto che tocca tutte le realtà internazionali. Allora mi chiedo: c’è qualcosa di sbagliato nell’educazione scolastica? Nel modo in cui i musei accolgono i visitatori?

Per ora le cose stanno così. Perciò sono parzialmente d’accordo con questo decreto di Franceschini che impone al turista di oltre 65 anni di pagare il biglietto del museo: va bene, dato che sono probabilmente quelli che ci vanno maggiormente, ma se si tratta di un over 65 residente nella città ove si trova il museo, allora mi piacerebbe che non dovesse pagare niente.

 

 

Sotto tortura raccontereste qualsiasi cosa…

Il Dalai Lama
Il Dalai Lama

Amnesty International sa troppo bene che un’immagine vale più di cento parole… Ed ecco che la nuova campagna per sensibilizzare contro la tortura si avvale proprio di questo principio. Accompagnato da Humor nero (ma proprio nero!) che rende le immagini della campagna particolarmente scioccanti. Sono tre i soggetti rappresentati: il Dalai Lama, icona della non violenza e della vita vissuta con filosofia, Iggy Pop, icona del rock, e Karl Lagerfeld, icona della moda. I tre personaggi sono rappresentati in foto con il viso tumefatto, proprio come dopo una sessione di torture. Il primo afferma “che l’uomo che non possiede un Rolex a 50 anni, è un fallito”, il secondo afferma che il “futuro del rock è Justin Bieber”, il terzo che “Il massimo dell’eleganza è la camicia hawaiana”. Igy popSu ogni foto appare “Torturate un uomo e racconterà qualsiasi cosa…”. Naturalmente subito si è accesa la polemica sul web e sui media: è possibile sensibilizzare su un argomento così terribile? C’è il pericolo, come affermano alcuni, di svilire la bestialità del fatto? L’allusione estetizzante rende forse questa pratica atroce più leggera? Alcuni sono arrivati ad accusare Amnesty di trasformare uno scandalo planetario in una vera e propria gag. Noi chiaramente non abbiamo una risposta, e non possiamo sostituirci alla sensibilità di ognuno, tuttavia una cosa è certa, qui non si ride affatto della tortura, ma della sua inefficacia.

Karl LagerfeldTorturare significa estirpare la volontà di resistere, rinunciare a ciò che si è e a ciò in cui si crede, e in questa campagna è quello che spinge queste tre icone a contraddire la loro intera vita. Semplicemente geniale.

Il Grand Tour… come l’Interrail!

mappa d'europaFin dal tardo Cinquecento si è affermato in Europa un tipo di viaggio che si potrebbe definire di “formazione”. Cioè il viaggiatore non si incamminava per necessità (commerciale, spirituale o economica) ma per piacere, per curiosità intellettuale, spinto di volta in volta sulle orme degli antichi o alla ricerca di differenti popoli, usi e costumi. Questa idea si radica così profondamente nella mentalità e nella cultura europea che, in epoca illuminista, Louis de Jaucourt, colui che scrisse l’articolo Voyage per l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert affermava: “Dunque il fine principale che ci si deve porre nei viaggi è senza dubbio quello di esaminare i costumi, gli usi, il genio degli altri popoli, il gusto dominante, le loro arti, le loro scienze le loro manifatture e i loro commerci”.

È così che nasce l’idea del Grand Tour che per secoli è stato intrapreso da generazioni di giovani e meno giovani rampolli delle élites europee. Un viaggio che doveva allargare gli orizzonti, rendere consapevoli delle differenze, divenire un’esperienza educativa e un momento di approfondimento, che con il passare del tempo cambia quanto a modalità (se nel secolo dei lumi si prediligeva una ricerca di carattere più scientifico, il romanticismo spinge i viaggiatori alla ricerca dell’insolito, del sublime e del pittoresco) ma non quanto a finalità.

Un lento pellegrinaggio fra le capitali della Vecchia Europa partendo dal Nord (Londra, Parigi, l’Olanda, la Germania) e giungendo a sud dove inevitabilmente si terminava con una lunga e approfondita visita delle bellezze Italiane ed eventualmente una puntata (per i più avventurosi) fino ad Istanbul, confine mentale più che geografico del Vecchio Continente. Come fedele  racconto di questo viaggio nacque un vero e proprio e fortunato genere letterario, fatto di memorie autobiografiche (Goethe, Viaggio in Italia), ma si sviluppò anche un genere di pittura che può essere definita di “reportage”, che inizia partire dagli ultimi decenni del ‘700 e che voleva essere una fedele riproduzione dei luoghi più cari ai viaggiatori (P. J. Volaire, J. Wright of Derby). Addirittura spesso furono gli stessi artisti ad intraprendere il Gran Tour come J. P. Hackert e C. Gore.dizionario ragionato

Oggi sarebbe impensabile mettersi in viaggio per mesi, come facevano questi fortunati giovani. In un’epoca come la nostra fatta di tecnologia, collegamenti veloci e  di connessione totale, perdersi fra le rovine di Roma o fra i vicoli di Parigi può sembrare anacronistico e privo di significato. Eppure dell’antico Grand Tour rimane qualcosa, una curiosità, un’inquietudine che spinge tanti giovani ad acquistare un biglietto del treno e prendersi finalmente del tempo per conoscere, capire, girare senza meta in questa nostra Vecchia Europa.

Interrail

“Sali a bordo di un treno e fai un tour a tappe dell’Europa. Incontra altri viaggiatori, scopri tutto quello che l’Europa ha da offrire e colleziona ricordi indimenticabili lungo il tragitto” e chi potrebbe resistere ad un richiamo del genere?

Tutti presenti per Art Basel

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Due momenti diversi, entrambi vissuti da poco, mi vengono in mente pensando ad Art Basel la fiera d’arte contemporanea più famosa del mondo, da ieri lanciata con le anteprime dedicate ai vip e aperta fino al 22 giugno.

Il primo è una visita a Palazzo Vecchio, a Firenze, il secondo invece è una sfilata di moda a cui ho assistito in questi giorni a Ginevra. Palazzo Vecchio, che divenne dal 1540 la dimora della famiglia Medici, impressiona per i sontuosi ambienti e mostra come l’arte possa essere al servizio della potenza e del prestigio dei suoi collezionisti. La sfilata di moda, invece, presentava bellissime modelle con i loro abiti preziosi e scintillanti, mostrate quasi come opere d’arte viventi, come oggetti animati del desiderio, su dei piedistalli, alla fine della sfilata vera e propria.

Dunque io compro se vengo attratto dal desiderio di possesso e compro l’arte se essa può essere messa al servizio della mia persona.

A Basilea sono attesi per l’evento 70 mila tra collezionisti e appassionati d’arte di tutto il mondo. E così mentre 285 gallerie da 34 paesi e 4.000 artisti si stanno collocando con le loro opere in vendita nel padiglioni della fiera, cerco di immaginarmi il ritratto del collezionista del XXI secolo. Ne viene fuori una figura multiforme: in primis un investitore, ma anche una persona che vuole esserci, qualcuno attratto da tutto ciò che è fermento e novità artistica, che vuole possedere, che non ama restare indietro. Il collezionista del XXI secolo sa bene che l’arte può essere usata come un veicolo per la propria visibilità, soprattutto nell’ambito del mondo che conta.

E’ poi un male tutto questo? Anche se la figura non sembra essere tra le più simpatiche, basta pensare alla bellezza del salone del Cinquecento a Firenze. Se l’arte rimane un desiderio, con buona probabilità, farà la fortuna delle generazioni future.

Così in marcia, caro collezionista di oggi, perché a Basilea un solo giorno non ti sarà sufficiente per vedere tutto: ad esempio quest’anno per la prima volta ci sarà una sezione dedicata alla performance (da non perdere, la sezione si intitola 14 Rooms); ci sarà poi una nuova estensione della fiera, progettata da Herzog & De Meuron. Potrai, collezionista contemporaneo, anche andare a spasso per la città a visitare la sezione Parcours, composta da installazioni urbane. Prima di perderti tra le gallerie, avrai l’appuntamento con Unlimited dedicata a installazioni ambientali di grandi dimensioni, pensate per collezionisti molto coraggiosi o per musei in cerca di opere permanenti.

Inutile poi ricordare che per l’occasione anche i musei della città ospitano cose molto interessanti come la mostra dedicata a Gerard Richter, alla Fondazione Bayler, o quella sul designer Konstantin Grcic, al Vitra Museum.

Vitra Museum
Vitra Museum,Konstantin Grcic

Chiacchiere del Lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Settimana di preparazione all’avvio dei mondiali di calcio… Week di attesa del debutto della nazionale e (per fortuna) vittoria sul team inglese…

Anche l’attenzione di coloro ai quali non interessa un bel niente del calcio (personalmente sabato sera sono crollata addormentata dopo dieci minuti di partita) viene catalizzata dall’evento (nella notte fra sabato e domenica mi sono risvegliata alle 2.30 e prima di riaddormentarmi ho controllato sullo smart phone chi aveva vinto!). Nella migliore tradizione italiana siamo diventati tutti CT (commissari tecnici), si sprecano i commenti e i pronostici.

Il resto si dimentica, come si è dimenticato, sempre in campo sportivo, ad esempio, la vittoria del titolo europeo delle italiane della scherma o i nostri affanni politici o le storie di orrore quotidiano.

Il mondiale è sempre stato una festa, un’occasione per stare insieme, uniti per qualcosa di cui, in fondo, siamo tutti fieri, quasi una possibilità di rivalsa (i commenti sulla vittoria si sono spresati…). Un’occasione per poter appunto dimenticare l quotidiano che, comunque riesce sempre a raggiungerci!

Buona settimana

 

 

Non solo mondiali…

Lavoro_minorile_TpOggi-620x35012 giugno 2014, la data ci porta immediatamente all’apertura dei Mondiali di Calcio in Brasile, grande festa dello sport, sebbene proprio qui, in un paese che lotta ogni giorno con la povertà, il 12 giugno avrebbe dovuto essere ugualmente importante per un’altra celebrazione. Infatti il 12 giugno è stata anche la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile.

Le stime recenti dell’ILO (International Labour Organization, che ha da tempo istituito un apposito ufficio che si occupa del lavoro minorile) attestano che dal 2000 ad oggi il numero di minori che lavorano è diminuito di un terzo, da 246 a 168 milioni, mentre il numero quelli che svolgono lavori pericolosi è passato da 171 milioni a 85 milioni, ma questi numeri per la loro consistenza fanno paura. L’Asia detiene ancora il triste primato con 78 milioni di bimbi lavoratori, seguono l’area Sub Sahariana con 58 milioni, l’America Latina e i Caraibi, il Medio Oriente e il Nord Africa con 9,2  milioni. La maggior parte dei bambini lavoratori sono assorbiti dall’agricoltura, seguono i servizi e l’industria (attività manifatturiera ed economia informale). Il 40% dei bimbi lavoratori sono femmine…

wcms_241519Nel 2013 durante la Conferenza di Brasilia, gli obiettivi dell’ILO erano stati raccolti nella Dichiarazione di Brasilia in cui si auspicava necessità del lavoro dignitoso per gli adulti, dell’istruzione gratuita e obbligatoria per i bambini, e della protezione sociale per tutti. Le stime e i numeri dimostrano che molta strada è stata già fatta, che il lavoro sulla consapevolezza dei singoli stati ha dato dei risultati notevoli, ma molta strada deve essere ancora percorsa se si vuole arrivare a debellare le peggiori forme di occupazione minorile, come era stato previsto, entro il 2016.

La maggiore attenzione, l’impegno e la responsabilizzazione dei governi in questi ultimi anni sono stati evidenti. Le scelte politiche e gli investimenti corrispondenti effettuati nell’educazione e nella protezione sociale sembrano dare frutti. I progressi significativi dimostrano che la strada intrapresa è quella giusta, ma c’è ancora molto da fare.

Ancora si deve lavorare sulla legislazione e i meccanismi di applicazione riguardanti l’età minima per il lavoro, sull’educazione e lo sviluppo delle capacità accessibili, pertinenti e utili; sulla protezione sociale dei soggetti e sulla possibilità di accesso a lavori alternativi adatti all’età degli adolescenti.

In tutte le società i bambini sono stati considerati forza lavoro a basso costo, sfruttabili per la loro debolezza e privi di diritti. Anche nel nostro passato proletario era colui ricco di prole, che con il lavoro serviva da sostentamento all’intero gruppo familiare. Lentamente (forse troppo lentamente) le cose stanno cambiando e la percezione dell’importanza dei bambini per una futura migliore società è basilare.

È vero i bambini di oggi sono una risorsa, ma per il futuro ed è a loro che dobbiamo il massimo rispetto e protezione.

 

Bandiere

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E’ davvero inusuale per me, ancora fatico a non sorprendermi: senza dubbio in Svizzera c’è passione per le bandiere. Ora che ci avviciniamo all’inizio dei mondiali di calcio, le vedo spuntare dappertutto. Sventolano sulle case e sui tetti delle macchine, vengono perfino usate per decorare gli specchietti retrovisori. In fondo è un buona abitudine, dal momento che è l’occasione per mostrare le proprie origini e per adornare le città con bandiere di tanti paesi diversi.

Da sempre quel drappo di stoffa attaccato ad un’asta è un simbolo sotto il quale riconoscersi.
Ricordo che nel 2002, durante la guerra in Iraq, il dissenso con l’intervento militare veniva espresso attraverso la bandiera con i colori dell’arcobaleno, simbolo di pace, che in breve spuntò sui balconi e sulle finestre di tantissime case. Il mio parroco la tenne per molto tempo appesa all’altare.

Le bandiere poi sono anche un tema per l’arte contemporanea. Le bandiere al vento, ad esempio, sono state, direi, la firma di un’artista francese che ne ha fatto il proprio linguaggio artistico: Daniel Buren. Invece la bandiera dipinta alla stregua di un qualsiasi oggetto comune fu, alla fine degli anni Cinquanta, un tema centrale per l’artista New Dada Jasper Johns.

Jasper Johns
Jasper Johns

Infine, indimenticabili, gli arazzi fatti eseguire alle donne afgane da Alighiero Boetti, dove si ammirano carte geografiche dell’intero pianeta, nelle quali lo spazio occupato da ogni paese ha i colori della sua bandiera. Un lavoro concettuale che nell’arco di pochi anni ha poi mostrato come le bandiere possano cambiare anche quando i confini rimangono immutati.

Alighiero Boetti, Maps
Alighiero Boetti

In Italia, poi, da qualche anno, il 7 gennaio, si festeggia la Giornata Nazionale della Bandiera: un appuntamento per celebrare la nostra bandiera, ossia quel tricolore che tanto non piaceva al Principe Fabrizio Salina che, nel romanzo Il Gattopardo, affermava: “Il tricolore! Bravo, il tricolore! Si riempiono la bocca con questa parola i bricconi. E cosa significa questo segnacolo geometrico, questa scimmiottatura dei francesi, così brutta in confronto alla nostra bandiera candida con l’oro gigliato dello stemma? E che cosa può far loro sperare quest’accozzaglia di colori stridenti?” (Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 2013, p.50).

La vita in un libro, un libro nella vita

È vero che alcuni libri hanno il potere universale di modellare la nostra vita? È vero che certa letteratura ha un impatto rilevante sulle nostre esistenze ?

Le ragioni che ci fanno amare uno scritto, una novella, un romanzo – il quali diventano, per noi, così importanti al punto di cambiare il corso degli eventi – risiedono in preferenze soggettive e personalissime. Ci si innamora di certi lavori, di certi autori spesso senza un chiaro motivo. Le affinità segrete che ci legano spesso rimangono segrete anche a noi stessi. Eppure il potere che ne consegue è dirompente.

6789105Di questo in sintesi si occupa un genere letterario, che ultimamente sta vivendo un grande successo soprattutto nella letteratura anglosassone, il cosiddetto « bibliomemoir », che combina la critica letteraria e la biografia con i toni intimi e privati di un’autobiografia.

Gli scrittori di questo genere di letteratura ci presentano i libri che amano o che hanno amato non come una sorta di alternativa irreale alla loro vita, ma come una tappa stessa della loro esistenza, poiché offrono su di essa una lettura nuova e diversa, divenendone veri e propri capitoli chiave. Questi autori riescono a mettere nero su bianco quello che, in qualche modo, è riuscito a fare al cinema Woody Allen in Midnight in Paris, in cui scrittori e artisti del passato amati dal protagonista diventano persone reali e presenti nella sua vita…

Certi libri offrono a chi li legge un’esperienza così intensa, misteriosa ed “esistenziale”, che non è differente da quella che offre un’opera d’arte. Tale esperienza è così coinvolgente che lo scrittore di bibliomemoir cerca di tradurlo per tutti attraverso le proprie parole.

Ne nascono opere affascinanti, spiritose, argute.18630531

Il bello di questo genere di libri è quello di riuscire a leggere le opere di un certo autore attraverso le parole di uno scrittore che lo amato incondizionatamente e questo può indubbiamente aprire nuovi orizzonti di comprensione, soprattutto per quegli autori considerati « difficili ». I limiti di questo genere letterario sono sempre gli stessi : povertà di idee, linguaggio inadeguato e luoghi comuni…

Genere ancora poco conosciuto e apprezzato in Italia, vi offriamo due titoli ad esempio : di Joanna Rakoff, My Slinger Year, e Outside of a Dog: A Bibliomemoir di Rick Gekoski.

 

Italiani e italiani

Viviamo, a Ginevra, circondati di montagne. Le librerie sono ricche di libri di scalate sulle Alpi e su tutte le catene montuose del mondo. Lo scienziato che concepì l’idea di ascendere il Monte Bianco, del resto, era proprio un ginevrino che ammirava quella massa candida dalle rive del lago Lemano e che mise in palio un premio per chi ne avesse raggiunto la sommità. E’ da allora che la gente di questi luoghi non ha smesso di andar per monti. Così quando mi è capitato tra le mani il libro di cui sto per parlarvi, l’ho guardato distrattamente: sembrava l’ennesimo libro di ascensioni, con sacrifici incredibili per raggiungere la meta effimera della vetta.cop

Ma non era così. Si trattava certo del racconto di una salita, ma compiuta in condizioni così uniche da prestare il destro per una serie di digressioni sulla storia dell’Italia e del suo periodo coloniale. Vi si narra di tre prigionieri di guerra italiani, catturati dagli inglesi a Addis Ababa, al momento del crollo rovinoso delle difese dell’Africa Orientale Italiana, e internati ai piedi del monte Kenya: un gigante di circa 5,000 metri che si eleva sulla savana. I tre divengono amici e decidono, sotto la guida di un italiano singolarissimo, Felice Benuzzi, di scalare quella montagna (una delle sue punte: la Lenana), per piantarvi il tricolore e tirarsi su il morale.

Contrariamente a ciò che questa impresa possa suggerire, però, non si tratta di una esaltazione nazionalistica delle virtù italiane, ma di una lettura onesta delle nostre scellerate esperienze coloniali. Seguendo la vita dei protagonisti della scalata e in particola quella di Benuzzi si incontrano anche gli uomini che fecero quello che Mussolini chiamò l’impero (complice il Re). Quegli uomini, che allora avevano il comando dell’Italia e delle sue risorse, lo edificarono passando sui cadaveri di una quantità enorme di povera gente, comportandosi in modo barbaro e privo della più elementare umanità. E’ un libro che tutti dovrebbero leggere perché fa piazza pulita dello stereotipo degli “italiani brava gente”.

I protagonisti della scalata, però, sono figure belle, generose, non compromesse con gli orrori del periodo in cui vivono, e quindi mantengono la libertà di spirito per compiere un gesto folle, ma pieno di poesia: scalano questa montagna senza guide e attrezzature. Vi piantano il tricolore perché per loro non rappresenta il fascismo ma un’Italia diversa, fatta di cultura, di elevazione spirituale e morale. Benuzzi ne trasse anche un libro che divenne un best seller nel mondo anglosassone.

Noi siamo italiani in transito. Non possiamo non provare simpatia per questi italiani transitati in altri tempi per terre lontane, come tanti altri fra la nostra gente, rimasti puri in un mondo dominato dal male. E al tempo stesso non si può non provare orrore a leggere ciò che altri italiani in transito fecero nell’impero, in Libia, in Etiopia, in Somalia. Vien voglia di dire: come italiani in transito ci ispiriamo a Benuzzi e ai suoi amici. Come italiani, ripudiamo tutto ciò che rese possibile i comportamenti criminali dell’Italia nelle colonie.

Il libro si chiama Point Lenana, scritto da Wu Ming1 e Roberto Santachiara, Einaudi

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