Vecchie soluzioni a nuovi problemi…

La settimana che si è chiusa ha rivelato senza ombra di dubbio che ci stiamo avviando verso un “mondo più stretto” di quello che speravamo di vedere.

Più stretto in tutti i sensi: stretto di vedute, stretto di intelligenza, di comprensione. Stretti sono diventati i confini, gli spostamenti, le economie.

L’abdicazione degli Stati Uniti a tutti i suoi ideali di democrazia e accoglienza ha ampiamente dimostrato che i nuovi governi hanno dato risposte vecchie, già viste, già fallite a problemi nuovi che è necessario risolvere da nuovi punti di vista. Risposte che forse sul breve periodo possono sembrare geniali, ma che si ritorceranno contro chi le ha proposte. Con cocciutaggine inaudita, in nome di fumose presunzioni di superiorità sono state prese decisioni che ledono l’intera umanità, ignorando dati di fatto acquisiti ma soprattutto, le persone, privilegiando sempre e comunque gli interessi di chi privilegiato lo è già.

Dare il via alla costruzione di muri ed oleodotti, vietare l’ingresso in quella che si supponeva essere la democrazia più grande del mondo, accogliere il disegno di legge sulla depenalizzazione delle violenze domestiche tramutandole in “illecito amministrativo” sono solo la punta dell’iceberg dell’ottundimento generale. E c’è ancora chi applaude all’avvento degli “uomini forti”, determinati, che a volte nella storia sono necessari…

L’impressione è che stiamo tutti correndo verso il punto di non ritorno, non solo senza capire, ma anche cantando (vecchie canzoni naturalmente). Mi rifiuto di pensare che davvero vogliamo un mondo come quello che si sta preparando. Nel nostro piccolo non possiamo che esprimere un grido di dolore, nella  speranza che le coscienze si sveglino dal torpore che le avvolge. Svegliamoci. Non ci si può affidare all’impegno di pochi, è necessario che tutti agiamo, nel nostro piccolo, per sconfiggere questa pochezza d’animo, di intelligenza, di comprensione e di compassione.

Curry di spinaci e ceci

È ora di sperimentare! Siamo ancora a metà dell’inverno e abbiamo già servito un paio di volte almeno tutte le ricette di zuppe e zuppette che conosciamo? Niente paura affidiamoci ai sapori orientali e prepariamo un curry di verdure con ingredienti della tradizione italiana.

I curry sono in genere piatti unici delle cucine dell’Asia dell’Est. A partire dall’India tutti i popoli di questa regione (singalesi, bengalesi, birmani, tailandesi, indonesiani, malesiani, cinesi, giapponesi) hanno creato una miscela di spezie particolare per realizzare eccellenti piatti unici che, sebbene a volte un po’ piccanti per i nostri gusti, ci spingono verso sapori esotici e accattivanti.

La parola curry deriva dall’inglesizzazione della parola tamil Kary, e sempre grazie agli inglesi, che tuttavia designavano con il termine non il piatto ma la miscela di spezie sulla quale si basava, fu importato in occidente fin dal XVIII secolo. Funzionari e ufficiali delle Indie Britanniche svilupparono velocemente un gusto spiccato per la cucina speziata e diffusero le nuove ricette dapprima solo in Gran Bretagna e in seguito nell’intero Occidente. Da qui la fortuna del curry (e dei ristoranti  indiani) in Gran Bretagna, che si è prolungata fino a qualche anno fa, divenendo addirittura “piatto nazionale”, fino all’arrivo e alla diffusione della pasta italiana e dei suoi deliziosi intingoli (ma attenzione non la pasta alla bolognose, che come ho spiegato ad amici anglosassoni non esiste in italia…).

Il piatto che propongo è vegetariano (carnivori non abbandonate la pagina! Vi assicuro che il gusto è eccellente!) e, come promesso, si utilizzano ingredienti della tradizione italiana: ceci e spinaci.

200 grammi di ceci secchi (da far riprendere in acqua fredda almeno la sera prima)

due cucchiai da tavola di olio di oliva

2 cipolle a pezzetti

2 cucchiaini da caffé di cumino in polvere

2 cucchiaini da caffé di coriandolo in polvere

1 cucchiaino di peperoncino

1/2 cucchiaino di curcuma in polvere

1 cucchiaio da tavola di curry medio (cioè non quello fortissimo) in polvere

400 grammi di pelati a pezzetti

un cucchiaino da caffé di zucchero di canna

due cucchiai da tavola di foglie di menta

100 grammi di spinaci novelli

100 millilitri d’acqua

sale

yogurt (facoltativo, solo per i carnivori)

Innanzi tutto cuocete i ceci facendoli sobollire in acqua bollente salata per 45 minuti. Utilizzate questo tempo per scaldare il fuoco nel wok lasciando dorare le cipolle a fuoco dolce per 15 minuti. Aggiungete a questo punto il cumino, il coriandolo, il peperoncino, la curcuma, il curry medio, continuando la cottura per altri 2/3 minuti e mescolando. Aggiungete ora il pomodoro, lo zucchero e l’acqua e lasciate cuocere, sempre a fuoco dolce per 15 minuti, a termine dei quali travaserete i ceci bolliti nella salsa lasciando sobollire ancora per 5/8 minuti.

Nelle scodella da portata dividete le foglie degli spinaci novelli versandoci la salsa bollente un attimo prima di arrivare a tavola. Chi lo desidera potrà aggiungere dello yogurt naturale.

Accompagnatelo con del riso basmati o con pane aromatizzato all’aglio.

La felicità secondo Raoul Dufy

raouldufystilllife1941evergreenhousefoundation-baltimore

Una buona scusa per venire a trovarci a Ginevra è quella di recarsi a visitare, a Evian  (cittadina che dista pochi chilometri da Ginevra ), la mostra dedicata al pittore francese Raoul Dufy . La mostra si intitola Le bonheur selon Dufy.

Quale sarà questa felicità pittorica? io credo che per Dufy la risposta si debba trovare nella piena libertà di esprimere la sua arte. E questo sembra che verrà messo bene in luce dalla mostra. Si vedranno infatti  più di Duecento opere che, oltre a raccontarci della sua pittura, ci faranno vedere il Dufy creatore di moda, disegnatore di stoffe  e di arazzi, ceramista e creatore di costumi per il teatro. dufr46-4

Raoul Dufy (1877-1953) iniziò impressionista, ma l’incontro con Henri Matisse, nel 1905, lo condusse verso il fauvismo. In quell’anno infatti ha inizio il movimento fauve con la mostra al Salon d’Automne a Parigi. Cromatismi violenti e non naturalistici stesi con pennellate  che non volevano essere decorative, ma esprimere una forte emozione . Il movimento durò pochi anni e Dufy indirizzo presto il suo interesse verso il sopraggiunto cubismo, anche se “la passione per il colore puro , come condensazione dell’emozione pittorica resterà fondamentale per il suo lavoro” ( Lara Vinca Masini, L’arte del Novecento, vol 1, 1989).1000__1417__auto__-wp-content-uploads-2015-09-raoul-dufy-le-bonheur-de-vivre-1

Insomma una  bella mostra nel maestoso Palais Lumière di Evian, proprio di fronte al grande lago Lemano.

Scherza coi fanti…

Prego, due parole sulla satira.

Innanzitutto la definizione. Si definisce satira in modo estensivo “ogni scritto, discorso, spettacolo ironico, caustico, sferzante, che mette in ridicolo vari aspetti del mondo, che mette a nudo con tono di scherno, ridicolizzandoli, i costumi, i comportamenti, le idee e le passioni dell’umanità intera, di una determinata categoria di persone o di un solo individuo” (Dizionario Hoepli della Lingua Italiana).

La satira a volte fa ridere, a volte no, ma il suo senso profondo è quello di indurre a una riflessione.

La satira in Italia non si può fare, o meglio non si può fare a cuor leggero, probabilmente a causa del fatto che in Italia, vuoi grazie alla cultura vuoi grazie al sentire comune, si tende a tutelare più l’oggetto della satira che l’autore, dimenticando che la libertà di espressione si manifesta proprio nel momento in cui si dicono cose che nessuno vorrebbe sentire.

Ecco allora che si grida allo scandalo, ancora una volta a causa di una vignetta di Charlie Hebdo, senza comprendere che “il bersaglio di tanta rabbia non può essere Charlie Hebdo, ma dovrebbe essere l’incompetenza, la lentezza nell’affrontare una situazione che si stava dispiegando come drammatica ora dopo ora prima della tragedia” (grazie Daniela ti ho citata così come ti ho letta!).

Faccio mie le parole di un amico francese, rattristato dalla aggressività dimostrata da chi non ha imparato a leggere la realtà ma si è fermato alle apparenze: “l’humour francese non si impara, ogni popolo ha il suo ed è quasi impossibile fare proprio quello degli “stranieri”… un poco come il sapore del cibo nella cucina dei tuoi bisnonni, intraducibile, un poco come la poesia, un poco come l’ arte, ognuno sente qualcosa di indescrivibile ma che nutre il cuore e l’anima. Ma per fare ciò bisogna anche non avere timori, lasciarsi andare e mettere da parte i préjugés e avere fiducia negli altri, anche se non si capiscono. Questa credo sia il riflesso giusto, il riflesso del viver assieme ognuno nelle nostre diversità” .

Infine, se non ti senti Cherlie Hebdo nessuno te ne fa una colpa, in fondo basta chiudere il giornale e incartarci le uova come facevano le nonne, ma la polemica come al solito è sterile e non fa altro che esacerbare gli animi.

 

Bene a sapersi

images

La prima volta che ho sfogliato la rivista Bon à savoir ero in una sala di attesa dal dentista. Mi sono subito incuriosita, la rivista stampata in Svizzera offe dei consigli ai consumatori. Testa gli oggetti e fa una classifica di tutte le marche più conosciute in commercio.

Questo mese ad esempio ha preso in esame le creme per le mani ( tra i primi posti per idratazione delle mani ha vinto il prodotto della Coop svizzera e Neutrogena) , le cuffie per ascoltare la musica( qualità del suono, isolazione acustica hanno vinto le Beats).

w453-79498-pourquoi-l-asperge-donne-t-elle-une-odeur-au-pipi

Ebbene tra tutte queste curiosità ho trovato segnalato un libro dal titolo Pourquoi l’asperge donne-t-elle une odeur au pipi? Il libro del professore Andy Brunning si propone di rispondere a 58 domande sulle reazioni chimiche e gli alimenti. Un esempio? le banane grazie al fatto che liberano una sostanza chiamata etilene accelerano, se messe vicine,  la maturazione degli altri frutti. Ancora, le carote non aiutano a migliorare la vista almeno che non si soffra di una carenza della vitamina A. Al contrario chi mangia troppe carote rischia di avere un pelle sui toni dell’arancione.

Curiosità che appena lette sai già che le dimenticherai facilmente ma che comunque spiegano alcun aspetti  del nostro vivere quotidiano.

Chi volesse saperne d più www.bonasavoir.chimages-1

Ci vorrebbe la sfera di cristallo

street-art-occhi

Vigilare , vegliare e saper prevedere . Queste sono le parole che meglio commentano i fatti della settimana appena passata.

Per prime allora vengono le raccomandazioni della commissione Grandi rischi che esorta a mantenere alta la guardia nei luoghi colpiti dal terremoto e dalla neve. Un’attenzione particolare  per ciò che potrebbe accadere alle grandi dighe nella zona di Campotosto se mai  dovessero avvenire ancora nuove forti scosse sismiche.

Infine, sabato scorso, un grandissimo corteo a Washington, ci ha segnalato quanto sia importante in quesi tempi vigilare e non trascurare ogni mossa del nuovo presidente americano Ronald Trump affinché gli si impedisca di annullare tutti i diritti conquistati dalle minoranze.

Dunque iniziamo questa nuova settimana con accorta attenzione, le dita incrociate e speriamo per il meglio.

Buon lunedì

Marcia delle Donne su Washington, 21 gennaio 2017

“La retorica della recente campagna elettorale ci ha insultato, demonizzato, e ha minacciato molte di noi – immigrate di tutti gli stati, musulmane e coloro di altre fedi religiose, le persone che si identificano come LGBTQIA, native americane, nere, “marroni”, le portatrici di handicap e coloro che sono sopravvissute ad attacchi sessuali – e le nostre comunità provano dolore e paura. Tutte dobbiamo comprendere come proseguire il nostro cammino di fronte alla preoccupazione e alla paura nazionale e internazionale.

Nello spirito di democrazia e per onorare i campioni dei diritti umani, la dignità e la giustizia che sono venuti prima di noi, ci uniamo nella diversità per mostrare la nostra presenza in numero troppo grande per essere ignorato. La Marcia delle Donne su Washington invierà un messaggio audace non solo al nostro nuovo governo nel suo primo giorno in carica, ma al mondo intero, in modo che sia ben chiaro che i diritti delle donne sono diritti dell’umanità. Noi siamo insieme, per sottolineare che difendere i più emarginati tra di noi è difendere tutti noi.

Sosteniamo i movimenti di difesa e di resistenza che riflettono le nostre molteplici e intrecciate identità. Chiediamo a tutti i difensori dei diritti umani di unirsi a noi. Questa marcia è il primo passo verso l’unificazione delle nostre comunità, basandosi su nuove relazioni, per creare un cambiamento dal basso verso l’alto. Non ci fermeremo fino a quando le donne non avranno parità ed equità a tutti i livelli di leadership nella società. Noi lavoriamo in pace pur riconoscendo che non c’è vera pace senza giustizia ed equità per tutti.

I diritti delle donne sono diritti umani, senza distinzione di razza, etnia, religione, status, identità sessuale, espressione di genere, status economico, età o disabilità”.

Insieme con il cuore a queste donne coraggiose per affermare la nostra comune umanità e il messaggio, oggi ahimé audace, di equità ed uguaglianza.

Cavolo che freddo

collection cabbage

E’ un gran freddo siamo in pieno inverno e in questo periodi  in Svizzera di verdure da cucinare non se ne trovano molte.   Per la maggior parte sono cavoli. Cavoli di tutte le forme. Ho trovato una ricetta con il cavolo verza che a casa mia va a ruba.

Vi occorre:

un cavolo verza  /una patata media/una mozzarella/30 gr. di emmnethal/1uovo/pan grattato e un cucchiaio di parmigiano.cavolfiore

Pulite la verza, sbucciate la patata tagliate tutto in piccoli pezzi e mettete tutto a lessare. Quando sono ben cotte aspettate che si freddino schiacciatele tutte con una forchetta riducendo tutto ad un purea grossolana. Uniteci l’emmenthal e l’uovo , il pepe. Ungete leggermente una teglia con olio e distribuite sul fondo metà dell’impasto. Tagliate la mozzarella a fettine e mettetela sulla teglia quindi coprite il tutto con l’impasto rimasto.

Mescolate poi 2 cucchiai di pangrattato con parmigiano e cospargeteli sul tortino. Infornatelo a 180 gradi per 15-20 minuti.

Cavolo! sentirete come è buono.

 

Palermo e i suoi misteri

In queste corte giornate invernali, in cui il vento gelido, detto “bise noir”, spazza i campi innevati di queste latitudini, tanto che si ha l’impressione di essere ancora più a nord di quanto in realtà non ci si trovi, il pensiero della dolce Italia si fa spazio nel cuore fra un mulinello di neve e l’altro. Non che il tempo atmosferico abbia risparmiato il Bel paese, ma nella memoria e nei desideri di noi che siamo lontani, l’Italia appartiene sempre alla primavera. Un po’ di nostalgia per raccontare una delle tante anomalie che rendono il nostro paese indimenticabile.

Se stessimo scrivendo un libro giallo il titolo sarebbe già pronto: Il mistero della Stanza Araba, e l’ambientazione perfetta: il cuore del centro storico di Palermo. Qui infatti grazie ai restauri avviati nel 2003, all’interno di un appartamento di proprietà di due giornalisti siciliani, è stata fatta una scoperta eccezionale. Scrostando il vecchio intonaco di uno degli ambienti da recuperare è mano a mano apparsa una “camera delle meraviglie”, perfettamente quadrata di 3,5 metri x 3,5 metri, completamente affrescata da motivi e scritte arabe in argento su fondo blu. La volta presenta disegni di lanterne simili a quelli che contenevano il Genio della lampada di Aladino, di fattura decisamente medio orientale e persino le porte, passate alla TAC da esperti dell’UNESCO, recano disegni complessi sotto tre mani di vernice differenti.

Sulle prime si è pensato ad un ambiente adibito a moschea, a stanza di preghiera, cosa che avrebbe giustificato non solo l’esposizione verso la Mecca, ma anche la presenza di un simile gioiello in un palazzo non nobiliare della città. Poiché l’ambiente non risalirebbe più indietro del XIX secolo, altra ipotesi è stata quella di una “camera alla turca”, in cui dipinti e scritte nulla avrebbero avuto a che fare con la religione, ma sarebbero stati puri ornamenti, una camera segreta, insomma, realizzata per stupire e deliziare gli ospiti in un contesto decisamente esotico e utilizzata come “fumoir”.

Ma l’enigma è stato risolto solo recentemente da un gruppo di studiosi dell’Università di Bonn, composto da un esperto in lingua araba, un’archeologa e iranista, e una specialista in lingue orientali, che dopo oltre un anno di ricerche sono giunti alla conclusione che la stanza, commissionata con ogni probabilità da Stefano Sammartino, duca di Montalbo, Ministro delle Finanze e Capo della Polizia dei Borbone – legato ad ambienti massonici – fosse dedicata a riti esoterici.

Ora la camera delle meraviglie è visitabile dal pubblico su appuntamento, grazie alla gentilezza dei proprietari e si aggiunge agli angoli da riscoprire nella splendida e assolata Palermo.

Pablo Neruda: la forza dell’arte

locandina

L’arte può essere forte più delle ingiustizie e può far paura più di un’arma. Questo mi ha ricordato il film che ho appena visto e che arriverà nei cinema in Italia a febbraio: Neruda un film di Pablo Larrain.

Pablo Neruda e la sua fuga dal regime dittatoriale cileno del presidente. Il poeta, ritenuto da Harold Bloom fra i cardini della civiltà occidentale, fuggi’ dal paese nel 1948, dopo che il presidente in carica scatenò una violentissima repressione contro i minatori in sciopero e, poi, contro tutti coloro accusati di comunismo. E il poeta comunista lo era davvero, sino al punto di osannare Stalin (poi se ne pentì, in qualche misura) e di allinearsi sempre con l’unione Sovietica, in politica internazionale. Eppure Neruda del comunista aveva poco: viveva bene, nell’agio e amava divertirsi, aveva lavorato come diplomatico in giro per il mondo e faceva parte di una élite intellettuale cosmopolita. Ma aveva vissuto gli anni della guerra di Spagna, ove l’orrore fascista raggiunse livelli prima impensati, maturando un viscerale comunismo che lo accompagnò per la vita.

Il film non è un racconto fedele, tutt’altro. Neruda dopotutto era uno scrittore e dunque la storia si svolge a metà fra  invenzione letteraria e realtà.  Il poliziotto che lo insegue assume i caratteri di un personaggio di romanzo e trova libri, invece delle tracce del poeta. Ma verissima è la sua fuga, che lo portò a vivere all’estero per anni, con una parentesi anche in Italia a Capri: ispirò Antonio Skarmeta e il suo libro: El cartero di Neruda (chi non ricorda il bel film di Massimo Troisi Il postino tratto da quel libro?). Neruda ne esce ritratto nelle sue contraddizioni, anche personali; una donna, che lo ammira come poeta comunista, gli chiede: “ma quando verrà il comunismo, vivremo tutti come te (ossia nell’agio) o come me, che pulisco la merda dei padroni da quando avevo undici anni?”. Neruda risponde: “come me”, ma lo fa a testa bassa e con infinito imbarazzo. 

Il film è bello perché vi si incontrano anche il suo amore esclusivo per la poesia (che declamava incantando la gente), nonché la sua dedizione assoluta alla causa della giustizia sociale. Fa venir voglia di leggerlo, questo poeta. E questo mi pare che sia già molto.