Qualche anno fa, appena arrivata in Svizzera, cercavo di spiegare ad un’amica inglese, con una certa pochezza di argomenti e soprattutto di parole (inglesi!) l’idea che i figli non debbano avere una vita sempre completamente organizzata da noi (ora per ora, giorno per giorno, anno per anno…) anzi che sia necessario che a volte provino noia, che si perdano in lunghi pomeriggi di ozio, durante i quali imparare a gestire il proprio tempo e lasciare la mente libera di scorrazzare senza freni. Allora, dal mio “elogio dell’ozio” avevo ricavato uno sguardo scettico e una risposta un po’ irritata sull’importanza del compito dei genitori. Oggi finalmente la rivincita! Sulle news della BBC on line, riprese dal Corriere della Sera, c’era l’incontrovertibile annuncio fatto da una scienziata del comportamento inglese. Dopo anni di studio la dottoressa Bolten dell’università dell’East Anglia ha finalmente ridato all’ozio e alla conseguente noia una dignità, affermando che ai giovani dovrebbe essere concesso di annoiarsi poiché in tal modo possono sviluppare la loro innata capacità creativa. Riportando l’esperienza di una scrittrice e di un artista la dottoressa Bolten dell’università dell’Est Anglia scrive che è la stessa natura umana che tende a riempire il vuoto creato dall’ozio e dalla noia rendendo tali momenti attimi di intensa attività creatrice! I ragazzi in special modo beneficiano di tali momenti seguendo i loro processi speculativi o assimilando le esperienze attraverso la semplice osservazione del mondo che li circonda.
Insomma sarebbe anche grazie a questi momenti di “pausa” che si riescono a sviluppare gli stimoli interiori.
Ma da adulti è ancora possibile provare questa sensazione di totale sospensione, di abbandono al languore di un momento? O forse si diventa complicati al punto che non siamo più capaci di “oziare” veramente proprio perché terrorizzati dalla noia?
Categoria: Agenda
Taccuino di eventi da non perdere
Chiacchiere del lunedì
Verso le 7 ho forato. Mi sono fermata davanti ad un macellaio, sono entrata ed ho chiesto se c’era un gommista o dove poter trovare aiuto per cambiare la ruota, se non ché un cliente con le sue bracioline in mano si offre di aiutarmi ed esordisce così: Ti posso dare del tu? dentro di me mi son detta: dai non avere sempre i soliti pregiudizi… così la mia voce poco convinta ha detto: sì sì.
Abita lì, va a casa a posare le braciole e torna con i guanti da lavoro e penso: però! È alto un metro e cinquanta e già l’estrazione della ruota dal bagagliaio risulta un po’ difficoltosa, prende il crick e lo posiziona in un punto che a me non pare buono, glielo faccio notare e lui dice: tranquilla, va bene c’è il buco. Il crick va giù e su perché si distrae e gira continuamente da una parte e dall’altra. “Guarda che va giù” dico “no no, tranquilla, sta salendo” e infatti andava giù. Mentre io provo a svitare i bulloni con scarso successo il fenomeno dice con un sorrisetto: Certo che, non vorrei dire ma, è proprio tipico di voi donne (cosa diavolo stai dicendo? penso, mah! in fondo mi sta aiutando e allora sorvolo) monto sulla chiave inglese con i piedi e tutto il mio peso determinata a svitare quei (…) di bulloni e nulla, non si muovono. Mi dice, non ti preoccupare ci penso io ed effettivamente… svita. Toglie la ruota e… la macchina comincia a scendere sul crick aprendosi, nel punto dove c’era il buco, come una scatoletta di tonno. Noooooooooooooooooooo grido io e lui oddddddddiooooooooooooooooo. Resto muta a guardare, non trovo parole, sono allibita e comincio a fare i conti (ruota bucata+carrozzeria sfondata= euro? ). Intanto se l’è data a gambe, penso, e invece è andato a prendere il suo crick, fa per metterlo sotto la macchina, al che gli dico: Fermo… adesso lo metti qua. Lui muto esegue, rimette la ruota, stringe i bulloni facendosi uscire la giugolare e diventando rosso come un peperone… ha paura di fare un’altra sciocchezza e allora strafà. È mortificato, sembra che si stia per mettere a piangere e quasi sono io a rassicurarlo (ma ci rendiamo conto?) battutine non ne fa più, riprende il suo crik e se ne va con la testa bassa.
Ho trovato io il più grande coglione o sono tutti così?
Questo è ciò che è capitato qualche giorno fa ad una nostra amica. Appena letto ho pensato, fatti come questi in Svizzera non possono capitare, qui è molto difficile che qualcuno si occupi delle cose che succedono ad un altro, riserbo e massima attenzione alla privacy impediscono il coinvolgimento degli altri nei fatti tuoi.
Certo il risultato ottenuto dalla nostra amica non è stato un gran che e allora :
-E’ meglio trovare qualcuno disponibile e inesperto oppure trovare il modo di cavarsela da soli?
-E’ meglio vivere in una comunità che invade con facilità la tua vita, oppure mettere in campo e condividere solo lo stretto necessario?
Senza altro la prima condizione ti porta ad avere più imprevisti e contrattempi, ma magari è il bello della vita.
L’atmosfera svizzera è un po’ troppo rarefatta, ci si mette al riparo dagli imprevisti è vero! ma si perde il succo.
Una bella occasione

Ecco una mostra da non perdere. Scaturisce da una bella idea: offrire al pubblico la possibilità di vedere, in parallelo, le opere di due grandi artisti del secolo scorso: Paul Klee e Fausto Melotti. Un percorso che è come un ponte tra le loro visioni “spirituali”.
Questo è quello che ci propone il Museo d’arte di Lugano con la mostra Klee-Melotti, visitabile da ora fino alla fine di giugno. Un’occasione unica per capire, mettere in relazione e percepire le sensibilità di questi due artisti; un tentativo (è stato detto) per instaurare un dialogo ideale tra il pittore svizzero tedesco e lo scultore italiano. La storia artistica di Paul Klee si dipana nella prima metà del XXI secolo, mentre quella di Fausto Melotti va oltre il 1945 fino ad arrivare agli anni Ottanta.

I due artisti sono diversi da tanti punti di vista, uno è pittore e l’altro scultore hanno due personalità uniche e originali e non è il caso di cercare se uno ha guardato l’altro, i due non si sono mai incontrati e non è lì il punto della mostra. Il loro colloquio nell’esposizione sarà da ricercare nella loro sensibilità. Entrambi hanno avuto la passione per la musica. Paul Klee era figlio di un musicista e di un cantante professionista da loro ricevette l’amore per la musica e così Melotti che fin da giovane la studia e lo forma.
Seguendo il linguaggio visivo della musica quando sarete davanti ai dipinti agli acquarelli e ai disegni di Klee oppure davanti ai disegni e alle sculture di Melotti scoprirete come questi due grandi artisti sono riusciti nell’arte a catturare l’aspetto poetico del reale. Ho ritrovato nel catalogo della bella mostra “le stanze dell’arte” che si tenne a Trento nel 2002 un brano scritto da Mercedes Garberi che parlando di Fausto Melotti scriveva: “La finissima musicalità di Melotti , l’estrema leggerezza e la fantasia delle sue opere , la precisione di una fantasia sottile , raffinata, inattesa (…) non possono non richiamare agli ideali di Kandinsky, Klee, Mirò, Calder. Anche a Melotti è stato concesso “il destino” di non distogliere mai l’orecchio interiore dalla bocca dell’anima” (Kandinsky)”.
Allora, se ci riuscite ad andarci ecco le date della mostra: ![]()
Come si scrive un giallo
Forse alcuni ricordano ancora la serie di Padre Brown alla televisione, quando eravamo piccoli. Il prete detective nato dalla penna di Chesteron, era interpretato da un perfetto Renato Rascel e il suo compagno di avventure: Flambeau, era l’impareggiabile Arnoldo Foà. Ed è per questo che quando sugli scaffali della libreria ho adocchiato un libretto sottile l’ho considerato subito preziosissimo! Il libretto si intitola Come si scrive un giallo e l’autore è proprio Gilbert Keith Chesterton, nato a Londra nel 1874, giornalista e critico ma anche scrittore di ironici saggi diretti contro il luoghi comuni prevalenti. In realtà si tratta di una raccolta di articoli in cui Chesterton ci dà le sue riflessioni sul meccanismo della produzione poliziesca.
Lucido divertente e sicuro Chesterton scrive che “Il primo fondamentale principio – per scrivere un giallo – è che lo scopo del racconto del mistero, non è l’oscurità bensì la luce. Il racconto è scritto per il momento in cui il lettore finalmente capisce”. Il secondo grande principio è “che la’anima della fiction gialla non è la complessità bensì la semplicità. Il segreto può apparire complesso, ma deve essere semplice”. Terza regola “Il fatto o la figura che spiega tutto deve essere un fatto o una figura familiare. Il delinquente deve stare n primo piano non in qualità di criminale, ma in qualità di qualcos’altro che non di meno gli assegni un diritto naturale di stare in primo piano”. Infine “una gran parte dell’abilità – o trucco – nello scrivere un giallo consiste nel trovare una ragione convincente ma fuorviante per il rilievo del criminale, a prescindere dal suo legittimo impegno di commettere i crimine”.
Ora, se volete cimentarvi nella creazione di un giallo questo volumetto è preziosissimo, ed è altrettanto prezioso per comprendere le regole e la struttura stessa del romanzo giallo. Per chi non è interessato a scrivere o decifrare i gialli, con questo piccolo e prezioso libro Chesterton eleva il romanzo giallo a forma letteraria degna di studio e considerazione, ricordando tuttavia che “il giallo è solo un gioco; e in questo gioco il lettore non lotta con il delinquente, ma con l’autore” e ancora “differisce da ogni altro racconto in questo: che il lettore è contento solo se si sente scemo”. Si evince dunque che per essere buoni lettori di gialli non si deve “essere scemi”!
Gilbert Keith Chesterton, Come si scrive un giallo, Sellerio editore, Palermo, 2002
Dimmi come ti chiami e ti dirò perchè
Questo è il titolo di un libro curioso e divertente ma anche frutto di una ricerca seria e appassionata sull’origine dei nostri nomi e cognomi. Chi lo ha scritto è il coordinatore scientifico del Laboratorio internazionale di onomastica Enzo Caffarelli.
Tra i miei ricordi scolastici ho in mente un bambino, mai più rincontrato, che di cognome si chiamava Scaduto. Come potete immaginare non ha mai avuto vita facile in classe. Però, come rovescio della medaglia, quel cognome non me lo sono mai dimenticato.
Il libro non lo ho ancora letto ma mi incuriosisce anche in vista dei cambiamenti di cui siamo testimoni. La mia classe alle elementari era tutta di bambini italiani con cognomi e nomi ricorrenti. Le mie figlie hanno visto invece un mondo tutto diverso, con nomi e cognomi stranieri portatori di altre storie e tradizioni. Nel libro si potranno ripercorrere le storie italiane, capire in quali momenti storici certi nomi sono apparsi e poi anche quando sono scomparsi. Oggi, diceva l’autore, dopo tante Marie e Giulia è il momento di Bianca e Sofia, mentre sembrerebbe che al maschile tornino di moda nomi per tanto tempo dimenticati come Elia e Zaccaria.
Questo è un libro per chi è curioso di sapere quale storia portano i cognomi e i nomi italiani, per tornare alle nostre radici e capire da dove arriviamo. Mi sembra un percorso a ritroso che ci aiuta ad andare avanti.
Il libro è: “Dimmi come ti chiami e ti dirò perché. Storie di nomi e cognomi” di Enzo Caffarelli, editore Laterza
Chiacchiere del lunedì
Di buone notizie ancora non ce ne sono molte, in questo mondo bisognoso di cambiamento e di speranza, ma questa settimana l’arrivo del nuovo Pontefice, Francesco, ha scaldato il cuore di molti.
Dunque adesso siamo pronti per vivere al meglio riti e tradizioni della Pasqua.Lasciatemi trascurare i riti sacri e per un attimo passiamo in rassegna qualche tradizione che ho scoperto da queste parti.
Qui da noi, in Svizzera, il tradizionale uovo sodo lo trovi già cotto e colorato al supermercato. Se però volessi decorarlo da solo, troveresti in vendita mille attrezzi incredibili per poterlo fare. Tra le invenzioni più geniali, a questo riguardo, c’è la siringa con la quale estrarre il tuorlo e l’albume e salvare il guscio. Oppure, se non sei bravo e non hai pazienza, puoi sempre attaccare sul guscio mille tipi di versi di adesivi colorati.
La tradizione vuole, poi, che come per il Natale si prepari anche l’albero di Pasqua. A tal fine, qui si usano dei rami che possono essere di nocciolo, di ulivo o di pesco. Si mettono in un vaso e si decorano con uova, campanelline pulcini o come si vuole. In Svizzera, inoltre, chi i pulcini e i conigli di Pasqua ama vederli vivi può sempre andare nell’Oberland di Zurigo, a visitare il museo di Olten dove ogni hanno preparano un piccolo zoo domestico, per l’occasione. Qui i bambini possono vedere e toccare pulcini e conigli veri e andare a cercarsi le uova che sono state nascoste nel museo. Le uova nascoste sono un bellissimo gioco, che ho imparato qui. Mi hanno detto che è il coniglio che le porta nelle case e le nasconde, sono i bambini poi che le devono trovare, appunto, nel giardino o in casa.
Nella città di Nyon, non distante da noi, per Pasqua si celebra anche un’altra tradizione antica di secoli: si rivestono le fontane con ghirlande di nastri e uova colorate per sottolineare il fatto che il gelo è ormai passato e l’acqua riprende a scorrere.
Insomma, è vero che le tradizioni cambiano e si evolvono, ma senza di esse le giornate dell’anno scorrerebbero piatte e monotone: niente divertimento e imprevisti bizzarri. Impossibile da immaginare!
La leggenda della papessa Giovanna
Francesco I è salito al soglio pontificio. E ne siamo felici, ancora non lo conosciamo bene, ma i suoi primi gesti ci sono piaciuti tanto. È finito con la sua elezione il circo mediatico che si era creato attorno alle dimissioni di papa Ratzinger e al conclave e al toto cardinale. Ma non ho intenzione di parlare di Francesco I, ci sarà il tempo per farlo.
Fra i tanti articoli dedicati al conclave mi è capitato di leggere sulla CNN on line un bel pezzo sull’incredibile assenza della voce femminile nella chiesa in generale e, di conseguenza, nell’elezione papale. La speranza naturalmente è quella che finalmente la voce dei 600 milioni stimati di donne cattoliche possa finalmente essere sentita da quello che il giornalista chiamava “continuing an exclusively male club”, e intanto mi dedico a raccontare l’incredibile storia della papessa Giovanna.
Una leggenda, nata intorno al X secolo, e conservatasi nel tempo a causa di manoscritti corrotti e cronisti ignoranti, vuole che ad un certo punto della lunga storia dei papi salì al soglio pontificio una papessa nota come papessa Giovanna, collocata nella maggior parte delle liste fra Leone IV e Benedetto III.
Brevemente la storia incredibile di questa figura femminile.
Figlia di un missionario inglese, ma nata ad Ingelheim, Giovanna visse la sua infanzia e giovinezza presso il monastero di Fulda. Venne istruita dal padre nelle scienze, per le quali la giovinetta dimostrò fin da subito una grande inclinazione. Le versioni della leggenda qui si biforcano, se da una parte infatti la giovane fu spinta ad abbandonare gli abiti femminili, a vestirsi da frate e a domandare di entrare nel monastero per amore, dall’altra ella nutriva questo amore non per un essere umano quanto per le scienze e la medicina, che a Fulda erano tenute in grande considerazione.
Fatto sta che da quel momento Giovanna vestì gli abiti da frate e dopo lunghe peregrinazioni nell’intera Europa giunse finalmente a Roma. Qui si fece subito conoscere dalla cerchia dei cardinali per la sua perizia in medicina e per le lezioni che offriva, affollate dai più dotti sapienti della città. La sua fama crebbe e divenne nota come perfetto esempio di buoni costumi, di religione e di pietà. Fu questa sua notorietà che la portò al soglio pontificio sorpassando in tal modo uomini insigni per nobiltà e dottrina. Giunta al papato Giovanna amministrò la Chiesa con la stessa capacità e santità per la quale si era fatta conoscere. Ma accadde che Giovanna si innamorasse di un diacono con il quale concepì un figlio. E ciò fu l’inizio della sua fine. Tenendo nascosta la sua gravidanza fino all’ultimo momento la leggenda vuole che ella partorisse suo figlio durante una processione. Sopravvissuta al parto finì i suoi giorni in prigione.
Per secoli la leggenda della papessa Giovanni è stata latente nella storia dei papi di Roma. Come tutte le leggende fumosa e incompleta, non si comprende da cosa possa essere scaturita: errore di trascrizione di qualche amanuense, oppure proprio il contrario. Infatti in tempi turbolenti, mancando scrittori, la tradizione orale prese piede e passando di bocca in bocca le notizie assunsero altri contorni e altri significati. A questo genere di favole appartengono infatti altre leggende come quella dell’ebreo errante, dei sette dormienti o di Parigi assediata dal gigante Isauro.
La leggenda della papessa Giovanna fu ritenuta vera per 500 anni alimentata da più parti, oggi non lo è più, sebbene se ne sia ricavato un godibilissimo film.
Dunque in attesa di vedere se non una papessa almeno una donna sacerdote aspettiamo fiduciosi!
Alberi

Avete mai provato una forte emozione di fronte a un grande albero? Gli alberi mi colpiscono come i monumenti e non posso dimenticare l’emozione avuta davanti ai cinque grandi Ficus che si trovano nel Giardino Garibaldi, a Palermo. Hanno qualcosa di umano? Avevo un amico il cui hobby era fotografare gli alberi dal volto umano. I legami tra l’uomo e gli alberi vengono dal passato, Ovidio, nelle Metamorfosi, ci racconta di Dafne che per scappare dalla passione di Apollo si trasformò in un albero di alloro. Gli alberi sono anche al centro di rituali magici come in India dove le donne depositano pietre ai piedi dei banyan, in segno di felicità e fecondità. Mentre i cinesi o i giapponesi con i bonsai sono riusciti, attraverso un lavoro paziente, a creare degli alberi in miniatura rispettandone l’equilibrio vegetale.

Se gli alberi sono belli come monumenti cosa aspettano gli artisti a impegnarsi per salvaguardare loro e il loro habitat? Sembrerebbe che qualcosa si stia movendo e così a Brighton, nel sud dell’Inghilterra è nata da poco una galleria d’arte – la Galeria ONCA – dedicata all’arte e alla natura.

Qui infatti la storica dell’arte Laura Coleman ha aperto uno spazio dove gli artisti sono invitati a raccontare delle storie di natura e di salvaguardia dell’ambiente. In seguito ad una esperienza in Bolivia nella foresta, al suo rientro si è decisa a trovare un modo per mettere in contatto le persone con la natura. Questo è solo un esempio perché sembra che anche altri artisti si stanno muovendo in questa direzione e in alcuni casi come l’artista David Buckland nel 2002 ha creato un gruppo Cape Farewall composto di artisti e scienziati e volontari per creare delle opere d’arte inedite che raccontino dei cambiamenti climatici lo possono testimoniare e raccontare attraverso l’arte.

Arte e scienza insieme lavorano assieme allo stesso scopo.
Qualcosa sta cambiando l’arte sente il bisogno di aiutare la scienza e quest’ultima non le chiude le porte e così qualcosa potrebbe davvero cambiare. I maggiori progressi elle storia sono avvenuti nell’incontro di questi due campi.
Alta moda a Parigi
Siete pazzi dell’alta moda? Fareste di tutto per indossare un “Balenciaga” e vi commuovete davanti a uno “Chanel”? A Parigi allora c’è la mostra che fa per voi! L’Hotel de Ville di Parigi infatti celebra la “Haute Couture” attraverso un’esposizione che dà la possibilità di ammirare modelli di eccezione. Con la collaborazione del Museo Galliera, il Museo della Moda della città di Parigi, e con il patrocinio della Swarovski, l’esposizione, che non poteva chiamarsi altro che «Paris Haute Couture», presenta modelli originali e spesso mai svelati delle maggiori “maisons de couture” parigine, accompagnati da disegni, fotografie, riviste d’epoca e documenti: Worth, Doucet, Poiret, Lanvin, Vionnet, Patou, Chanel, Molyneux, Rochas, Maggy Rouff, Jacques Heim, Nina Ricci, Schiaparelli, Jacques Fath, Balenciaga, Grès, Balmain, Carven, Christian Dior, Givenchy, Cardin, Yves Saint Laurent, Courrèges, Jean Paul Gaultier, Lacroix, Alaïa Elles, tutti sono rappresentati con almeno un modello.
Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, nel messaggio di inaugurazione della Mostra, ha spiegato come la moda a Parigi faccia parte del patrimonio culturale e artistico della città. E qui infatti che all’inizio del ‘900 un gruppo di giovani stilisti per la prima volta sdogana la moda dallo stereotipo di “frivolezza di lusso” rendendola una vera e propria arte, fatta non solo di genio isolato, ma anche da una moltitudine di coloro che chiamati “petites mains” hanno contribuito con il loro paziente lavoro alla realizzazione di modelli che sono rimasti nell’immaginario collettivo, come icone di gusto e bellezza.
Ricamatori, creatori di accessori in piume e di ventagli, tintori, tessitori, calzolai, e tanti tanti altri artigiani hanno contribuito con le loro capacità, gusto, tecniche, innovazioni al successo dell’alta moda parigina.
C’è da restare senza parole davanti a tanta bellezza!
A Parigi dal 2 marzo al 6 luglio.
Uno tsunami di denaro

La mia regione è qualcosa di fenomenale.
In questi anni di migrazioni e di cambiamenti degli assetti economici e sociali, la Toscana si e’ trasformata rapidamente e, in alcuni casi, in modo così radicale che più di una volta è stata presa come caso di studio. Penso, ad esempio, all’immigrazione cinese a Prato: la città ospita oggi la più grande comunità d’Italia ed è stata definita “una città nella città”.
Ma, come dicevo, siamo fenomenali e così è uscito nel 2012 un libro divertente e sagace di Fabio Genovesi dedicato a un’altro fenomeno, cioe’ “all’invasione” dei ricchi russi in Versilia e più precisamente a Forte dei Marmi. Lo scrittore è nato e vive proprio lì ( tra l’altro è autore di un altro libro assolutamente da leggere: Esche vive) e racconta cosa vuol dire per qualcuno della Versilia vivere tutta una vita in attesa dell’estate e dell’arrivo del turista. Nel libro se ne capiscono le difficoltà, i paradossi e, anche se non manca un po’ di amarezza, si tratta di un lavoro spiritoso e arguto. L’abilità di Genovesi è di raccontare in modo un po’ cinico e impietoso la propria gente e di guardare con una lente di ingrandimento i costumi dei villeggianti e le influenze di questi sui locali.
In modo particolare lo scrittore si sofferma sull’arrivo dei nuovi turisti russi, ricchi anzi ricchissimi. “Sul forte si è abbattuto uno tsunami di denaro” scrive Genovesi. Tutto ne è stato travolto: le ville, il centro con i negozi e gli stessi fortemarmini si sono lasciati comprare. Il Forte è diventato “un paese desertificato dall’abbondanza seccato dalla prosperità”.
Leggendo questo libro mi immaginavo come si devono essere sentiti in questa parte della Svizzera, quando sono arrivati tanti ricconi e poi anche tante persone come noi, per lavorare. Anche qui in questi anni si sono cominciate a costruire molte case, il traffico è triplicato. Ogni giorno si contano a Ginevra 20 mila persone che passano la frontiera per venirci a lavorare. Sara’ mica che anche noi siamo uno Tsunami per la Svizzera?
Il libro si intitola Morte dei Marmi ed è edito da Laterza.




