Cetrioli farciti

b51004a4007156d592f5fb4b1be08d40

E’ caldo e buone idee per cucinare scarseggiano ecco una proposta facile e veloce.

Ricetta per 4 persone

2 cetrioli

150 grammi di emmenthal

1/2 pomodoro

1/2 scalogno

aceto, olio di oliva, maionese

1 uovo sodo

2 foglie di bietola

Tagliare due cetrioli per lunghezza, scavateli con un cucchiaio da caffè.  guarniteli con il formaggio, i pomodori e lo scalogno, condite con l’aceto, la maionese e l’olio. Aggiungere sale e pepe.cetriolo

Aggiungete l’uovo sodo a pezzetti , le foglie di bietola in lamelle fine e mescolate delicatamente.

Guarnite i cetrioli e mettete alla fine per insaporire un po’ di erbas cipollina.

Sono buoni e freschi provateci

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fascino discreto delle storie minime

Mi è capitato fra le mani per caso un volume edito da Einaudi da leggere tutto d’un fiato, ma da meditare a lungo.

L’autrice è Donatella Di Pietrantonio, il titolo L’arminuta, la ritornata.

Una storia minima, l’ho definita, marginale, ma che implica un fortissimo coinvolgimento, perché il tema che affronta, in un modo del tutto originale, è la maternità. Una maternità non fatta di baci e carezze, non sublimata e resa perfetta dagli stereotipi, ma dura, difficile, incompleta, incomprensibile. Una maternità doppia, rappresentata proprio dalla presenza fisica di due madri, che doppiamente addolora: da una parte a causa della percezione del rifiuto e dall’altra a causa dell’incapacità di amare, perché troppo impegnati a sopravvivere. “Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza”, nessuna delle due ha saputo essere madre fino in fondo per la protagonista.

La storia sta tutta nel ritorno di una ragazzina adolescente alla sua famiglia di origine, in un paese dell’entroterra abruzzese (terra sempre amata e presente nelle opere dell’autrice), dopo aver vissuto un’intera esistenza, che potremmo definire “normale”, con un uomo e una donna che, fino al giorno prima di arrivare “al paese”, erano stati creduti gli unici genitori.

La storia si dipana a partire da un abbandono, inspiegabile agli occhi della ragazza, attraverso la ricerca della verità che ha causato l’abbandono e che lentamente viene a galla portando con sé un profondo e sconcertante dolore, che le fa esclamare: “Da quando le sono stata restituita la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori”.

Libro bellissimo, di grande poesia e delicatezza. Una curiosità, il lettore non conoscerà mai il nome proprio della protagonista, lei rimarrà per tutte le 163 pagine del volume semplicemente l’arminuta, la ritornata.

 

Proprio non mi va giù

Marcel_Duchamp_Mona_Lisa_LHOOQ
Marcel Duchamp , 1919

Se l‘arte ha lo scopo di dare corpo a un pensiero quanto viene tradita se questo pensiero diventa rivestimento di un prodotto di consumo? E se poi questo tradimento avviene per mano di un altro artista? Allora lo scacco è doppio.

Il mio scoramento deriva dall’aver visto l’altro giorno, a Milano, le nuove borse di una nota casa di moda rivestite con le immagini di opere di Rubens, Tiziano, Van Gogh, ma a firma di Jeff Koons. E’ stato come ricevere uno schiaffo; mi sono soffermata un po’ davanti alle vetrine e ho notato che non c’è turista che non si fermi a rimirarle o a fotografarle. Sullo sfondo c’era una grande Monna Lisa (state tranquilli: c’era anche la borsa con sopra l’immagine leonardesca). Sullo sfondo di un’altra vetrina, un dipinto di Van Gogh riprodotto su una borsa, posta in primo piano, che sfoggiava anche la firma dell’artista. Mi consolo pensando ai diritti pagati ai musei per queste immagini e capisco bene che non sono foto tratte dall’originale, ma una serie di riproduzioni dipinte a mano, su larga scala. Pero’ mi assale il dubbio: è stata una scorciatoia per evitare di pagare il copyright? .

Ormai prodotti come questi sono quasi banali; non è la prima volta che succede: chi non ricorda i frammenti  dei quadri di Renoir sulle scatole di cioccolatini?  E poi oggi  i book shop dei musei mostrano più  ombrelli, foulard e penne con sopra opere riprodotte che cataloghi e libri.

Cosa davvero mi indigna? E’ il fatto che siano a firma di Jeff Koons. E’ come se avessi davanti un readymade di lusso; ma l’effetto è ben lontano da Duchamp, perché quest’opera è un readymade svuotato da ogni pensiero e si  offre ai passanti come  un triste e unico souvenir per ricchi.

In questo articolo ho scelto di non mettere le foto di queste vetrine perché ogni volta che le opere si riproducono in quel contesto è come se si perdesse un po’ della  loro originalità.

Immaginazione

ron-mueck-boy
Ron Mueck

L’immaginazione testimonia la vitalità della mente : non è un dono, ma una conquista che ognuno di noi raggiunge attraverso le esperienze compiute nel corso della  propria vita. “E l’esperienza è una candela che illumina solo chi la tiene”. E l’immaginazione aiuta a vivere meglio; questo vale per tutte le età in modo particolare per quelle più fragili come l’infanzia e la vecchiaia. i-dieci-figli-che-la-signora-ming-non-ha-mai-avuto

La frase della candela che brucia è tratta da un libro che ho letto un paio di anni fa, di Eric-Emmanuel Schmitt, dal titolo I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto. Un libro proprio sul valore dell’immaginazione. La protagonista, l’anziana signora Ming addetta alle pulizie di una toilette per gli uomini al grand Hotel di Yunhai in Cina, racconta ad un uomo d’affari di passaggio la storia dei suoi dieci figli immaginari. Ogni figlio è molto diverso con un temperamento e una storia particolare . Tutte queste storie  permettono alla signora Ming di vivere una vita più piena e bella e le immagini mentali di questi figli arricchiscono la sua realtà;  perché come lei stessa afferma” la gioia si cela in tutto, bisogna riuscire a tirarla fuori” .

Il libro è un inno all’immaginazione e all’ascolto. Finisco con una frase che riassume tutto il pensiero della  signora Ming : la verità mi ha sempre fatto rimpiangere l’incertezza.

Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei

Un qualsiasi pezzo di carta scritto a mano può raccontare molto di ognuno di noi. Liste della spesa, ricette, annotazioni, sebbene possano sembrare degli scarabocchi conservano caratteri acquisiti a scuola e rivelano la nostra provenienza. Esistono infatti differenze riconoscibili e coerenti nella scrittura tra le nazionalità – impronte culturali che raccontano una storia tra le righe. Inoltre la scrittura a mano moderna presenta delle idiosincrasie regionali che persistono nel nostro paesaggio digitale. In un momento in cui le differenze culturali sembrano diminuire, le forme delle lettere spesso distinguono ancora un paese e le sue frontiere, come una volta la cucina regionale o la moneta locale.

Anche se ormai l’unica forma di scrittura a mano che si pratica è fare la propria firma, tuttavia conserviamo e riproponiamo ciò che ci è stato insegnato a scuola. La parola corsivo deriva dal latino currere e si assegna a quel tipo di scrittura che prevede le lettere unite  e il sollevamento della penna solo per staccare le parole fra di loro, proprio come una  “mano che corre”.

“La forma di una lettera non è secondaria al suo suono e al suo senso” si dice, e ciò era stato già compreso da artisti quali Leon Battista Alberti che applicò le proporzioni geometriche allo stampatello.

 

L’Italico ad esempio è una calligrafia corsiva rinascimentale nata in Italia che ha dato origine a gran parte delle scritture corsive in uso ancora oggi nei paesi occidentali, un contributo del nostro Rinascimento alla civiltà.

“Particolarmente adatta alla scrittura veloce con la penna d’oca, oggi questa calligrafia si esegue facilmente con penne stilografiche e penne a sfera, che la rendono idonea anche a una grafia veloce quotidiana; ma i risultati migliori si ottengono con un pennino tronco che possa replicare nel ductus il ritmo e l’alternanza di tratti spessi e sottili della penna di volatile. Inclinata e raffinata, dal tratteggio marcato e con forte enfasi verticale, questa grafia risulta molto apprezzata in constesti eleganti, di facile lettura e ideale per chi voglia avvicinarsi alla calligrafia per la familiarità con cui il nostro occhio riconosce i suoi caratteri grazie alla loro vasta diffusione in molti contesti” come racconta il calligrafo Lorenzo Pacciaroni.

In epoca di IPhone e messaggi digitali la calligrafia sembra un inutile mezzo di comunicazione, ma non succede anche a voi di provare gioia e quasi piacere quando vergate nella giusta proporzione le lettere su un pezzo di carta?

Le vecchine Ferrari

SanGiorgioVelabro-per-MarioPalmaroDa bambina, alla messa della domenica, osservavo sempre un fenomeno sociale e umano degno della più acuta attenzione: le vecchine Ferrari. Chiamavamo così le pie signore di un certa età che stavano sedute in fondo alla chiesa con aria mesta e penitente ma che, al momento della Comunione, balzavano fuori dalle panche come pantere e superavano tutti i presenti in una gara furibonda, volta a presentarsi per prime davanti al Santissimo.

Erano signore anziane, apparentemente gracili e indebolite dall’età, ma risultavano incontenibili nel sacro furore che le spingeva a velocità folli verso l’altare. Mai capito perché i loro mariti, o comunque gli uomini della loro età, non fossero capaci di queste prestazioni.

Ci chiedevamo spesso come facessero e dove trovassero questa energia, con gli amici: uno di loro (che poi entrò pure in seminario) diceva che era l’estasi religiosa a farle scattare come Mennea. Ma io un giorno ebbi un’illuminazione che mi aiutò a formulare una spiegazione diversa. Passavo vicino al negozio di una parrucchiera che serviva le signore di una certa età e, sbirciando dentro, notai una fila di vecchiette Ferrari (di quelle che frequentavano la mia chiesa) intente a farsi colorare i capelli: bianchi con amene sfumature azzurrine, come si usava allora. Erano là, tutte in batteria, bianche e azzurre, con la parrucchiera e le sue assistenti che si agitavano attorno a loro. E allora capii: il bianco-azzurro era in verità un potente stimolatore nervoso che veniva applicato sui loro capelli e che poteva essere trasformato in energia, al momento della corsa verso l’altare. Un evidente caso di doping. Ne parlai a casa, ma i miei dissero di farla finita.coprire-i-capelli-bianchi

Oggi le vecchine Ferrari sono una rarità.  Sono cambiate le mode? o lo scatto della corsa è veuto meno?  niente più doping. Addio, vecchine Ferrari.

Pink Floyd: The mortal remains

Già il titolo della mostra-evento 2017 al Victoria and Albert Museum di Londra è epico: Pink Floyd, The mortal remains. E vi assicuro che l’intero percorso è, per chi come me ha amato questa band, un continuo tuffo al cuore. Allestita come solo gli inglesi sanno fare, la storia del gruppo si dipana in una serie di sale in penombra che mostrano chitarre Fender, pedaliere elettroniche, batterie dipinte con le famose onde di Hokusai, tante tantissime pubblicazioni, scritti autografi, spartiti, poster e naturalmente filmati dei membri della band che negli anni ne hanno fatto parte. Dagli inizi psichedelici agli ultimi concerti tutto è preso in considerazione. Dal pulmino nero con la striscia bianca acquistato per 28 sterline ai pupazzi animati usati nei concerti per l’album The wall tutto viene utilizzato per produrre nel visitatore un’emozione intensa. Si procede negli anni e attraverso la musica del gruppo fino ad arrivare meravigliati al capolavoro assoluto: The dark side of the moon al quale gli organizzatori hanno assegnato un posto centrale nella mostra.

Balza agli occhi immediatamente la connessione della band con l’arte e gli artisti della loro epoca. Le copertine dei loro album, per la maggior parte infatti furono ideate da Storm Thorgerson pioniere della manipolazione fotografica in un’epoca in cui Photoshop ancora non esisteva,  influenzato da Man Ray, Magritte, Picasso, Kandinsky, Juan Gris, Ansel Adams.

Si termina con la proiezione di tre canzoni dei Pink Floyd che rispecchiano tre momenti diversi del loro percorso musicale. Comodamente distesi sulla moquette di una grande sala scura illuminata solo da spot psichedelici.

Un formato quello di questa mostra, fratello della simile Revolution, che garantisce un’emozione continua, il tutto accompagnato da una Sound track d’eccezione data dall’utilizzo delle cuffie che vengono consegnate ad ognuno. L’unico neo è il prezzo decisamente alto di ingresso, ma che dire? Per i Pink Floyd ne vale comunque la pena!

Soluzione

2235813528_66e1df4d07
Otto Dix, La ballerina Anita Berber,1925

Il ritratto di Otto Dix della ballerina, attrice Anita Berber si trova a Stoccarda nel Kunstmuseum.

Anita Berber famosa fin da giovane sulle scene del cabaret berlinese era conosciuta per per il suo modo di vivere trasgressivo e non convenzionale.   Provocatoria e chiacchieratissima nei salotti borghesi faceva uso di cocaina e alcol. Muore nel 1929 in seguito a delle complicazioni dovute dalla tubercolosi.  Il pittore tedesco otto Dix la rappresenta attraverso il colore rosso . Un rosso che sembra bruciare sulla tela e accentuare l’effetto sensuale della donna.  E’ rosso il vestito che la fascia, i capelli , la bocca tutto concorre a mettere in risalto la sua umanità e i suoi eccessi.

Il quadro fu acquistato per entrare nella collezione municipale dalla città di Norimberga nel 1928 ma, solo cinque anni dopo fu bandito, come altre opere del pittore,  perché inserite nella lista dell’ arte degenerata dal partito Nazionalsocialista tedesco.