Soluzione

Giovanni_bellini,_pietà_del_museo_correr_01-1

Troppo difficile? questa volta nessuno ha indovinato.

Il Cristo morto sorretto da due angeli, opera di Giovanni Bellini, olio su tavola, Venezia, Musei Civici veneziani, Museo Correr.

Il dipinto porta un monogramma con la falsa firma di Albrecht Durer e la data, 1499, ancora leggibile sul parapetto: sono stati aggiunti dopo da mano ignota.

Tutti gli studiosi sono concordi sull’affermare che il dipinto è un opera della giovinezza di Giovanni Bellini,  ma non esiste una datazione certa. Il tema del Cristo morto è un soggetto iconografico che Giovanni Bellini ha trattato più volte. Il Cristo ha ancora in capo la corona di spine, è sorretto da due angeli piangenti e sullo sfondo si vede Gerusalemme; lungo la strada un cavaliere e due uomini a piedi.3f76dfb4f454dfe597422257a2eafa6b

La cosa che colpisce in questo dipinto è la capacità di coinvolgimento emotivo dello spettatore. il Cristo si sorregge da solo nel sepolcro ma le mani degli angeli che lo tengono rendono più forte il senso del dolore e della sofferenza.

Sulle tracce degli impressionisti

Lasciarsi sedurre dai paesaggi, dalla luce, dall’atmosfera e dai luoghi immortalati dai grandi pittori impressionisti, questo è lo scopo del Treno degli Impressionisti, che anche quest’anno partirà ogni week end dalla stazione di Parigi Saint Lazare – da aprile fino a settembre – che fu immortalata in dodici tele di Monet. Da qui il percorso suggerito porterà i turisti fino in Normandia con tappe a Vernon-Giverny, Le Havre e Rouen i “luoghi” dell’Impressionismo francese. In ognuno di questi luoghi/simbolo sono previsti ulteriori percorsi di visita che prevedono musei, abitazioni e altre curiosità.

treno dell'impressionismo

Il corso di storia dell’arte comincia fin dall’entrata nel treno, che propone pannelli esplicativi sui più noti pittori impressionisti.  Attraverso un’app da scaricare sullo smartphone è possibile essere accompagnati attraverso l’intero viaggio, e ciò consente una vera e propria full immersion sulle note di Debussy e Ravel. Le grandi riproduzioni dei dipinti impressionisti rendono il treno identificabile anche in corsa.

interno treno

A Giverny, la visita alla casa di Claude Monet è d’obbligo, ci si può meravigliare davanti alle composizioni floreali, davanti alle famose ninfee che furono fonte d’ispirazione per i pittore. Il giardino, la casa, ma anche il villaggio stesso invitano il visitatore alla contemplazione.

Un motivo in più, se dovesse servire, per visitare Parigi questa estate!

Perchè non ci sono state grandi artiste?

HICKS_JJ11_01
Sheila Hicks

Le artiste donne nella storia non hanno mai avuto vita facile. E se vi domandaste perché non ci sono state grandi artiste, sappiate che questa domanda ( che è anche il titolo di un saggio di Linda Nochlin) non ha un risposta univoca. Vi è però un fattore di fondo da leggere con riferimento ai differenti contesti sociali avutisi nel corso della storia. Contesti nei quali il mondo dell’arte, con le sue accademie, il mecenatismo, i sistemi di istruzione, ha sempre operato . Erano ambiti sociali improntati a un maschilismo universale. Non occorre andare molto indietro negli anni per ricordarsi che le opere di una artista donna valevano sempre meno di quelle di un uomo.

Questa discriminazione operava ad ogni livello, anche nel processo di educazione e di formazione: fino alla fine dell’ Ottocento, ad esempio, in Francia,  le donne artiste non potevano frequentare le scuole ufficiali come l’Ecole des Beaux-Arts; eppure erano quelle le scuole che permettevano di accedere ai concorsi , alle commesse di stato e ai riconoscimenti.

camilleclaudel
Camille Claudel

 Nel saggio di Nochlin  poi si sottolinea come le donne che in modo ostinato sono riuscite ad emergere erano in qualche maniera legate da vincoli familiari con artisti uomini: padri o mariti. E allora vengono in mente coppie famose come ad esempio Camille Claudel e Auguste Rodin oppure Robert Delaunay e Sonia Stern. 

Consiglio il  piccolo e denso libro edito da Castelvecchio e concludo con questa considerazione di Linda Nochlin: per una donna la scelta di intraprendere una carriera professionale , soprattutto se in ambito artistico, comporta una buona dose di anticonformismo, oggi come nel passato.

140204953-0f3ab77b-590b-450b-8dfd-83da01194d56
Frida Kahlo e Diego Rivera

E’ così per tutte; penso alla coppia di  Frida Kahlo e Diego Rivera, quest’ultimo pittore moralista impegnato nelle questioni sociali,   riconosciuto dalle istituzioni pubbliche e molto celebre, lei pittrice narratrice di una storia rimasta confinata alla sua intimità, oggi un mito per la capacità e l’uso del suo mezzo espressivo. imgres

Lulu dans ma rue

Ricordo che nel palazzo dove abitava la mia nonna, quando ero piccola, c’era uno sgabbiotto  collegato a un piccolo appartamento dove viveva il portinaio con la sua famiglia. È vero che dalla cucina del piccolo appartamento provenivano di volta in volta profumi invitanti o nauseabondi, ma il “portiere” si occupava di chi entrava e usciva, della posta, dei pacchi e delle raccomandate, di tenere pulito e sgombro l’androne, e se poi si aveva bisogno di aiuto bastava chiedere a lui, che aveva sempre pronta una soluzione. Le piante di casa durante le vacanze non hanno mai sofferto, il gatto era pulito e nutrito adeguatamente, di tutto si occupava lui… e la sua famiglia.

Poi, nel corso degli anni questa figura familiare, è piano piano scomparsa.

L’idea è stata brillantemente recuperata e reinventata, non in Italia, ma in Francia dove la tradizione del “portiere” è altrettanto forte (chi non ha letto L’eleganza del riccio di Muriel Barbery?).

Nell’aprile del 2015 nel Quarto arrondissemnet di Parigi un professore dell’HEC (Ecole des Hautes Etudes Commerciales), Charles-Edouard Vincent, già creatore di Emmaus Defi, grazie all’energia di centinaia di persone che hanno creduto in questo progetto, lancia la sua attività. A quella data si apre la prima “conciergerie de quartier”, cioè la prima portineria di quartiere, un chiosco che non vende giornali ma al quale ci si può rivolgere in cerca di aiuto quotidiano: Lulu dans ma rue. Scopo dell’operazione è quello di mettere in contatto chi ha capacità e tempo con chi ha bisogno di piccoli favori o desideri (farsi consegnare a casa croissant e giornale un domenica mattina piovosa, portar fuori il cane perché malati o impossibilitati, aiutare a spostare dei cartoni in cantina, rimettere le tende dopo il lavaggio e così via…).

Con il motto “rimettere l’umano nel nostro quotidiano”, il chiosco non solo aiuta coloro che hanno bisogno di denaro, ma si propone di (ri)dare spazio alle relazioni umane autentiche e far rivivere il quartiere.

La promessa di Lulu dans ma rue è quella di (ri)costruire la vita di quartiere, dove il servizio reso coscienziosamente permette di ricreare legami perduti e soprattutto di uscire dall’anonimato e dall’isolamento.

Come tutte le idee geniali, questa è davvero semplice e varrebbe la pena di provarla!  

Ma mi faccia il piacere:zampognaro!

Verka_Serduchka_ESC_2007
Verka Serduchka, Eurovision 2007

Ieri mi sono guardata il concorso di canto Eurovision. Tra i novelli cugini di campagna (che pero’ non cantavano Anima mia) dalla Bielorussa , la tedesca cui mancavano solo le birkenstock e i calzini bianchi, il portoghese dalla giacca sei misure sopra, le sorelle formose e luccicanti della Svezia, i falsi fuochi d’artificio, le luci, le stelle e tutto il resto, mi sembrava che il nostro Gabbani svettasse sicuro al di sopra di tutti. E invece no: ha vinto proprio il portoghese Salvator Sobral dalla giacca larga, con una bella melodia e una faccia alla “vi prendo in giro, voi che guardate ‘sta roba”.

naviband-bielorussia-eurovision-2017-1150x748
I Navy, Bielorussa eurovisione 2017

Quello che veramente mi ha stupito, pero’, è il pezzo cantato dal duo rumeno a suono di yodel. Ma come, mi sono detta io, questa è roba da Tirolesi, con pettorina e calzoni corti ingentiliti dalle nappine laterali, con tanto di cappellino moscio e piuma. Poi, pero’ mi sono ricordata di Toto’ che , incontrando proprio un tirolese, attaccabrighe e cosi’ agghindato, lo fulmina con un geniale: “Ma mi faccia il piacere: zampognaro!”. E allora mi sono detta che all’eurovisione van bene anche gli yodel, perché cantati da una bella ragazza rossovestita, che in Tirolo forse c’è stata in vacanza.

epasergey-dolzhenko-1000x600
Salvador Sobral vincitore Eurovision 2017

Ultima notazione. Colui che ha mostrato le terga al publico europeo, dopo un breve balletto genialmente volto a nascondere le vere intenzioni, è un genio cui dovrebbe essere concesso libero accesso alla manifestazione vita natural durante.

Ah, l’Eurovisione!

Soluzione

Bravi anzi bravissimi! e… preparatissimi. Impossibile fare scherzetti con voi!

leger-three-women-le-grand-dejeuner-1921

Ebbene sì, si tratta di Fernand Léger, l’opera si intitola Le Grand Déjeuner (Three women), dipinto nel 1921, proprietà del Moma (Fondo Mrs. Simon Guggenheim), ma attualmente esposto al museo Maillol di Parigi nell’ambito della mostra “21 rue La Boétie”, dedicata a Paul Rosenberg (1881-1959), che fu uno dei più grandi mercanti d’arte della prima metà del secolo scorso.

L’informazione arriva fresca fresca da un amico lettore (che ringraziamo), che oltre a non sbagliarne una, ha avuto la fortuna di catturare il dipinto sulle rive della Senna immortalandolo con un selfie!

Sebbene eseguito nei ruggenti anni 20, Lèger stesso descrisse il dipinto come un classico, sottolinenando sia l’universalità del soggetto sia l’assenza di emozioni. Le fonti di Leger per l’immagine sono infatti collocate nella tradizione classica della pittura francese, e lui stesso indica dove dovremmo guardare nella «Lettera» del 1922, pubblicata nel Bulletin de l’Effort Moderne nell’aprile del 1924. Nomina le sue “fonti artistiche” Renoir (1841-1919), Georges Seurat (1859-91), Ingres (1780-1867) e Jacques-Louis David (1748-1825). Infatti Le Grand Dejeuner poteva essere facilmente confrontato con Le bagnanti di Renoir (Musee d’Orsay, Parigi), Le modelle di Seurat (Barnes Foundation, Merion, Pennsylvania), Il bagno turco di Ingres (Louvre) e il Ritratto di Madame Recamier (Louvre) di David.

Biennale di Venezia

Sono praticamente cresciuta alle Biennali di Venezia. Sin da quando sono piccola, ogni due anni si programma quando e per quanti giorni si riesce a stare a Venezia. 

Il prossimo sabato si inaugura la 57esima edizione dal titolo “Viva arte viva”. VivaArteViva

Mi vengono in mente i bei momenti, quelli un po’ più  faticosi, i passaparola, le discussioni. I ricordi si sovrappongono; mi sovvengo in particolare delle celebri pecore di Menashe Kadishman del 1978, dell’edizione del 1980 con le continue visite, assieme a mio padre, per vedere e rivedere l’opera di Magdalena Abakanowicz, nel padiglione polacco. Nel 1990 ho visto per la prima volta l’opera di Anish Kapoor e mi sono scandalizzata davanti alla scultura policroma di Jeff Koons abbracciato a Cicciolina. 

1-anish-kapoor-void-field-from-venice
Anish Kapoor, Void Field,1990

Non posso dimenticarmi l’immersione nel padiglione giapponese dentro l’opera di Yayoi Kusama del 1993, oppure l’orrore e l’odore acre delle ossa, lasciate dalla performance Balkan Baroque, di Marina Abramowic, del 1997.

Balkan-Baroque
Marina bramovic, Balkan Baroque,1997

Mi sono tanto divertita con le sedie tamburo di Chen Zhen, nel 1999  e  mi sono lasciata condurre nello spazio dagli specchi e dai colori dell’installazione  di Olafur Eliasson, nel padiglione danese, nel 2003. Sono stata incantata e commossa, come vedessi trascorrere la mia vita, dalle opere di William Kentridge, nel 2005.

30627
Olafur Eliasson,2003

Alla Biennale poi ricordo le prese di posizione politiche da parte degli artisti, come quando nel 2003 Santiago Serra non mi fece entrare nel padiglione spagnolo perché non avevo il passaporto spagnolo. Oppure mi ricordo l’artista Khaled Corani, palestinese, che senza un padiglione per il suo stato aveva collocato nei giardini grandi passaporti palestinesi.

Bisogna andarci, a Venezia, e vedere cosa ci verrà proposto perché è vero l’arte è sempre viva e un po’ come ci aveva suggerito Carsten Höller nel 2015,  presentandoci la sua opera ai Giardini, la biennale è come un giro di giostra e non si può mancare.

AC_1866_holler-copia-582x388
Carsten Höller, RB Ride, 2015

Monsieur Malaussène è tornato!

Monsieur Malaussène, uno dei personaggi più amati e bizzarri della letteratura contemporanea francese, è tornato, insieme alla sua tribù, raccontato ancora una volta dal suo creatore: Daniel Pennac.

Quello che doveva essere l’ultimo capitolo di una originale, a dir poco, saga familiare risale a vent’anni fa. Allora i romanzi erano stati cinque: Il caso Malaussène, Il paradiso degli orchi, La fata Carabina, La prosivendola, Signor Malaussène, La passione secondo Thérèse. Oggi, uscito in Italia sempre per Feltrinelli, Il caso Malaussène. Mi hanno mentito, primo dei due tomi che comporranno questa nuova fatica letteraria di Pennac.

I personaggi della vecchia saga ci sono tutti, in più appaiono adulti coloro che erano piccoli: la sorellina minore di Malaussène Verdun, oggi giudice istruttore, È Un Angelo, il figlio del protagonista Signor Malaussène e la nipote Maracuja tutti e tre impegnati in differenti ONG per la salvezza di uomini e animali.

Protagonista è naturalmente lui, Benjamin Malaussène, 18 anni più tardi, ma sempre uguale a se stesso e sempre capro espiatorio. Ancora una volta si troverà nel luogo sbagliato al momento sbagliato e ancora una volta sembrerà il perfetto colpevole anche se perfettamente innocente.

Sebbene Pennac avesse giurato che mai più avrebbe dedicato una sola pagina a quel suo suo eroe antieroe, c’è ricascato, animato dall’inappagabile bisogno di scrivere e in tal modo di liberarsi di una parte di se stesso, nella quale abita proprio la copia del Signor Malaussène.

Eroe della normalità, dei buoni sentimenti, in un mondo folle che sembra non capire, ma che invece comprende benissimo, ancora una volta le vicende di questo personaggio ci terranno col fiato sospeso, consolandoci con il piacere della lettura.