Quando la percezione di sé vince sullo specchio…

griffithNel tempo ho sviluppato la teoria che ognuno di noi ha un’immagine di se stesso cristallizzata ad un certo periodo della propria vita. Un periodo di grazia se vogliamo, in cui si è un po’ più giovani, un po’ più snelli, un po’ meno stempiati, insomma un momento in cui ci piacevamo e amavamo il nostro “stile”.

Con il passare degli anni, sebbene lo specchio nono ci rimandi più l’amata immagine di noi stessi, tuttavia in molti continuiamo a vederci allo stesso modo, e cerchiamo di replicare quel momento con effetti il più delle volte disastrosi.

Tante ex ragazze della mia età allora propongono se stesse in versione “Madonna di Like a virgin”, o “ragazza del West” con tanto di balze, double denim e stivaletto. Per quanto mi riguarda poi faccio veramente fatica a non indossare la giacca con la spalla “importante” come quelle della Melanie Griffith di Una donna in carriera.

Cambiare questo stato di cose è assai difficile perché la percezione che possediamo di noi stessi è una costruzione assai complessa. Il più delle volte infatti la subiamo incorporandola nel nostro modo di agire. Tuttavia mi sono fermata a pensare che in fondo non c’è nulla di male se la percezione di noi stessi è un po’ datata ma ci fa stare bene.

Infatti è assolutamente fondamentale apprendere che ciò che guida molte azioni della nostra vita presente è uno stato emotivo nato da situazioni vissute in un determinato momento del nostro passato, che ha “cristallizzato” la percezione di noi stessi. Se questa percezione ci fa vivere bene e ci rassicura ben vengano dunque i revival che ci consolano e ci rendono ciò che siamo!

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Abuso è un uso cattivo, illecito di qualcosa. E questa è la parola scelta per commentare la settimana appena tracorsa. Abuso ovvero esercizio di potere che va ben oltre i limiti dettati dalla legge e dalla morale. Lo praticano ignobilmente gli adulti sui bambini, i forti sui deboli, i ricchi sui poveri, i furbi sugli ingenui.

L’abuso è l’attività prediletta degli scaltri e di chi è cresciuto mettendo in pratica accorgimenti illeciti per ottenere gli obiettivi che vuole raggiungere. Oggi di abusi ce ne sono troppi. È di questi giorni la notizia relativa all’arresto di tanti, troppi, funzionari pubblici che a Roma hanno abusato del proprio potere.

Per rimanere liberi e in controllo delle nostre vite dobbiamo combattere ogni forma di prevaricazione.

Côté Suisse

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Geneve, oh Geneve!

La temperatura è estiva. Il sole brilla in un cielo azzurro sgombro di ogni velatura. Un cielo quasi montano, ma l’aria è dolce, neppure la “bise” oggi ha voglia di scorazzare sulle onde del lago. Ginevra vive una di quelle giornate gloriose in cui si stenta a credere di essere in fondo in un luogo definito “freddo” dove fino a 15 giorni fa il soprabito pesante non guastava. Tutti per strada. È l’orario di fine lavoro, ci si riversa sulle rive del lago, si beve qualcosa seduti nei dehors, ci si accorda per la serata. Ci si incontra, ci si parla quasi con stupore, increduli in questo clima che potrebbe essere mediterraneo. Tanta gente, tante lingue, tanti colori. Ginevra crocevia di culture e modi di vita si è riversata tutta per strada. Mi sono ritrovata a godere di questa atmosfera, grata di sedere qui senza pensare a nulla, solo respirando questo profumo di lago così diverso dai profumi ai quali sono abituata. È così ho capito, ogni ansia si è placata, ogni desiderio di ritorno si è trasformato in ricordo struggente, e questa finalmente, dopo tanti anni è diventata casa mia!

La sala di lettura

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 Ci sono mille modi per fare il turista, non si puo farne un unico ritratto del turista tipo:  sarebbe limitante e ingiusto. Ma ne esiste una tipologia  sempre più in voga, che associa l’idea della vacanza con l’immagine di un luogo in cui è possibile lasciarsi  viziare e tutto è “ una miscela di relax e eccitazione”. E’ il turista delle “crociere extralusso di massa” quello che “definisce la settimana che sta per iniziare come un premio meritato”.   

Certo, il pensiero di una vacanza crociera non è poi da buttare, direte voi, ma se leggete il libro di David Foster Wallace Una cosa divertente che non farò mai più, potreste cambiare idea.

Wallace lo scrisse nel 1995 dopo un’esperenza a bordo di una nave da crociera, nel mar dei Caraibi, durata una settimana. Lo scrittore era stato invitato, su compenso, per fare la crociera e poi scrivere dell’esperienza. Il libro si legge come un diario: vi si trova, riportato in modo maniacale, tutto. Per essere sicuro di non aver trascurato alcunché, l’autore lo ha corredato anche di molte note a pie’ di pagina, con molti commenti e annotazioni. Così vi Troverete, assieme alla descrizione della nave, i ritratti delle persone incontrate, considerazioni sul cibo e sullo staff di bordo, resoconti dei vari momenti di divertimento organizzato e anche un’attenzione quasi maniacale al bagno della propria cabina, in particolare alla ventola ad aereazione automatica la cui forza aereodinamica mortifica qualsiasi traccia di odore, anche il più offensivo”.

Tra le note che mi hanno più colpito ce n’è una dedicata al “Sorriso Professionale” di tutti coloro che lavorano sulla barca, sentite cosa scrive. “(…) questo sorriso che non ce la fa ad arrivare agli occhi e che non è altro che un tentativo calcolato di favorire gli interessi personali di chi sorride facendo finta che gli piaccia colui che riceve il sorriso. Perchè i datori di lavoro costringono i loro inferiori ad allenarsi nel sorriso Professionale? (…) Sono l’unica persona la mondo a essere convinta che la causa del numero crescente di fatti di cronaca in cui persone all’apparenza assolutamente normali cominciano a sparare ocn pistole automatiche nei centri commerciali , nelle agenzie di assicurazione , nelle cliniche private e nei  McDonald’s dipende anche dal fatto che posti del genere sono ben noti vivai di propagazione del Sorriso Professsionale?” ( David Foster Walace Una cosa divertene che non farò mai più, 2012,p57).

Il libro vi divertirà anche per alcuni neologismi. Per esempio :” C’è qualcosa di inequivocabilmente capronesco in un turista americano all’interno di un gruppo” e poi dopo poco definisce “la caproscopofobia” come “il terrore patologico di essere condsiderato un caprone”.

Non credo che il libro abbia entusiasmato i proprietari della Celebrity Crociere che invitarono Wallace per scrivere il reportage.A me è definitivamente passata ogni voglia di tracorrere le vacanze imbarcata su una nave con altri 1374 turisti in cerca di comodità.

E infine, pensando all’ennesima sciagura che ha colpito due giorni fa centinaia di cinesi in crociera sul fiume Yangtze, mi chiedo se davvero non ci sia qualcosa di distorto in questo genere di svago.

“Il Monte Bianco luccica in alto” (P. B. Shelley)

Le-nuove-funivie-del-monte-Bianco-Photo-Doppelmayr-Garaventa-ITALYChi arriva dalla Valle d’Aosta non ha la fortuna di avere la prospettiva sgombra per poter apprezzare il massiccio del Monte Bianco in tutta la sua maestosità. Ci si ritrova, infatti, repentinamente sotto un muraglione di ghiaccio che in primavera geme e si contorce. Noi invece che siamo al di là del Monte Bianco, lungo tutta la strada che porta al tunnel e da molto più lontano, dalle rive del lago Lemano, ne assaporiamo l’imponenza tutti i giorni, tanto che il profilo della montagna diventa compagno di vita e presenza quasi rassicurante quando si alza lo sguardo a cercare l’orizzonte.

Il Monte Bianco ha sempre suscitato reverenza e curiosità allo stesso tempo. Alla fine dell’Ottocento divenne meta dei viaggiatori del Gran Tour, venne descritto nelle poesie di Coleridge e di Shelley. Quello che da lontano sembra un quieto gigante in realtà nulla o quasi ha di quieto, ne sono la prova le tragiche vicende alpinistiche di cui fu protagonista assoluto fin dalla prima ascesa di fine settecento e il tributo di vite che la montagna ha voluto.

Di tutto si è fatto per poter intaccare la sua sacralità, per fare in modo che il piccolo essere umano potesse salire in groppa al gigante e dal 30 di maggio di quest’anno è in funzione una nuova avveniristica funivia, già ribattezzata l’ottava meraviglia del mondo. Grazie alla nuova funivia chiunque potrà salire fino nel cuore del massiccio e come promette il sito potrà quasi toccare con mano le vette. “Da Courmayeur è possibile salire al Rifugio Torino, dove il panorama sul Monte Bianco è assicurato grazie alla Terrazza panoramica e al “Sentiero dei Giganti” che con un’agevole passeggiata in altitudine porta al Rifugio Torino nuovo. Lo sguardo si perde tra seracchi e torri granitiche dalle sfumature pastello. All’orizzonte i celebri “4000” d’Europa: Cervino, Monte Rosa e Gran Paradiso… Le cabine sono dotate di un sistema che permette la rotazione su se stesse permettendo ai visitatori di fruire della visione a 360° di tutte le zone attraversate. Ai 3452 metri di Punta Helbronner è stata costruita una terrazza circolare di 14 metri di diametro, dalla quale si gode di una vista a 360 gradi sulla vetta del Bianco (4810 metri), sul dente del Gigante e sulla straordinaria Vallée Blanche”.

Se non si soffre di vertigini questa è un’imperdibile escursione, la cui visione ci farà dire insieme al poeta:

“L’incessante universo delle cose
scorre attraverso la mente, e rotolando muove le sue rapide onde,
ora scure -ora luccicanti ora riflettenti l’oscurità-
ora splendori che si prestano, dove da sorgenti segrete
la fonte del pensiero umano porta il suo tributo
di acqua, -con un suono suo solo per metà,
come un esile fiume assumerà
nelle foreste selvagge, tra le montagne solitarie,
dove le cascate intorno zampillano eternamente,
dove i boschi e i venti disputano, e un ampio fiume
irrompe incessantemente sulle sue rocce ed è entusiasta”.

Mont Blanc P. B. Shelley

Avengers: che passione!

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Oggi è mia figlia Maria che, dopo aver visto l’ultimo film degli Avengers, ha scritto per noi il suo commento:
All’inizio di maggio, Marvel ha lanciato “Avengers: l’età di Ultron”, il seguito del popolarissimo film di supereroi “gli Avengers”. L’età di Ultron, diretto da Joss Whedon, è una pellicola piena di azione e di effetti speciali, così come di umorismo; eppure è stato accolta con una certa ostilità da parte dei fan della serie. La ragione di questa reazione è legata alla maniera in cui nel film è definito il personaggio di Natasha Romanoff, ossia Black Widow.
Black Widow è un vecchio personaggio, molto amato nei fumetti come nella fortunata serie cinematografica.  Il risentimento dei fan deriva dal fatto che la sua caratterizzazione, nel film, sembra completamente incoerente con ciò che il personaggio era stato sino a quel momento, nel corso della serie. Stavolta, infatti, Black Widow è fortemente definita sulla base di una storia d’amore, cosa -come vedremo – altamente improbabile. Io stessa non ero a mio agio, mentre vedevo il film, e al momento di lasciare il cinema mi sono interrogata sul perché di questo sentimento. Ne sono scaturite le seguenti riflessioni.
Il problema principale, come dicevo, è che il personaggio è completamente incoerente con quello presentato nelle pellicole precedenti: come può la stessa Natasha, che dichiarava “l’amore è cosa da bambini” poi essere la stessa persona che confessa teneramente a  Bruce Banner “ti adoro”? Questa discrepanza, rende la storia d’amore con Banner forzata e dà l’impressione che il personaggio Balck Widow sia stato scritto, stavolta, senza curarsi troppo dei dettagli e senza la necessaria attenzione alle storie precedenti. Comunque, la scena che mi ha dato maggior disagio è quella girata nella fattoria di Clint, dove Natasha lascia intendere che l’essere stata forzatamente sterilizzata da giovane l’ha resa un mostro, spingendola a passare gran parte della propria vita a mentire e uccidere. Per quanto mi sforzi di riflettere su questa motivazione, io non riesco a comprendere come l’impossibilità di avere bambini possa rendere in qualsiasi misura una persona peggiore. Non riesco a comprendere nemmeno come Natasha possa considerare ciò la cosa peggiore della sua vita, mentre in un film precedente (Captain America: The Winter Soldier) la stessa Natasha era ossessionata esclusivamente dal senso di colpa legato all’aver operato per il KGB.
Tutto sommato, posso capire perché tanti fan siano arrabbiati su come questo personaggio sia stato ridefinito nell’ultima tappa della serie di supereroi. Si tratta di un personaggio importante anche assai amato, con una ricca storia personale e anche con un certo potenziale di sviluppo e crescita nel corso della serie: gli sceneggiatori stavolta avrebbero dovuto assicurarsi di rendere maggiore giustizia alla sua ricchezza.

Chiacchiere del Lunedì

chicchiere-del-lunedc3acSi è chiusa ieri la sesta edizione del Festival dei Matti a Venezia. Non stiamo scherzando… è una cosa serissima. Il tema che è stato scelto quest’anno era Politiche/Poetiche: «Le politiche, da sole, corteggiano le istituzioni e lo diventano, traducendosi in mera amministrazione dell’esistente. Le poetiche, da sole, annunciano mondi sospesi nel vuoto, confusi dal vuoto. Senza corpo e schiacciati dai corpi. Vorremmo politiche che prendano il largo dai dati di fatto, poetiche capaci di farsi mondo. Utopia della realtà… La sfida che lanciamo». L’auspicio e l’intenzione è «di restituire cittadinanza, parola, soggettività a chi continua ad esserne amputato perché dichiarato matto da qualche opinione prevalente».

Avremmo voluto esserci alla faccia di chi si proclama “normale”.

Intanto quelli “normali” hanno sbagliato le piazze dove dovevano tenere comizi, hanno dato la caccia al passaporto che raccoglie i bollini dei padiglioni dell’EXPO (ma non erano i pellegrini che si recavano a Compostella che mostravano con orgoglio la Credenziale?), morivano infilzati da un pesce spada, ottenevano gli arresti domiciliari perché “allergici alla prigione”.

Allora spiegatemi chi è quello “normale”?

Buona settimana!

Côté Suisse

montreuxDa quando viviamo sul lago Lemano mi stupisco di quante persone illustri, scrittori e artisti abbiano vissuto in questa terra. Non moltissimo tempo fa, mi sono imbattuta nella tomba di Richard Burton, passeggiando in un bellissimo cimitero di campagna, molto romantico, a Celigny. Tra l’altro, vi ho trovato anche la tomba di uno scrittore celebre, nello stesso cimitero, e quella di un celebre economista e sociologo, Vilfredo Pareto, a due passi da lì. So che in questa regione hanno vissuto Audrey Hepburn, Charlie Chaplin, Hugo Pratt e tanti altri.

Questa settimana, mentre leggevo una raccolta di saggi di Martin Amis, ho scoperto che anche lo scrittore Valdimir Nabokov, autore di Lolita, è vissuto con la moglie, durante i suoi ultimi anni di vita, da queste parti; nello specifico presso il Palace Hotel di Montreux. Il saggio in questione si trova nel libro La guerra contro i cliché, edito da Enaudi.cover

Il saggio ed il ritratto di Nabokov, scritti da Amis, corrono in tre capitoli. Il primo, dal titolo In visita dalla signora Nabokv, racconta proprio dell’incontro con la signora Vera Evseevna e col figlio Dimitri. 0016450f_medium

Permettetemi di riportarvi alcuni passi del saggio, che forniscono anche una curiosa  descrizione di Montreaux e della Svzzera.

Martin Amis sapendo di dover fare l’incontro in albergo scrive: “Ma perchè Montreux, mi chiedevo e perchè un albergo? Quando la Bbc è venuta a Montreux per registrequella che ora è conosciuta come la sua ultima intervista , Nabokov ha ossrrevato: “ Ogni tanto ho fantasticato di comprarmi una villa . Immagino i comodi mobili, gli allarmi superefficienti, ma non riesco a visualizzare uno staff all’altezza. I vecchi servitori ci mettono un bel po’ a diventare vecchi e non so quanto tempo ancora mi resti”. L’intervistatore Robert Robinson, diceva che passeggaindo per Montreux si ha “la curiosa sensayione di passeggiare all’interno di una vecchia fotografia”. Camminando nel sole e nella bruma del lungolago , pensavo ai parchi innocui e perduti di un’idealizzata fanciullezza.  I bambini svizzeri appaiono eleganti  e immacolati sui loro pattini. I moscerini Svizzeri sono riservatissimi e troppo civili per pungere o unirsi in nugoli”. ( Martin amis, ;la guerra contro i cliché, Einuadi, p.17).

La sala di lettura

Alex

Nel 2013 vi avevamo proposto la lettura dell’allora Premio Goncourt, Au revoir là-haute, definito dalla critica amorale, divertente, nero e profondo. Il suo autore Pierre Lemaitre era stato prestato alla “grande” letteratura da un genere che in Francia vanta una lunga tradizione (vorremmo ricordare solo i più giovani scrittori di “noir” quali Maxime Chattam, la coppia Camut e Hug, il lugubre Franck Thilliez) il romanzo poliziesco.

L’architettura di questo romanzo è impeccabile. Souspence, continui colpi di scena, ma anche una profonda costruzione dei caratteri di ogni singolo personaggio tutto concorre a renderne la lettura estremamente godibile. I due protagonisti, l’affascinante Alex e il commissario Camille Verhoeven costituiscono due facce di una intricatissima vicenda che li coinvolge entrambi, in modo diverso, e li costringe a ripercorrere a ritroso la loro storia personale.

Il libro si apre con il disturbante rapimento della bella e seducente Alex, che tuttavia verrà lasciata al suo destino, cosa che consentirà di scoprire raccapriccianti retroscena. Gli anni di polizieschi alla TV ci potrebbero in questo frangente portare a facili conclusioni che avrebbero reso la materia piuttosto scontata, ma Lemaitre, attento e sulfureo, ogni volta da’ una decisa sterzata al racconto aprendo scenari nuovi e inimmaginabili.

Consigliato a tutti gli amanti del noir, a coloro che rifuggono dalle trame semplici e lineari e che si divertono ad “entrare” nella testa dell’assassino!

Din Don Dan

Fra-Martino-1Ci sono degli oggetti che uniscono: ci uniscono con il nostro passato ma anche con le culture lontane da noi. Uno di questi oggetti è la campana.

“Stai in campana” diceva mia nonna quando mi voleva mettere in guardia. E poi come posso dimenticare la canzoncina su quel simpatico San Martino campanaro ? Cantavamo con doppi e tripli cori che immancabilemtnte storpiavamo la melodia.

Una mia parente era piena di campane, le collezionava e le teneva tutte esposte sui muri di casa.

Non c’è dubbio la campana ha un fascino particolare a volte anche un significato doloroso come la grandissima campana realizzata a Trento nel 1924 dedicata ai caduti della prrima guerra mondiale. Per realizzarla fu usato il bronzo dei cannoni e fu collocata a Rovereto sul colle di Miravalle.

Campana dei caduti, Rovereto
Campana dei caduti, Rovereto

Forse le campane più belle che mi sono rimaste in testa come legame con il passato e presente furono quelle installate da Yannis Kounellis neil 1993 in una bellissima mostra presso Palazzoo Fabbroni. a Pistoia. In quel caso le campane installate dall’artista  dialogavano con il romanico delle chiese di Pistoia e tornavano alla luce come simbolo delle nostre radici più profonde.

Untitled 2006 Jannis Kounellis born 1936 ARTIST ROOMS  Tate and National Galleries of Scotland. Lent by Anthony d'Offay 2010 http://www.tate.org.uk/art/work/AL00186
Untitled 2006 Jannis Kounellis born 1936 ARTIST ROOMS Tate and National Galleries of Scotland. Lent by Anthony d’Offay 2010 http://www.tate.org.uk/art/work/AL00186

Ho un marito che ha nostalgia delle campane che al mattino lo svegliavano quando viveva in italia, nel centro storico della sua piccola città.

In effetti le campane col loro suono, marcano il nostro vivere, un paesaggio, un territorio. danno spessore spirituale ad un ambiente. In altri luoghi invece hanno un significato diverso, penso  al Tibet dove le campane   sono piccole e il loro suono richiama il concetto di vacuità e si legano  al budismo praticato in quei luoghi.

E infine mi vengono in mente gli artisti Robert Morris e Claudio Parmiggiani: Nell’opera Melancolia II .hanno lasciato in un bosco di bamboo degli oggetti sparsi: una ruota, una colonna, un poliedro, una sfera e assieme una campana di bronzo “elementi che tracciano un percorso nel tempo”.

Robert Morris, Caludio Parmiggiani, Melancolia II
Robert Morris, Caludio Parmiggiani, Melancolia II

Per finire, spesso  è meglio uscire dalla campana di vetro, sconnettersi dal wi-fi e  cantare a più voci din don dan.