Aurora boreale a Borgo Panigale?

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Avete mai veduto a Borgo Panigale un’aurora simile alla boreale? Così cantava Franco Battiato negli anni della nostra gioventù, quando tutti ne ripetevano i motivi con quei testi fra il surreale e la presa di giro. Per me, da allora, il celebre fenomeno metereologico che si manifesta al di sopra del circolo polare artico, in verità  si vede nel quartiere di  Bologna.

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Ieri (sorpresa!) mi scrivono i miei nipoti che si trovano nella parte settentrionale della Norvegia, a mangiare salmone affumicato e a vedere panorami mozzafiato e mi dicono: “zia, guarda la foto dell’aurora boreale”. A me passa davanti un mondo: Battito e il cinghiale bianco, Borgo Panigale e viaggi in auto o in treno in un Italia di altri tempi, amori, bellezze, schifezze e quant’altro. Poi la mente si calma, e vedo la Norvegia con la sua maestà. Sotto sotto vedo anche Checcho Zalone e la sua innamorata del grande nord, ma la Norvegia prevale. E mi dico che viaggiare è proprio bello.

Buona settimana.

Gli dei avrebbero apprezzato?

È di qualche giorno fa il rifiuto sdegnoso della Commissione Archeologica Greca alla richiesta della casa di moda Gucci di ambientare una sfilata sull’Acropoli di Atene. La giustificazione ufficiale recita “il carattere culturale unico dei monumenti dell’Acropoli è incompatibile con questo genere di eventi”.

Ciò porta ad una questione insoluta che ottiene risposte di volta in volta differenti. È lecito sfruttare il patrimonio storico artistico a fini commerciali? (cosa per altro già accaduta con il Partenone, location per una sfilata di Dior nel 1951 e per diversi spot dalla Lufthansa alla Coca Cola)

Se la domanda si pone in questi termini è difficile ottenere una risposta positiva, nonostante i proventi di una tale operazione potrebbero contribuire ad alleggerire i gravi problemi economici che il paese sta attraversando.

Quindi tanto di cappello alla decisione forse impopolare della commissione.

Ma c’è un ma. Abbiamo già parlato della sottile connessione che esiste fra moda e arte nel segno della creatività e dell’unicità, che avvicina la moda alle altre dimensioni del fare cultura. Un rapporto in continua evoluzione in cui la seconda è fonte di ispirazione della prima e viceversa. In qualche modo l’arte e cultura elaborano teorie per la moda, la creano.

Credo che questo intrinseco scambio fra moda, arte e cultura renda il mercato del fashion in qualche modo “degno” di palcoscenici di questa importanza. Per tale ragione la chiusura della commissione archeologica greca mi appare “demodée”, frutto di un pensiero arcaico che pensa all’arte con la A maiuscola, fruibile da pochi eletti e tagliata fuori dal vivere quotidiano.

Che ne pensate?

PS Da bravi italiani ad Agrigento hanno preso la palla al balzo e la valle dei Templi si è proposta come valida alternativa al Partenone… siamo splendidi!

L’importanza di custodire

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Mela culo d’asino

Le mie origini campagnole mi hanno portato a tenere da sempre in  gran conto gli alberi da frutto. Dunque, quando ho letto che una donna, agronoma italiana, Isabella Dalla Ragione,  ha vinto il premio Nonino Risit d’Aur 2017 per il suo lavoro di custode di antiche varietà locali di alberi da frutto mi sono subito appassionata.  Ho scoperto che assieme a suo padre ha creato la fondazione Archeologia Arborea in San Lorenzo di Lerchi nell’Alta Valle del Tevere in Umbria   e ha dedicato la sua vita a ricercare e preservare tutte quelle piante da frutto in estinzione tipiche della nostra terra.  Se guardate sul sito www.archeologiaarborea.org rimarrete affascinati da tutte le varietà del suo giardino e delle puntuali e interessanti spiegazioni per ogni frutto preservato. Anche i nomi di questi alberi hanno un suono antico e affascinante come l’uva moscatello, il fico asinaccio o la pera del curato.

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Ciliegia Bella d’Arezzo

Il premio a questa donna  impegnata  nella salvaguardia della biodiversità vegetale di antiche varietà locali di fruttiferi  è un bel riconoscimento meritato  perché come giustamente ha scritto, gli alberi da frutto sono un patrimonio di tutti, un patrimonio da salvare.

Nel mio giardino tengo di gran conto un albero grande e rigoglioso che è l’albero di giuggiole. Ogni volta che torno in Toscana e lo vedo mi da una grande gioia e sogno un giorno di poter ritornare per  cominciare una produzione dell’antico e buonissimo liquore che porta il bel nome di “brodo di giuggiole”. Ce la farò mai?

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Albero di giuggiole

… ancora sulle biennali

Insieme alla rivista Beaux Arts abbiamo concordato che la Biennale più eccitante del 2017 è senza dubbio quella di Venezia, e che le grandi Biennali di quest’anno faranno il pieno di suggestioni e visitatori, poiché cercano di “dare un ordine al presente” (Gillo Dorfles) sottolineando quanto l’arte sia cosa viva e presente nella realtà attuale.

Accanto a queste “regine” delle biennali (Venezia, New York, Quebec, Atene ecc), esiste un universo di realtà minori ma non per questo meno feconde e vivaci.

È il caso del BAM, la prima Biennale Arcipelago Mediterraneo, che si è aperta il 10 Febbraio a Palermo e che proseguirà fino al 12 di Marzo. Qui la città è protagonista: cuore di un Mediterraneo crocevia di popoli e culture, lingue e tradizioni, linguaggi e innovazione.

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“Spalmata sull’intera città”, come recita il comunicato stampa, “tra centro storico e luoghi decentrati, tra fondazioni private e spazi pubblici, in stretto rapporto con le associazioni del territorio, i centri di cultura straniera, i festival, i musei, gli artisti, BAM “assorbirà” le tante anime di chi qui vive, arriva, si ferma, riparte, si confronta. Un ponte tra il Mediterraneo e il resto del mondo, un arcipelago di isole diverse: BAM è un festival di teatro, musica e arti visive dedicato ai popoli e alle culture del Paesi che si affacciano sul mare, con lo scopo di favorirne e promuoverne il dialogo e, nello stesso tempo, valorizzare e tutelare il patrimonio artistico e culturale nelle sue molteplici espressioni. Ma, soprattutto, la Biennale è pronta a porsi come interlocutore privilegiato per importanti collaborazioni internazionali”.

Coinvolti nell’allestimento della biennale palermitana ci sono nomi conosciuti: la Fondazione Merz di Torino, il progetto Imago Mundi – Luciano Benetton Collection, grazie alla collaborazione dei quali l’arte diviene strumento di conoscenza e di dialogo tra diverse culture.

Primo passo preparatorio per la città di Palermo che nel 2018 sarà Capitale italiana della Cultura e ospiterà Manifesta 12.

Clicca qui per scaricare il programma completo della Biennale Arcipelago Mediterraneo.

Urgenze per l’arte

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Ci sono due notizie che uniscono le competenze dell’arte alle urgenze del nostro tempo e che mi hanno dato fiducia e speranza in questi giorni. La prima riguarda l’avvio dei lavori per il nuovo ospedale di Emergency, avvenuto la settimana scorsa in Uganda: a Gino Strada stavolta si è unito Renzo Piano. Si, sarà proprio il grande architetto italiano a progettare  quello che diventerà un centro di eccellenza in chirurgia pediatrica sul Lago Vittoria non lontano dalla capitale Kampala.imgres

La seconda notizia invece è un progetto più piccolo che viene dal mondo dell’arte. Il collettivo AMP Art, infatti, che lavora nel connettere architettura, antropologia e attivismo, ha dato vita a un progetto, in Inghilterra, dal titolo OVA INE: Refuge/e . Il progetto ruota attorno a una tenda per rifugiati, che arriva direttamente dal Libano, costruita usando una combinazione di materiali poveri locali come il gesso e vecchi pannelli pubblicitari di plastica.8343020-13071243

Questa tenda viaggerà per tutta l’Inghilterra e sarà uno spazio pubblico dove si potranno ascoltare le storie (registrate) di tanti rifugiati. Frammenti della loro vita e delle lotte quotidiane per la sopravvivenza. Un modo per cercare di comprendere una  condizione di vita lontanissima dalla nostra esperienza. La tenda sarà inizialmente ospitata dallo Yorkshire Sculture Park nel periodo 16-26 marzo.

  

Al Jarreau: «La musica è spirito»

All’età di 76 anni a Los Angeles si è spento Al Jarreau una leggenda del jazz.

Figlio di un pastore evangelico, aveva iniziato a cantare, come tanti grandi artisti prima e dopo di lui, nel coro della chiesa. Ma non era stata questa sua esperienza giovanile a metterlo sulla via del successo quanto piuttosto una profonda preparazione vocale e musicale. Con un diploma in Psicologia e un altro in Riabilitazione vocale Al Jarreau si da al jazz dapprima in un trio, che aveva al pianoforte George Duke, che Al sempre considererà come un maestro, poi da solo. Saranno gli anni 70 e 80 quelli del grande successo, con la colonna sonora di una famosa serie televisiva americana, Moonlighting, ma anche con illustri collaborazioni che lo vedono a fianco di Quincy Jones, Chick Corea e Joe Sample.

La commistione di jazz, soul, funk e acrobazie vocali, che gli avevano valso il successo si sposta negli anni via via verso il pop, ma la particolarità di Al Jarreau è che qualsiasi fosse il tipo di musica alla quale si dedicava il risultato era sempre di estrema eleganza ed innovazione.

Lo vogliamo ricordare con l’interpretazione di un classico della musica jazz, il brano Take Five, scritto da Paul Desmond nel 1959 e qui rivisitato da un indimenticabile Al Jarreau

La La Land che divertimento!

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Non sono l’unica a dirlo e  forse vincerà addirittura l’Oscar ma La la Land è proprio un bel film. E’ ciò che ti aspetti da una serata al cinema. Un musical coi controfiocchi. Jazz, come sottofondo: perché il vero musical, quello che ti prende per la pancia e ti fa venir voglia di ballare, ha sempre e solamente il ritmo scappato del jazz. Balletti che richiamano gli anni ruggenti di Fred Astaire e Ginger Rogers, piuttosto che Gene Kelly. Il protagonista (un Ryan Gosling spettacolare) è un pianista che ricorda Bill Evans, ma rappresenta tutti quanti i jazzisti: quel popolo di geni che ha cambiato la musica. Lei, la bellissima Emma Stone, fa trasparire una galleria di dive, senza identificarsi con alcuna di esse, perché quegli occhi magnetici non si erano mai visti. Una storia romantica, un ritorno indietro a tanti film che porti nel cuore e con cui sei cresciuto. Esci che non ti sei neanche accorto del tempo trascorso. Segui il tuo sogno e credici fino in fondo, sembra dire il film.

Anche il gioco dei colori, in ogni ambientazione, mi ha anche colpito: in dei momenti mi sembrava di vedere la luce di Edward Hopper oppure la tavolozza dei rossi, dei blu e dei verdi di Chagall con Bella e Marc Chagall stesso che volano, amanti, alti nel cielo.

Qualcuno mi ha detto che sono esagerata e qualcuno lo ha definito un “filmettino” leggero e anche troppo sopravvalutato: non  mi sento d’accordo. E’ un film leggero come possono essere leggeri i quadri di Joan Mirò, dove dietro alle forme colorate e libere si sentiva sprigionare  l’energia positiva e divertita dell’artista.

Quando poi, tornando a casa, ho scoperto che il  regista Damien Chazelle , di cui tra l’altro avevo già visto un altro lavoro (Wiplash), ha solo 32 anni, sono rimasta davvero sorpresa; a dire il vero sono rimasta di stucco.

Bravissimo Chazelle: chissà quante altre belle cose ci farà vedere.la-la-land

La melodia di Vienna

Ernst Lothar non è un nome molto conosciuto, soprattutto in Italia. Della sua vasta opera, in effetti, non abbiamo inteso che qualche debole eco.

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Se avete amato le atmosfere di Downton Abbey, però, non potete non leggere il suo romanzo più famoso, pubblicato nel 1944 negli Stati Uniti come The angel with the trumpet, ma oggi universalmente conosciuto come La melodia di Vienna (E/O, Gli intramontabili, 2014). Può essere considerato la versione austriaca dei ben più famosi Buddenbrook di Thomas Mann o della Saga dei Forsyte di Galsworthy, la storia dunque di una famiglia dell’alta borghesia viennese tra la fine del XIX secolo e l’annessione al Terzo Reich del 1938. La storia della famiglia Alt, costruttori di pianoforti, è la storia di come il mondo della sicurezza, dell’ottimismo liberale, rappresentato dall’Austria Felix, lentamente si sgretola su se stesso. Le vicende si dipanano attraverso la storia con i protagonisti della cultura di un’epoca, da Mahler a Strauss, da Freud e Jung a Rilke e von Hofmannsthal, da Zweig e Schnitzler a Klimt e Schiele, che appaiono sullo sfondo di una società animata da una commovente fiducia nel governo ma anche nel futuro, fiducia che verrà frantumata dalla brutalità della Grande Guerra e da ciò che ne seguì.

Il libro è una struggente elegia dedicata alla città di Vienna, un’ode animata da quel sentimento austriaco che la rese una delle capitali della cultura mondiale, una città che l’autore dovette abbandonare a causa delle sue origini ebree al dilagare del nazismo e che è la vera protagonista dell’intera vicenda. Il fallimento del sogno austroungarico di convivenza tra culture diverse coglie impreparati i protagonisti del libro, rendendoli gli ultimi privilegiati dell’ottimismo borghese che aveva animato un’intera epoca. Con loro infatti termina non solo un periodo storico ma anche una sorta di “età dell’innocenza” austriaca.

Sicuramente da annoverare fra la Letteratura del ‘900 con la L maiuscola.

Frammenti di vita

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Domenico Gnoli , Mise en plis, 1964

Ci sono immagini che ti rimangono in mente fin da bambina e ti accompagnano nel corso di tutta la vita: io ho un quadro di Domenico Gnoli. Una testa vista di spalle, con dei bigodini. Colori tonali, dal grigio al verde, su una superficie quasi materica, come se la figura fosse davanti a un muro. Non ho mai pensato al volto di quella figura: in effetti non riesco a immaginarmi se sia uomo o donna. La figura assume il valore di un oggetto; la composizione è come una natura morta con quel tanto di ambiguo che ti lascia in sospeso. La testa prende tutto il quadro: è solida e imponente.

Gnoli è stato un grande artista italiano,  nato negli anni tenta e morto nel 1970. Si fa fatica ad inserirlo in un qualsiasi movimento artistico. Negli anni dell’astrattismo espressionista ha sempre continuato a disegnare immagini figurative; ha collaborato con il teatro come scenografo ed è stato anche illustratore.

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Domenico Gnoli, Lumaca su un divano, dalla serie What is a Monster, 1967

Muore giovane, a soli 37 anni, e molte delle sue opere sono raccolte nella fondazione creata dalla moglie Yannik e da Ben Yacober, a Maiorca, dove lo stesso pittore trascorse molto del suo tempo.

Di lui ci rimangono gli ingrandimenti pittorici degli oggetti o le bellissime grafiche che dimostrano la sua originalità e bravura.

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Domenico Gnoli, Girocollo 15 1/2, 1966

Il critico Walter Guadagnini ha raccolto le lettere e gli scritti dell’artista in un bel libro, pubblicato da Abscondita nel 2004. E pensando a quella testa di bigodini, ho trovato nel libro questa spiegazione illuminante: “Ho dipinto un sacco di personaggi immaginari(…)e poi molti ritratti , ma con una differenza, che invece essere persone viste di faccia , sono persone viste di spalle. Perché, mi sono chiesto, si dipingono le montagne viste da ogni angolo e così le case, i fiori, gli animali, gli altri tutto. Gli uomini e le donne no , fanno eccezione e si dipingono solo di faccia , di tre quarti o di profilo . Perchè ?”.s-l225

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È il nome della dea greca della notte, ma non solo. È anche il nome di una nuova catena di hotel che ha scelto per la prima apertura in Europa la città di Milano. Vi chiederete “e allora”? Beh, scopo dichiarato di questo nuovo brand è quello di unire l’accoglienza, il design e l’arte contemporanea. Infatti la promessa a coloro che risiedono in questi hotel, per ora aperti in Messico a Cancun e in Israele a Tel Aviv,  è di avere la possibilità di assaporare l’opera di artisti locali che rendono gli ambienti unici.

A Milano, nell’hotel che verrà inaugurato a fine febbraio sono stati coinvolti 13 street artist e writers: Andrea Casciu, Corn 79, Etnik, Joys, Jair Martinez, Moneyless, Neve, Orion, Peeta, Seacreative, Skan, Urbansolid e Yama11. A ognuno di loro il curatore,  Daniele Decia – contattato dalla fondazione legata alla proprietà di questi alberghi – ha chiesto di disegnare quello che più avrebbe voluto mostrare. Il committente non chiedeva altro: “niente ghirlande o fiorellini dipinti che piacciono all’arredatore, solo la libera interpretazione dello spazio da parte dell’artista. Uno studio dello spazio che fonde il muralismo con il design d’interni, senza vincoli poetici se non il richiamo alla strada”.

Una sorta di albergo/museo della street art, una torre di 12 piani nei pressi della Stazione Centrale di Milano, destinata a divenire centro di incontro non solo per viaggiatori, ma anche per coloro che, pur non essendo ospiti dell’hotel, avranno desiderio di visitare gli ambienti trasformati dagli artisti.

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