Gattopardi italiani

Il Gattopardo
tratto dal film  Il Gattopardo di Luchino Visconti

Un noto giornalista ci parla in questi giorni dei “gattopardi italiani”, trasformisti politici che sanno riciclarsi in ogni dove e che sembrano essere l’unico vero tratto comune a troppe figure pubbliche del nostro paese. Il giornlista ha scritto un libro su questo e ha anche un programma televisivo. Io, seguendo una sua intervista, mi sono sovvenuta del romanzo da cui lui ha preso la definizione di gattopardo: l’omonimo capolavoro di Tomasi di Lampedusa. L’avevo letto da giovane, spinta dalla scuola, ma adesso ho deciso di ripercorrerlo per curiosità.imagesCAD2HUGK

Sapevo che il gattopardo del romanzo è figura ben più complessa della definizione entrata in uso nel nostro linguaggio, ma non ricordavo quanto articolato e bello fosse il libro. Oggi, rileggendolo, mi sono trovata di fronte un’opera di arte ambientale, dove i protagonsiti sono perfettamente inseriti nell’ambiente e con esso interagiscono per arrivare a farne talmente parte. Non si tratta solo della capacità descrittiva di questo autore geniale, che visse in modo ritirato e forse anche fuori dal suo tempo. No, si tratta del suo descrivere mondi che si intrecciano e che si scambiano figure e storie: quello della nobiltà siciliana e quello della borghesia emergente (da affari e maneggi non sempre limpidi); la chiesa e il suo rapporto con tutti e due (incarnata dal gesuita padre Pirrone); il mondo della politica nuova, piena di promesse, ma già vecchia; il mondo del regime borbonico ormai decrepito e quello – appena sfiorato – dei contadini più poveri; gli stranieri che si affacciano curiosi su una Sicilia dalla bellezza tragica ed estrema.

Quando Tancredi e Angelica amoreggiano nelle stanze dello sconfinata residenza di campagna, sono parte di un ambiente che vive con loro e financo dentro di loro. Quando il Principe di Salina accusa la stanchezza esistenziale che lo attanaglia dopo il celbere (anche per il film di Visconti) ballo, egli è perfettamente parte delle consunte decorazioni dei soffitti e delle porte del palazzo che in quel momento lo ospita. E il principe, quando parla col delegato piemontese del desiderio d’oblio dei sicilani, non lo fa forse alla finestra, con la conca di palermo sotto gli occhi?

Certo vi è anche una lettura amara della società di allora, così vicina alla nostra quando si parla di arrivisti e approfittatori (Sedara non è una figura tristemente universale?). Il romanzo in questo sembra essere attuale. Ma alla fine più di ogni altra si ama la figura del suo protagonista, Fabrizio, principe di Salina. E  non perché rappresenti qualcosa che ci riporta al nostro tempo, ma perché è l’unico, fra tutti, ad avere coscienzza di sé e delle vere conseguenze del cambiamento in atto. E lo accetta con serenità, gestendo ciò che può gestire (come il fidanzamento di Tancredi) per salvare il salvabile. Non si illude Fabrizio: ha una mente scientifica, ragiona in modo razionale. Attende la fine del suo tempo perché sa che altro non può fare, per sua condizione e per la natura delle cose. Il suo aver uso di mondo è una magnifica commedia, alla quale egli si dedica perché sa che le forme rendono la fatica della vita appena più sopportabile.

L’arte, anche quella del romanzo, ci porta sempre su piani più alti del trito contingente. Peccato che il titolo di questo capolavoro sia usato per descrivere i viziacci dei nostri politici.

 

 

 

Il Grand Tour… come l’Interrail!

mappa d'europaFin dal tardo Cinquecento si è affermato in Europa un tipo di viaggio che si potrebbe definire di “formazione”. Cioè il viaggiatore non si incamminava per necessità (commerciale, spirituale o economica) ma per piacere, per curiosità intellettuale, spinto di volta in volta sulle orme degli antichi o alla ricerca di differenti popoli, usi e costumi. Questa idea si radica così profondamente nella mentalità e nella cultura europea che, in epoca illuminista, Louis de Jaucourt, colui che scrisse l’articolo Voyage per l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert affermava: “Dunque il fine principale che ci si deve porre nei viaggi è senza dubbio quello di esaminare i costumi, gli usi, il genio degli altri popoli, il gusto dominante, le loro arti, le loro scienze le loro manifatture e i loro commerci”.

È così che nasce l’idea del Grand Tour che per secoli è stato intrapreso da generazioni di giovani e meno giovani rampolli delle élites europee. Un viaggio che doveva allargare gli orizzonti, rendere consapevoli delle differenze, divenire un’esperienza educativa e un momento di approfondimento, che con il passare del tempo cambia quanto a modalità (se nel secolo dei lumi si prediligeva una ricerca di carattere più scientifico, il romanticismo spinge i viaggiatori alla ricerca dell’insolito, del sublime e del pittoresco) ma non quanto a finalità.

Un lento pellegrinaggio fra le capitali della Vecchia Europa partendo dal Nord (Londra, Parigi, l’Olanda, la Germania) e giungendo a sud dove inevitabilmente si terminava con una lunga e approfondita visita delle bellezze Italiane ed eventualmente una puntata (per i più avventurosi) fino ad Istanbul, confine mentale più che geografico del Vecchio Continente. Come fedele  racconto di questo viaggio nacque un vero e proprio e fortunato genere letterario, fatto di memorie autobiografiche (Goethe, Viaggio in Italia), ma si sviluppò anche un genere di pittura che può essere definita di “reportage”, che inizia partire dagli ultimi decenni del ‘700 e che voleva essere una fedele riproduzione dei luoghi più cari ai viaggiatori (P. J. Volaire, J. Wright of Derby). Addirittura spesso furono gli stessi artisti ad intraprendere il Gran Tour come J. P. Hackert e C. Gore.dizionario ragionato

Oggi sarebbe impensabile mettersi in viaggio per mesi, come facevano questi fortunati giovani. In un’epoca come la nostra fatta di tecnologia, collegamenti veloci e  di connessione totale, perdersi fra le rovine di Roma o fra i vicoli di Parigi può sembrare anacronistico e privo di significato. Eppure dell’antico Grand Tour rimane qualcosa, una curiosità, un’inquietudine che spinge tanti giovani ad acquistare un biglietto del treno e prendersi finalmente del tempo per conoscere, capire, girare senza meta in questa nostra Vecchia Europa.

Interrail

“Sali a bordo di un treno e fai un tour a tappe dell’Europa. Incontra altri viaggiatori, scopri tutto quello che l’Europa ha da offrire e colleziona ricordi indimenticabili lungo il tragitto” e chi potrebbe resistere ad un richiamo del genere?

Tutti presenti per Art Basel

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Due momenti diversi, entrambi vissuti da poco, mi vengono in mente pensando ad Art Basel la fiera d’arte contemporanea più famosa del mondo, da ieri lanciata con le anteprime dedicate ai vip e aperta fino al 22 giugno.

Il primo è una visita a Palazzo Vecchio, a Firenze, il secondo invece è una sfilata di moda a cui ho assistito in questi giorni a Ginevra. Palazzo Vecchio, che divenne dal 1540 la dimora della famiglia Medici, impressiona per i sontuosi ambienti e mostra come l’arte possa essere al servizio della potenza e del prestigio dei suoi collezionisti. La sfilata di moda, invece, presentava bellissime modelle con i loro abiti preziosi e scintillanti, mostrate quasi come opere d’arte viventi, come oggetti animati del desiderio, su dei piedistalli, alla fine della sfilata vera e propria.

Dunque io compro se vengo attratto dal desiderio di possesso e compro l’arte se essa può essere messa al servizio della mia persona.

A Basilea sono attesi per l’evento 70 mila tra collezionisti e appassionati d’arte di tutto il mondo. E così mentre 285 gallerie da 34 paesi e 4.000 artisti si stanno collocando con le loro opere in vendita nel padiglioni della fiera, cerco di immaginarmi il ritratto del collezionista del XXI secolo. Ne viene fuori una figura multiforme: in primis un investitore, ma anche una persona che vuole esserci, qualcuno attratto da tutto ciò che è fermento e novità artistica, che vuole possedere, che non ama restare indietro. Il collezionista del XXI secolo sa bene che l’arte può essere usata come un veicolo per la propria visibilità, soprattutto nell’ambito del mondo che conta.

E’ poi un male tutto questo? Anche se la figura non sembra essere tra le più simpatiche, basta pensare alla bellezza del salone del Cinquecento a Firenze. Se l’arte rimane un desiderio, con buona probabilità, farà la fortuna delle generazioni future.

Così in marcia, caro collezionista di oggi, perché a Basilea un solo giorno non ti sarà sufficiente per vedere tutto: ad esempio quest’anno per la prima volta ci sarà una sezione dedicata alla performance (da non perdere, la sezione si intitola 14 Rooms); ci sarà poi una nuova estensione della fiera, progettata da Herzog & De Meuron. Potrai, collezionista contemporaneo, anche andare a spasso per la città a visitare la sezione Parcours, composta da installazioni urbane. Prima di perderti tra le gallerie, avrai l’appuntamento con Unlimited dedicata a installazioni ambientali di grandi dimensioni, pensate per collezionisti molto coraggiosi o per musei in cerca di opere permanenti.

Inutile poi ricordare che per l’occasione anche i musei della città ospitano cose molto interessanti come la mostra dedicata a Gerard Richter, alla Fondazione Bayler, o quella sul designer Konstantin Grcic, al Vitra Museum.

Vitra Museum
Vitra Museum,Konstantin Grcic

Chiacchiere del Lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Settimana di preparazione all’avvio dei mondiali di calcio… Week di attesa del debutto della nazionale e (per fortuna) vittoria sul team inglese…

Anche l’attenzione di coloro ai quali non interessa un bel niente del calcio (personalmente sabato sera sono crollata addormentata dopo dieci minuti di partita) viene catalizzata dall’evento (nella notte fra sabato e domenica mi sono risvegliata alle 2.30 e prima di riaddormentarmi ho controllato sullo smart phone chi aveva vinto!). Nella migliore tradizione italiana siamo diventati tutti CT (commissari tecnici), si sprecano i commenti e i pronostici.

Il resto si dimentica, come si è dimenticato, sempre in campo sportivo, ad esempio, la vittoria del titolo europeo delle italiane della scherma o i nostri affanni politici o le storie di orrore quotidiano.

Il mondiale è sempre stato una festa, un’occasione per stare insieme, uniti per qualcosa di cui, in fondo, siamo tutti fieri, quasi una possibilità di rivalsa (i commenti sulla vittoria si sono spresati…). Un’occasione per poter appunto dimenticare l quotidiano che, comunque riesce sempre a raggiungerci!

Buona settimana

 

 

Non solo mondiali…

Lavoro_minorile_TpOggi-620x35012 giugno 2014, la data ci porta immediatamente all’apertura dei Mondiali di Calcio in Brasile, grande festa dello sport, sebbene proprio qui, in un paese che lotta ogni giorno con la povertà, il 12 giugno avrebbe dovuto essere ugualmente importante per un’altra celebrazione. Infatti il 12 giugno è stata anche la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile.

Le stime recenti dell’ILO (International Labour Organization, che ha da tempo istituito un apposito ufficio che si occupa del lavoro minorile) attestano che dal 2000 ad oggi il numero di minori che lavorano è diminuito di un terzo, da 246 a 168 milioni, mentre il numero quelli che svolgono lavori pericolosi è passato da 171 milioni a 85 milioni, ma questi numeri per la loro consistenza fanno paura. L’Asia detiene ancora il triste primato con 78 milioni di bimbi lavoratori, seguono l’area Sub Sahariana con 58 milioni, l’America Latina e i Caraibi, il Medio Oriente e il Nord Africa con 9,2  milioni. La maggior parte dei bambini lavoratori sono assorbiti dall’agricoltura, seguono i servizi e l’industria (attività manifatturiera ed economia informale). Il 40% dei bimbi lavoratori sono femmine…

wcms_241519Nel 2013 durante la Conferenza di Brasilia, gli obiettivi dell’ILO erano stati raccolti nella Dichiarazione di Brasilia in cui si auspicava necessità del lavoro dignitoso per gli adulti, dell’istruzione gratuita e obbligatoria per i bambini, e della protezione sociale per tutti. Le stime e i numeri dimostrano che molta strada è stata già fatta, che il lavoro sulla consapevolezza dei singoli stati ha dato dei risultati notevoli, ma molta strada deve essere ancora percorsa se si vuole arrivare a debellare le peggiori forme di occupazione minorile, come era stato previsto, entro il 2016.

La maggiore attenzione, l’impegno e la responsabilizzazione dei governi in questi ultimi anni sono stati evidenti. Le scelte politiche e gli investimenti corrispondenti effettuati nell’educazione e nella protezione sociale sembrano dare frutti. I progressi significativi dimostrano che la strada intrapresa è quella giusta, ma c’è ancora molto da fare.

Ancora si deve lavorare sulla legislazione e i meccanismi di applicazione riguardanti l’età minima per il lavoro, sull’educazione e lo sviluppo delle capacità accessibili, pertinenti e utili; sulla protezione sociale dei soggetti e sulla possibilità di accesso a lavori alternativi adatti all’età degli adolescenti.

In tutte le società i bambini sono stati considerati forza lavoro a basso costo, sfruttabili per la loro debolezza e privi di diritti. Anche nel nostro passato proletario era colui ricco di prole, che con il lavoro serviva da sostentamento all’intero gruppo familiare. Lentamente (forse troppo lentamente) le cose stanno cambiando e la percezione dell’importanza dei bambini per una futura migliore società è basilare.

È vero i bambini di oggi sono una risorsa, ma per il futuro ed è a loro che dobbiamo il massimo rispetto e protezione.

 

Bandiere

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E’ davvero inusuale per me, ancora fatico a non sorprendermi: senza dubbio in Svizzera c’è passione per le bandiere. Ora che ci avviciniamo all’inizio dei mondiali di calcio, le vedo spuntare dappertutto. Sventolano sulle case e sui tetti delle macchine, vengono perfino usate per decorare gli specchietti retrovisori. In fondo è un buona abitudine, dal momento che è l’occasione per mostrare le proprie origini e per adornare le città con bandiere di tanti paesi diversi.

Da sempre quel drappo di stoffa attaccato ad un’asta è un simbolo sotto il quale riconoscersi.
Ricordo che nel 2002, durante la guerra in Iraq, il dissenso con l’intervento militare veniva espresso attraverso la bandiera con i colori dell’arcobaleno, simbolo di pace, che in breve spuntò sui balconi e sulle finestre di tantissime case. Il mio parroco la tenne per molto tempo appesa all’altare.

Le bandiere poi sono anche un tema per l’arte contemporanea. Le bandiere al vento, ad esempio, sono state, direi, la firma di un’artista francese che ne ha fatto il proprio linguaggio artistico: Daniel Buren. Invece la bandiera dipinta alla stregua di un qualsiasi oggetto comune fu, alla fine degli anni Cinquanta, un tema centrale per l’artista New Dada Jasper Johns.

Jasper Johns
Jasper Johns

Infine, indimenticabili, gli arazzi fatti eseguire alle donne afgane da Alighiero Boetti, dove si ammirano carte geografiche dell’intero pianeta, nelle quali lo spazio occupato da ogni paese ha i colori della sua bandiera. Un lavoro concettuale che nell’arco di pochi anni ha poi mostrato come le bandiere possano cambiare anche quando i confini rimangono immutati.

Alighiero Boetti, Maps
Alighiero Boetti

In Italia, poi, da qualche anno, il 7 gennaio, si festeggia la Giornata Nazionale della Bandiera: un appuntamento per celebrare la nostra bandiera, ossia quel tricolore che tanto non piaceva al Principe Fabrizio Salina che, nel romanzo Il Gattopardo, affermava: “Il tricolore! Bravo, il tricolore! Si riempiono la bocca con questa parola i bricconi. E cosa significa questo segnacolo geometrico, questa scimmiottatura dei francesi, così brutta in confronto alla nostra bandiera candida con l’oro gigliato dello stemma? E che cosa può far loro sperare quest’accozzaglia di colori stridenti?” (Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 2013, p.50).

La vita in un libro, un libro nella vita

È vero che alcuni libri hanno il potere universale di modellare la nostra vita? È vero che certa letteratura ha un impatto rilevante sulle nostre esistenze ?

Le ragioni che ci fanno amare uno scritto, una novella, un romanzo – il quali diventano, per noi, così importanti al punto di cambiare il corso degli eventi – risiedono in preferenze soggettive e personalissime. Ci si innamora di certi lavori, di certi autori spesso senza un chiaro motivo. Le affinità segrete che ci legano spesso rimangono segrete anche a noi stessi. Eppure il potere che ne consegue è dirompente.

6789105Di questo in sintesi si occupa un genere letterario, che ultimamente sta vivendo un grande successo soprattutto nella letteratura anglosassone, il cosiddetto « bibliomemoir », che combina la critica letteraria e la biografia con i toni intimi e privati di un’autobiografia.

Gli scrittori di questo genere di letteratura ci presentano i libri che amano o che hanno amato non come una sorta di alternativa irreale alla loro vita, ma come una tappa stessa della loro esistenza, poiché offrono su di essa una lettura nuova e diversa, divenendone veri e propri capitoli chiave. Questi autori riescono a mettere nero su bianco quello che, in qualche modo, è riuscito a fare al cinema Woody Allen in Midnight in Paris, in cui scrittori e artisti del passato amati dal protagonista diventano persone reali e presenti nella sua vita…

Certi libri offrono a chi li legge un’esperienza così intensa, misteriosa ed “esistenziale”, che non è differente da quella che offre un’opera d’arte. Tale esperienza è così coinvolgente che lo scrittore di bibliomemoir cerca di tradurlo per tutti attraverso le proprie parole.

Ne nascono opere affascinanti, spiritose, argute.18630531

Il bello di questo genere di libri è quello di riuscire a leggere le opere di un certo autore attraverso le parole di uno scrittore che lo amato incondizionatamente e questo può indubbiamente aprire nuovi orizzonti di comprensione, soprattutto per quegli autori considerati « difficili ». I limiti di questo genere letterario sono sempre gli stessi : povertà di idee, linguaggio inadeguato e luoghi comuni…

Genere ancora poco conosciuto e apprezzato in Italia, vi offriamo due titoli ad esempio : di Joanna Rakoff, My Slinger Year, e Outside of a Dog: A Bibliomemoir di Rick Gekoski.

 

Italiani e italiani

Viviamo, a Ginevra, circondati di montagne. Le librerie sono ricche di libri di scalate sulle Alpi e su tutte le catene montuose del mondo. Lo scienziato che concepì l’idea di ascendere il Monte Bianco, del resto, era proprio un ginevrino che ammirava quella massa candida dalle rive del lago Lemano e che mise in palio un premio per chi ne avesse raggiunto la sommità. E’ da allora che la gente di questi luoghi non ha smesso di andar per monti. Così quando mi è capitato tra le mani il libro di cui sto per parlarvi, l’ho guardato distrattamente: sembrava l’ennesimo libro di ascensioni, con sacrifici incredibili per raggiungere la meta effimera della vetta.cop

Ma non era così. Si trattava certo del racconto di una salita, ma compiuta in condizioni così uniche da prestare il destro per una serie di digressioni sulla storia dell’Italia e del suo periodo coloniale. Vi si narra di tre prigionieri di guerra italiani, catturati dagli inglesi a Addis Ababa, al momento del crollo rovinoso delle difese dell’Africa Orientale Italiana, e internati ai piedi del monte Kenya: un gigante di circa 5,000 metri che si eleva sulla savana. I tre divengono amici e decidono, sotto la guida di un italiano singolarissimo, Felice Benuzzi, di scalare quella montagna (una delle sue punte: la Lenana), per piantarvi il tricolore e tirarsi su il morale.

Contrariamente a ciò che questa impresa possa suggerire, però, non si tratta di una esaltazione nazionalistica delle virtù italiane, ma di una lettura onesta delle nostre scellerate esperienze coloniali. Seguendo la vita dei protagonisti della scalata e in particola quella di Benuzzi si incontrano anche gli uomini che fecero quello che Mussolini chiamò l’impero (complice il Re). Quegli uomini, che allora avevano il comando dell’Italia e delle sue risorse, lo edificarono passando sui cadaveri di una quantità enorme di povera gente, comportandosi in modo barbaro e privo della più elementare umanità. E’ un libro che tutti dovrebbero leggere perché fa piazza pulita dello stereotipo degli “italiani brava gente”.

I protagonisti della scalata, però, sono figure belle, generose, non compromesse con gli orrori del periodo in cui vivono, e quindi mantengono la libertà di spirito per compiere un gesto folle, ma pieno di poesia: scalano questa montagna senza guide e attrezzature. Vi piantano il tricolore perché per loro non rappresenta il fascismo ma un’Italia diversa, fatta di cultura, di elevazione spirituale e morale. Benuzzi ne trasse anche un libro che divenne un best seller nel mondo anglosassone.

Noi siamo italiani in transito. Non possiamo non provare simpatia per questi italiani transitati in altri tempi per terre lontane, come tanti altri fra la nostra gente, rimasti puri in un mondo dominato dal male. E al tempo stesso non si può non provare orrore a leggere ciò che altri italiani in transito fecero nell’impero, in Libia, in Etiopia, in Somalia. Vien voglia di dire: come italiani in transito ci ispiriamo a Benuzzi e ai suoi amici. Come italiani, ripudiamo tutto ciò che rese possibile i comportamenti criminali dell’Italia nelle colonie.

Il libro si chiama Point Lenana, scritto da Wu Ming1 e Roberto Santachiara, Einaudi

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Precarietà

Pietro Manzoni
Pietro Manzoni, Corpo d’aria, 1960

Incertezza, instabilità.
La precarietà non è una parola antica, appare nella lingua scritta attorno alla metà del XIX secolo. Secondo me non è un caso che l’arte la faccia sua quasi da subito, cominciando con le avanguardie per poi continuare a rifletterci e a girarci attorno per più di un secolo. E’ sulla base di questa riflessione sulla precarietà che si sviluppano tecniche non tradizionali e che le opere d’arte del secolo appena trascorso non sono più concepite per durare ma divengono deperibili, lasciando a noi il peso della responsabilità di decidere come e se sia giusto restaurarle (penso, ad esempio, all’opera di Pietro Manzoni Corpo d’aria, del 1960, composta da un palloncino gonfiato col fiato dell’artista).
Il bambino, quando viene al mondo, non ama la precarietà. Chi ha esperienza di bambini sa che essi amano in maniera naturale, direi spontanea, le certezze e la ripetitività dei gesti. Amano la chiarezza e cercano tutto ciò che è certo, sicuro e indubitabile. A proposito di questo, sono rimasta sconcertata di come oggi, anche quando ci si rivolge ai piccoli, si passino messaggi incentrati sull’incertezza e sul dubbio. Vi faccio due esempi lampo, tratti da due film. Il primo è Frozen di Walt Disney in cui una ragazzina innamorata di un giovane principe scopre che in realtà quest’ultimo è un mascalzone il secondo è il film Maleficent, dove addirittura la principessa si deve ricredere sull’affetto del padre, quando scopre che è un poco di buono e che invece l’unica a volerle bene è sempre stata la strega. Niente sicurezze assodate: tutto da rivedere.

Brigitte Niedrmair, Let's Get Married,2011
Brigitte Niedrmair, Let’s Get Married,2011

Mi viene di pensare alla precarietà di tutti gli immigrati che cambiano il loro paese per cercare lavoro: i più arrivano in un luogo ma non sanno mai se sarà l’ultima tappa del loro viaggio.
Il precariato sembra essere la condizione sociale delle generazioni future; dovremo farci l’abitudine, adeguandoci all’instabilità lavorativa. Niente potrà rimanere fermo, dovremo sempre essere pronti a recepire le novità. Eppure qualcosa dentro di noi si strappa ogni volta che lasciamo una sicurezza e che ci imbarchiamo verso l’ignoto. In qualche maniera ne è una spia l’ansia che sempre aumenta dentro ciascuno di noi: a me sembra che mai come oggi si cerchi di conciliare questa vertigine dell’essere appeso per un filo, con un naturale e crescente bisogno di stabilità. Più il mondo ci offre la precarietà come stile di vita, più si cerca una continua e durevole esistenza.
Arte è ciò che sopravvive alla materia, scrive Karl Kraus (Jonathan Franzen, Il progetto Kraus, Einaudi, p.179) il nostro spirito sarà l’ultima cosa che sopravvive alle nostre esistenze in continuo cambiamento.

Non ci resta che piangere…

Massimo TroisiIl 4 giugno di vent’anni fa si spegneva Massimo Troisi, uno degli attori più cari al pubblico italiano. E non ho detto comico, perché, sebbene gran parte della sua arte fosse dedicata alla comicità, Trosi fu un attore a tutto tondo che avrebbe regalato tante altre emozioni se non fosse stato stroncato da un’infarto che ha fatto smettere di battere il suo affaticato cuore partenopeo.

È stato definito «malinconico genio comico», l’ultima «maschera napoletana», con quel sorriso triste e quel suo modo di parlare a spezzi e bocconi, «un’afasia espressiva, la sua, a far capire che con questa lingua della napoletanità non ci sono più cose nuove da dire, dunque non più parole ma solo gesti e allusioni a una lingua che c’è stata e forse non c’è più, e che tuttavia è sempre sottintesa, protettiva e operante, perché resta l’unico punto di riferimento, l’unico appiglio di una sempre più incerta identità» (Raffaele La Capria).

Diceva di se stesso: «Eccomi qui, io sono sua maestà il Napoletano normale. Nessuno se lo aspettava un napoletano timido, che parla sottovoce. Forse per questo faccio ridere».

I suoi inizi nel gruppo della Smorfia, insieme a Lello Arena ed Enzo Decaro, lo portano a mescolare sapientemente cabaret, con teatro tradizionale napoletano, con note surrealistiche, capovolgendo il normale corso delle cose e creando un teatro in cui gli stereotipi verbali e comunicatvi sono messi in ridicolo.

Ma è al cinema che Troisi trova la sua vera dimensione. Attore, regista, autore , tutto nell’arte cinematografica era alla sua portata.

Sono rimasti i film diretti e interpretati da lui, capolavori in cui la sua comicità, il suo essere e mostrarsi macchietta napoletana, si mescolava con una umanità e una malinconia di fondo: Ricomincio da tre (1981), Scusate il ritardo (1983), Non ci resta che piangere (1984), Le vie del Signore sono finite (1987), Pensavo fosse amore, invece era un calesse (1991).

Film drammatici in cui fu chiamato ad essere protagonista Splendor (1988) di Ettore Scola e Che ora è? (1989) sempre di Ettore Scola, che gli valse insieme a Marcello Mastroianni la Coppa Volpi al Festival di Venezia, e Il Postino (1994).

Proprio al termine delle riprese di quest’ultima pellicola Troisi ebbe l’infarto che se lo portò via. Era in attesa di un nuovo cuore che doveva rimpiazzare quello malandato che possedeva. Al regista del Postino, Michael Radford, aveva confessato qualche giorno prima : «Sai, io non voglio realmente un nuovo cuore. E sai perché ? Perché il cuore è il centro delle emozioni e l’attore è un uomo di emozioni. Chissà che tipo di attore potrò essere con il cuore di qualcun altro che batte dentro di me?». Purtroppo non riusci a scoprirlo.