Famiglie

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Dentro il file famiglia troviamo: incontri, ricordi, lontananze e riavvicinamenti, offese perenni, battute e battibecchi , solidarietà e un bel po’ di ore trascorse attorno ad un tavolo a mangiare.

C’è chi opta per la difesa ad oltranza di un modello familiare immobile, direi intoccabile, e chi, al contrario, desidera allargare il più possibile il concetto a nuove forme di aggregazione.

I primi mi ricordano coloro che si battono per la purezza della lingua, ma intanto si trovano ad affrontare sempre più faccine che ridono al posto delle parole e nuovi vocaboli di altre lingue entrati in uso comune anche da noi. I secondi invece ardono di passione e desiderano allargare il concetto affinché tutti abbiano gli stessi diritti: credo che anche loro, alla fine, sebbene forieri di nuovi assetti sociali, non cambino la sostanza della cosa e che, a buon diritto, si applichi anche a loro il file famiglia, sopra descritto.

Di vecchio o nuovo stampo, piccola o grande che sia, la famiglia è il perno della nostra vita e, quando si riesce ad accettarla per come è, se ne trae moltissimo, sentendoci sicuramente meno soli.

Giornata internazionale per lo sradicamento della povertà

POVERTÀ = “condizione umana caratterizzata da prolungata o cronica privazione delle risorse, delle capacità, delle alternative, della sicurezza e della necessaria possibilità di godere di adeguati livelli di stile di vita e di altri diritti civili, culturali, economici politici e sociali” (United Nations Committee on Social, Economic and Cultural Rights, 2001).

La povertà dunque non è determinata da un solo motivo, ma dall’assenza accumulata di diversi fattori strettamente legati gli uni agli altri che incidono sulla vita delle persone.

È dunque necessario pensare a questa nuova definizione della povertà che non è solamente assenza di guadagno o impossibilità di accedere a beni materiali, la povertà ha assunto nel mondo nuove ed impressionanti dimensioni.

Oggi si celebra la Giornata internazionale per lo sradicamento della povertà e le Nazioni Unite hanno scelto come tema una forma particolare di povertà, quella creata dall’umiliazione e dalla esclusione alla partecipazione.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite ha affermato “La povertà è al tempo stesso causa e conseguenza di emarginazione e di esclusione sociale. Per tenere fede alla promessa del programma 2030 – non lasciare nessuno da parte – dobbiamo sconfiggere l’umiliazione e l’esclusione di coloro che vivono in condizioni di povertà. L’umiliazione e l’esclusione sono importanti cause di instabilità sociale e, nel peggiore dei casi di estremismo violento che agita molte parti del mondo. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le persone che vivono in povertà devono affrontare questi mali, mostrando una resistenza stoica, lavorando per sfuggire alla realtà degradante della loro vita quotidiana.

Dobbiamo abbattere i muri di povertà e di esclusione che affliggono tante persone in tutte le parti del mondo. Dobbiamo costruire società inclusive, incoraggiando la partecipazione di tutti. Abbiamo bisogno di udire le voci di coloro che vivono in condizioni di povertà.

In questa Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, cerchiamo di sentire le voci di coloro che vivono in condizioni di povertà. Cerchiamo di impegnarci a rispettare e difendere i diritti fondamentali di tutti e a mettere fine all’umiliazione e all’esclusione sociale vissuta quotidianamente da coloro che vivono in condizioni di povertà, coinvolgendoli nello sforzo globale per l’eradicazione della povertà estrema una volta per tutte”.

E chi se l’aspettava? Bob Dylan premio Nobel

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Qualche giorno fa scrivevo staremo a vedere chi sarà il premio Nobel per la letteratura. Chi se lo sarebbe aspettato? Bob Dylan mi ha spiazzata, sorpresa, ma anche resa felice per quel gusto di rottura e di scandalo che ha provocato la scelta.

Allora ho chiesto a Lorenzo Cipriani, musicista, storico dell’arte che ha avuto il piacere di incontrarlo a Pistoia non molto tempo fa, di scriverci una sua testimonianza.

Grazie Lorenzo ecco qui di seguito il brano che mi ha spedito:

Sono passati dieci anni da quella sera di luglio in cui mi capitò di vedere Bob Dylan nel backstage del Blues Festival di Pistoia, dove era stato invitato a suonare. Non era la prima volta che andavo a un suo concerto, ma adesso avevo la possibilità di vederlo da vicino. Ero emozionato, anche se al momento non ne capivo neanche il perché. Ma provate voi a passare gran parte della vita a tornare ad ascoltare le canzoni di un tipo americano che ha l’età di tuo zio, a suonarle con gli amici, a prenderle come esempio per comporne di proprie, e a non emozionarvi quando ve lo vedete a due passi di distanza! Ho sempre pensato a Dylan come a un profeta, una voce che grida nel deserto, un’immagine quasi biblica.

Insomma vedo passare i musicisti della band, salgono sul palco ed iniziano a suonare. Poi arriva lui, vestito di nero, con un cappello texano nero. Sguardo basso, quasi un ghigno ai lati della bocca, mi sembra uscito dall’inferno. Non guarda nessuno, va dritto alla scala del palco e sale. La folla è come un boato là fuori quando comincia a cantare.

The times they are a-changin’, canta come secondo brano. E mi viene da pensare che dal ’64 ad oggi poco è cambiato, i tempi non sono poi tanto migliorati e la profezia “cominciate a nuotare o affonderete come pietre” non si è avverata. Canta di profilo al pubblico, come rattrappito su una tastiera di un organo dal suono di un vecchio film con Vincent Price, le note saltano dai tasti percossi dalle dita che sembrano stecchi di un albero in inverno. La band tira dietro come in un disco di Tom Waits; c’è tutto dentro quella musica: psichedelia e rock’n’roll, country, bluegrass e blues, tanto blues. I musicisti sembravano i cavalieri dell’apocalisse di Dürer, talvolta un solo di chitarra esce dalle casse come le sette trombe. Il pubblico in piazza è un po’ deluso, si aspetterebbe di ascoltare i brani che conoscono meglio, suonati nel modo che riconoscono meglio. Niente. Dylan sembra voler lacerare ogni canzone, gioca nel farle ancora vivere, nel cantarle ancora oggi che tutto è cambiato anche se niente è cambiato. Le interpreta come fanno i poeti quando declamano le proprie liriche, perché è uno di loro, uno di quelli che hanno ricevuto la condanna della poesia, come diceva qualcuno. Le sue parole hanno provato a cambiare il mondo: io non so se il mondo è cambiato da quando Dylan ha cominciato a comporre canzoni, ma so che hanno cambiato il mio mondo. E credo di non essere il solo. Il giorno in cui viene assegnato il Nobel per la letteratura a Bob Dylan, muore Dario Fo che aveva ricevuto lo stesso riconoscimento e che una volta disse: “In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa”. Sono parole che potrebbero valere anche per le canzoni di Dylan ed è bello pensare che si sia verificato come un passaggio di testimone fra i due. Entrambi non hanno cambiato il mondo, ma ci hanno davvero provato.

The Artists’ and Writers’ Cookbook (II)

Nel 1961 apparve un libro assolutamente originale e oggi introvabile dedicato “all’arte dell’imperfezione in cucina” che si intitolava The Artists’ & Writers’ Cookbook. Il volume conteneva dozzine di ricette fornite da artisti e scrittori dell’epoca e del calibro di Marcel Duchamps, Georges Simenon, Pearl Buck, Man Ray, Harper Lee e tanti altri, i quali si erano divertiti a donare ricette personali, a volte vere e proprie delizie altre volte solo provocazioni, come il Menu per un giorno dadaista di Man Ray, che di commestibile aveva solo il titolo. L’introduzione al libro era stata affidata ad Alice B.Toklas, cuoca, segretaria, amante di Gertrude Stein, che a sua volta aveva pubblicato un liberatorio libro di ricette che conteneva anche il suo capolavoro, gli Alice Toklas Browines un mix di frutta, spezie, noci e… cannabis che divenne famoso in men che non si dica.

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Il libro del 1961 ha fatto da esempio ad un nuovissimo volume intitolato esattamente come il primo, The Artists’ and Writers’ Cookbook, curato da Natalie Eve Garret, artista e scrittrice, ed edito da powerHouse books, negli Stati Uniti. In questo nuovo libro di cucina di artisti e scrittori la Garrett ha raccolto i nomi famosi della scena dell’arte contemporanea quali Marina Abramović, James Franco, Jessica Stoller, Joyce Carrol Oates e tanti altri. Le ricette proposte si intrecciano con la vita e le esperienze dei loro autori. Nella selezione degli artisti e scrittori la Garret è stata attratta da quelle ricette che “coltivavano la fantasia”,  che toccavano ricordi particolari e che suggeriscono cibi immaginari. Così la ricetta suggerita da Marina Abramović per “essence drink”, “fire food” e “pain” ha un surreale fascino ultraterreno. L’artista sfida il lettore a tenere in bocca un piccolo meteorite, finché la lingua non va a fuoco e poi rinfrescarla con latte materno, quasi una pozione, da bere – come la stessa autrice raccomanda – in una “notte di terremoto”. Interessanti i “macaron allo sguardo maschile” di Jessica Stoller o la “ricetta che sfida il dolore” di Joyce Carrol Oates.

Queste e tutte le altre ricette contenute nel volume sono penetranti e sorprendenti, con storie che mescolano insieme il fare arte, lo scrivere e il cucinare. Ogni ingrediente citato, ogni colore in una zuppa, ogni parola che modifica un certo significato è una traccia di un vissuto emozionale profondo.

Il libro non è ancora stato tradotto ed è in versione inglese, ma sembra decisamente un’idea originale per un regalo di Natale.

 

 

Il mio Nobel per la letteratura

Oggi mi sono chiesta a chi darei il premio Nobel per la letteratura, scegliendo tra i libri che ho letto nel corso del 2016. Me lo sono domandato perché il Nobel, quello vero, verrà annunciato domani. Alla fine, guardando e riguardando la mia biblioteca più intima, quella che tengo in camera, in una scaffalatura a lato del letto, ho scelto lo scrittore americano Paul Auster. E il bello è che non l’ho scelto per la sua famosa “La trilogia di New York”, ma un altro libro che mi ha divertita e intrigata a tal punto da lasciarmi dispiaciuta che fosse finito, quando ne ho terminato la lettura. E’  Il libro delle illusioni”.imgres

Leggetelo e vi troverete immersi nel mondo del cinema muto, per seguire  la storia di un attore scomparso in modo misterioso: Hector Mann. Assieme alla sua vita, seguirete quella del narratore, un professore intento a scrivere un libro sia di lui. Quando ripenso al libro, mi sembra che esso abbia la forma di un ritratto dal quale escono altri ritratti e altre storie. In uno dei colpi di scena della storia, il narratore si ritrova minacciato da una pistola e sentite come Auster descrive questo momento, riferendosi alle pallottole e al loro effetto sul bersaglio: “Il mondo era pieno di fori , di minimi varchi, di fessure minuscole che la mente può attraversare , e una volta di lodi uno di quei fori , ti trovi libero da te stesso , libero della tua vita, libero della tua morte , libero da tutto quello che ti apparteneva.”(p.92)”  Quei fori mi sembrano quelli lasciati sulle tele da Lucio Fontana, che col suo spazialismo trovò un’altro spazio, una nuova dimensione.

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Lucio Fontana

E poi le descrizioni di Auster nel raccontare i film di Hector sono così perfette e chiare che sembra di vederli scorrere davanti ai nostri occhi.

Insomma, per me Paul Auster è uno scrittore che riesce a farci entrare in una dimensione tridimensionale, proprio come in quei cinema dove ci danno dei buffi occhialini per osservare lo schermo e sentirci parte di esso.

 Ora stiamo a vedere chi sarà il vero vincitore.

Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze

Oggi in tutto il mondo si celebra la “giornata mondiale delle bambine e delle ragazze”. È incredibile che ancora oggi, nonostante l’evoluzione della società e dei costumi, si debba celebrare una giornata come questa per ricordare e sottolineare i diritti calpestati delle bambine e delle ragazze.

Eppure i dati raccolti dall’UNICEF parlano molto chiaro. Dai numeri risulta lampante che sono i più piccoli i soggetti più facilmente “sacrificabili”, in ogni tipo di società. Da oggi al 2030 si calcola che 69 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni moriranno per cause che potrebbero essere prevenute; 167 milioni vivranno in povertà e 60 milioni di bambini in età scolare non avranno accesso all’istruzione. Fra questi numeri impressionanti le bambine avranno la peggio, vittime di costumi e tradizioni ancestrali che non solo le segregano in casa ma che causano matrimoni infantili, mutilazioni genitali (MGF),  maggiori abusi sessuali rispetto ai coetanei e il mancato accesso all’istruzione.

750 milioni di bambine saranno costrette a sposarsi, 200 milioni di giovani donne ancora saranno sottoposte alla mutilazione dei genitali, milioni di bambine saranno sottratte alla loro infanzia e dai loro studi perché sottoposte a un inaccettabile surplus di lavoro domestico o sottopagato.

Insomma la situazione è tutt’altro che rosea e nonostante sia decisamente migliorata rispetto a ciò che hanno vissuto mamme e nonne, ancora molto deve essere fatto. Dunque ben venga la celebrazione di questa giornata affinché tutti i bambini possano crescere in salute e in sicurezza, avere un sano sviluppo ed essere tutelati dalle discriminazioni.

Tatiana e Sajida

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Keith Haring

Tatiana è una bambina di dieci anni, è greca, è arrivata a Ginevra 6 anni fa in aereo con la sua famiglia, studia in una scuola internazionale, parla perfettamente Inglese, francese e greco.

Sajida è un bambina di dieci anni è curda è arrivata in Italia dal mare e poi  a Ginevra con la sua famiglia, 8 mesi fa, studia in una scuola pubblica, parla curdo, arabo e un po’ di francese.

Tatiana si sforza ogni giorno di migliorarsi  nella tecnica e nell’esecuzione di bellissimi volteggi , Sajida si allena ogni giorno per imparare le lettere dell’alfabeto francese.

Tatiana tiene tantissimo alla sorella maggiore: ne parla spesso e ha imparato da lei a fare le trecce alla francese. Sajida porta ogni giorno nel cuore la sua famiglia e ogni cosa che le viene regalata la vuole anche per la madre, la sorella più grande e per quella più piccola.

Tatiana parla molto del suo paese e ogni anno ci ritorna per le vacanze, Sajida non parla mai dell’Irak e forse non ci tornerà mai più.

Tatiana e Sajida hanno tutte e due un bellissimo sorriso: quando mi vedono mi vengono incontro e mi abbracciano; vogliono che giochi con loro. Sono tutte e due molto vivaci e intelligenti e vincere con loro alla corsa o a “un due tre stella ” è molto difficile.

Tatiana e Sajida in questo momento sono occupate a crescere in Svizzera un paese tranquillo, accogliente e sicuro. 5898_-_bo%cc%88nigen_-_brienzersee

‘Tempo di Libri’

“Pensare per squadre è una prerogativa maschile, io sono una donna, non penso per squadre, penso per relazioni”.

Questa una delle prime dichiarazione di Chiara Valerio, scrittrice ed editor, posta a condurre la neonata fiera dell’editoria di Milano, che si terrà dal 19 al 23 aprile 2017. Già collaboratrice di Nottetempo e autrice per Rai3, in questi giorni in libreria con Storia umana della matematica (Einaudi), Chiara Valerio è nata a Scauri nel 1978 e vive a Roma.

Promette grandi cose questa ragazza tosta che ha accettato una delle sfide più spinose degli ultimi tempi dopo le critiche e gli attacchi che hanno accompagnato la nascita della kermesse milanese. Un salone “più interessato alle storie e ai temi che ai nomi e ai marchi”, con percorsi sonori, con un programma e una struttura che tenga conto di ciò che già é stato visto in passato perché, come afferma la curatrice non c’è “immaginazione del futuro senza memoria del passato”.

Sarà capace di ricucire lo squarcio con il Salone del Libro di Torino? Staremo a vedere. Intanto noi con Michela Murgia ricordiamo che “chi pensa così ricuce dove si è strappato e costruisce su qualunque maceria. È esattamente quello che deve pensare il comparto editoriale di un paese dove sei persone su dieci non leggono nemmeno un libro all’anno”.

Cézanne et moi

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Un amico per la vita; bello ma è una prova non sempre facile. L’amicizia infatti è una miscela strana di affetto, competizione, lotta e compassione. Quattro elementi che se non sono ben dosati possono diventare una bomba; ma se riescono a convivere formano un legame indissolubile. Se poi due amici sono Emile Zola, lo scrittore, e Paul Cézanne, il pittore, allora questa amicizia diventa di interesse pubblico e quando te la raccontano in un  film diventa perfino appassionante. Questa è stata la mia reazione, quando sono andata a vedere la scorsa settimana il film Cézanne et moi, diretto da Daniele Thompson.

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Narra dell’amicizia nata tra due bambini che poi divengono adulti, continuando a intrecciare le loro vite, ma allontanandosi affettivamente sino all’incomprensione, dovuta al successo e alla freddezza di uno e all’insuccesso e alla disperazione dell’altro. Zola, è noto, divenne famoso in vita, al punto tale non solo da vendere benissimo i suoi libri, ma anche da diventare un’icona nazionale con la sua rivoluzione realistica nell’arte del romanzo. Con lui gli operai, le nuove classi dimenticate, avevano vita e dignità letteraria. Ed era appassionato d’arte! Amava gli impressionisti sin da quando nessuno voleva considerarli pittori: nel film lo si vede ospitarli a casa sua, frequentare le loro esposizioni, compreso il salone del 1863, dove loro fecero scandalo (oggi sembra impossibile). Eppure non riesce a considerare grande, veramente grande, proprio il suo caro amico, che si perde nel labirinto di una personalità contorta inanellando un rifiuto dopo l’altro.

Oggi sappiamo che invece Cézanne era il genio assoluto. Di lui Picasso disse: “E’ il padre di tutti noi”. Da lui discende il Novecento con la pittura delle avanguardie e tutto quello che ne segue. Senza Cézanne non si entra nel secolo appena concluso.

E’ un bel film, con i suoi dialoghi tra i due amici, ma anche con gli incontri con altri personaggi della cultura francese dell’epoca e con i colori della pittura di Cézanne, che vivono in ogni scena, sino a stemperare la storia nella visione di una Provenza incantata (oggi a volte sciupata da costruzioni eccessive e da un turismo un po’ becero) e luminosa. Il film si chiude con uno sguardo su uno dei soggetti preferito nell’ultima parte della sua vita: il Mont Saint-Victoire.cezanne-and-i

   

Le “reliquie di architettura” di Drew Leshko

Viviamo in una società che cerca di migliorare e liberarsi del passato. Passato che Drew Leshko cerca di preservare con un occhio esperto per il dettaglio. Leshko miniaturizza i luoghi, i veicoli e le macchine che egli incrocia e li traduce in sculture di carta. Soggetti recenti includono uno strip club, il camper anni ottanta di suo nonno e anche borse frigo e cassonetti della spazzatura, tutto replicato in scala 1/12, standard per le case delle bambole. Il tutto realizzato con precisione in carta da archivio e legno. Egli evidenzia questi simboli della vita urbana nella speranza che altri possano iniziare ad apprezzare il loro ambiente quotidiano. Gli edifici fatiscenti o che sono sul punto di essere ristrutturati sono quelli che gli interessano di più. Egli li descrive come “reliquie di architettura” (Hi Fructose Magazine)

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Questa in sintesi l’opera di Drew Leshko, che tagliando e modellando diversi tipi di materiali cerca di ricreare un vero e proprio archivio dello spazio urbano in cui vive (Philadephia e dintorni). Ogni “scultura” riproduce una piccola parte della città e invita lo spettatore a considerare questi edifici attraverso una lente diversa, rivalutando il banale, esaltando il mondano o celebrando il trascurato. Il suo lavoro si basa sullo studio storico della “gentrification” e offre un punto di vista diverso su ciò che vale la pena o meno di conservare. L’artista confessa di essere attratto dai particolari architettonici siano essi stucchi, cornici o elementi che impreziosiscono la costruzione. Egli è attratto da tutto ciò che nei quartieri delle nuove città americane è catalogato come insostenibile. L’opera dell’artista insomma può essere definita come l’archiviazione di edifici in tre dimensioni prima della loro distruzione o della loro ristrutturazione. Una memoria storica di ciò che la città era e che non è più. La città come spazio in continua trasformazione trova in Drew Leshko un cantore moderno e accorato che ci guida attraverso queste “case di bambole” che ci attraggono e stupiscono.

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