Donne

 

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Io sono cresciuta tra donne. La mia dolcissima madre, la nonna, una sorella, una zia e due signore che si alternavano a lavorare da noi. Tante donne nella stessa casa. E poi ricordo la mia prima amica del cuore con la quale trascorrevo le giornate, oppure le cugine che venivano da noi, in campagna, la domenica pomeriggio. Degli anni dell’università ricordo un’amica carissima con la quale ho condiviso gli studi e poi i primordi della vita autonoma. Ricordo con quanta gioia ho tenuto in braccio la mia prima cuginetta. Non so se ho tante amiche, ma quelle che ho me le tengo care. Per lavoro, ora sono a contatto con molte donne di tanti paesi diversi: portoghesi, inglesi, americane,svizzere. Ho tre figlie.

La mia vita è ancora circondata da donne.

Pina, Fosca, Rosa, Patrizia, Gabriella,Giulietta, Ornella, Anna, Maria, Ida, Daria, Adolfina, Filomena, Chiara, Poppy, Francesca, Miranda, Daniela,Barbara, Fiorella, Sandra, Annalisa, Serena, Virginia,Silvia , Giulia, Marianna, Clara, Caterina, Rosa,  Barbara, Claudia, Elena, Liliana, Emanuela, Paola, Lucia, Jo, Hera, Patty, Rose, Ingrid, Nicole, Giorgina, Mina, Fernanda, Sarah, Iolanda, Elisabeth, Tiziana, Lara, Livia, Enrica, Almea, Fulvia,Patrizia, Simona, Federica, Ritalba, Rita, Flora, Lia, Josiana, Laura, Zara, Lubna, Francine…

Ho un ricordo legato a ognuna di loro. Oggi,  in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, le penso tutte. Sono certa che coltivare la solidarietà tra noi ci permetterà di dire il fatto suo a chi ancora non ha imparato a rispettarci.

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Klimt experience

Il purista storcerà il naso, probabilmente qualche storico dell’arte griderà allo scandalo, altri se la prenderanno con l’operazione troppo commerciale, troppo popolare, troppo, troppo ecc.

Ma la mostra mutimediale allestita presso la chiesa sconsacrata di Santo Stefano al Ponte di Firenze (dal 26 novembre al 2 aprile 2017) può essere considerata come la nuova frontiera dell’innovazione artistica. La mostra propone la vita e i capolavori di Gustav Klimt attraverso 11 megaschermi che proiettano le sue opere più famose, ormai entrate a far parte dell’immaginario comune. Il bacio, L’albero della vita, Giuditta prendono vita sulle pareti del tempio sconsacrato. Come si apprende dal sito dello spazio espositivo: “Klimt Experience, graziealla coinvolgente colonna sonora, all’eccezionale impatto visivo delle immagini, riprodotte con definizione maggiore del full HD del sistema Matrix X dimension, alla straordinaria forza evocativa delle 700 opere selezionate e della ricostruzione 3D della Vienna dei primi del ‘900, nonché all’apporto didattico dell’area di introduzione alla mostra – allestita con supporti scenografici fisici, tavoli multimediali Touch-screen e oculous Samsung Gear VR – propone al visitatore un’immersione totale, senza soluzione di continuità, in un mondo simbolico, enigmatico e sensuale, dove si concretizza un’arte senza confini”

Prendete nota:Venezia,Atene, Kassel

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Sono felice quando mi rendo conto che l’arte è sempre all’avanguardia nel difendere le libertà e nell’abbattere le frontiere . Ora vi spiego il perché.

In questi giorni, cominciando a sognare progetti per l’anno prossimo, sono partita dal mettere in calendario due appuntamenti, senza dubbio da non mancare.

Uno è la 57. biennale di Venezia: per ora so che la  curatrice principale si chiamerà Christine Macel, che adesso fa la capo curatrice del Centre Pompidou di Parigi. Sarà sempre una donna anche la curatrice del padiglione dedicato all’Italia, Cecilia Alemani. Sappiamo che da lei verranno invitati solo tre artisti: Giorgio Andreotti Calò, Roberto Cuoghi e Adelina Husni-Bei.

L’altro appuntamento invece è Documenta, la rassegna d’arte contemporanea  quinquennale che si tiene in Germania, a Kassel. In genere questa mostra è molto grande – non bastano due giorni per vistarla tutta – perché è il risultato del lavoro sistematico di un’équipe di critichi, compiuto sull’arte di tutto il mondo.

Ci sono voluti quattro anni di ricerche, al curatore scelto per questa edizione, Adam Szymczyk, direttore della Kunsthalle di Basilea, per disegnare la sua Documenta.  Sarà qualcosa di diverso: per la prima volta infatti la città di Kassel non sarà l’unica sede dell’evento, ma condividerà questo onore con un altro paese europeo, la Grecia.  Leggo, nel comunicato stampa, che la decisione è stata presa nel tentativo di abbattere le frontiere e di riavvicinare il Nord e il Sud dell’Europa. Documenta sarà dunque a Kassel ed ad Atene e l’evento è immaginato come un grand tour . Mi sembra un sogno: in tempi di divisione, di muri da alzare, di Europe da cancellare, questa scelta è un segno di speranza che viaggia in direzione contraria. Documenta si aprirà in Aprile ad Atene e in giugno a Kassel.

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Adam Szymczyk

Pronti con le valigie, dunque, in attesa di vedere come i curatori scelti hanno deciso di  condurre il gioco. Sono loro che daranno il carattere a queste grandi esposizioni che ancora mantengono la forza di incuriosire e di spiegarci il mondo in cui viviamo .

Green cake un progetto per la Palestina

Cosa lasciano le guerre in grande quantità? Rovine e ceneri, oltre naturalmente al carico di vite umane e di odio.

I paesi in rovina devono essere ricostruiti e un innovativo progetto, concepito da due donne ingegnere palestinesi, suggerisce come.

L’idea si chiama Green Cake e tende ad utilizzare la grande quantità di cenere reperibile ovunque non solo in Palestina, ma in tutti i paesi martoriati dalla guerra, per produrre mattoni.

I vantaggi di questa invenzione sono:

Lo stesso numero di mattoni coprirà una superficie superiore rispetto a quella coperta dai mattoni di argilla
I mattoni ottenuti sono resistenti al fuoco
A causa della elevata resistenza, non ci sarà praticamente nessuna rottura durante il trasporto e l’utilizzo.
A causa della dimensione uniforme dei mattoni malta e intonaco sono ridotti quasi del 50%.
Le infiltrazioni di acqua attraverso i mattoni sono considerevolmente ridotte.
L’intonaco può essere applicato direttamente su questi mattoni senza l’utilizzo della calce.
Questi mattoni non richiedono l’immersione in acqua per 24 ore, una spruzzata di acqua prima dell’uso è sufficiente e ciò riduce di molto non solo i tempi di lavorazione ma anche l’impatto ambientale.

Tutto ciò unito alla facile reperibilità dei materiali e al costo irrisorio di produzione dovrebbe facilitare di molto le fasi della ricostruzione.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite nella striscia di Gaza, nel corso degli anni sono state distrutte o seriamente danneggiate più di 18000 abitazioni, lasciando senza casa oltre 108000 persone. Che sia giunto finalmente il momento della ricostruzione?

 

Ho soffritto per te

Generazioni di mamme, nonne e zie hanno creato l’unica vera identità olfattiva degli italiani: l’odore di soffritto. Lo avete mai trovato in casa, che so io, di una famiglia svedese, oppure americana o giapponese? Risposta: no. Perché ne sono certa il soffritto di cipolla, carota, sedano e olio di oliva è solo italiano ed è la base per cominciare a cucinare.

Mi ricordo di quando mio marito, ancora da fidanzati, accostatosi al mio maglione esclamò: che buon soffritto!  Era bastato rimanere a fare quattro chiacchiere in cucina con la nonna mentre cucinava, prima di uscire di casa.

Non a caso Cochi e Renato presero proprio il soffritto come tema di una loro canzone ideata per prendere in giro la seriosità della paludata RAI di una volta. Si chiamava “Ho soffritto per te”. Ve la ripropongo nella sua versione originale, con un esilarante balletto del celebre duo comico. Mi sembra un buon modo per iniziare una nuova settimana.

Quando la pancia surclassa il cervello…

Parlando con i nostri figli, io e mio marito ci siamo domandati recentemente se ci troviamo di fronte alla fine di un’epoca. Per come la percepiamo noi, i decenni passati hanno rappresentato una sorta di espansione della cultura, della società, del pensare comune, e hanno generato un’ampiezza di vedute mai constatata in precedenza. Gli ultimi avvenimenti ci fanno temere invece una chiusura e una limitatezza di pensiero che a volte è esasperante. La lingua, che è preposta alla comunicazione, è lo specchio di questa situazione reale.

L’Oxford Dictionary fotografa ogni anno lo stato della lingua inglese, rieditando la bibbia dell’idioma anglosassone includendo i neologismi e scegliendo una parola che sulle altre si è distinta come vocabolo chiave. Tale parola riflette l’evoluzione del linguaggio (in questo caso l’involuzione) ed è contestualizzata nella realtà storica.

Per tale ragione l’Oxford Dictionary, ha eletto vocabolo dell’anno l’aggettivo “post-truth”, “post- verità”, che non significa – come sembra – “dopo che è emersa la verità”, ma assume un significato ben più profondo e terribile. Si tratta dell’identificazione di una sorta di approccio alternativo alla moralità. Il significato di post-truth si gioca in una zona grigia in cui non si tratta neanche più di dire il falso o di negare la verità, perché, poiché essa è considerata secondaria, non ha più un grande valore.

La definizione dell’Oxford Dictionary è: Adjective relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief (aggettivo che si riferisce a o denota delle circostanze in cui i fatti obiettivi sono meno influenti sull’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali).

Siamo stati e siamo tutti spettatori di ciò che accade nel mondo, e l’impressione è che si preferisca ormai parlare alla pancia piuttosto che al cervello delle persone. Purtroppo dobbiamo constatare che in molti, in troppi, si sono fatti abbindolare dai venditori di fumo che danno ricette superficiali per superare guadi difficili e strade tortuose, che dovrebbero essere affrontati con ben altri mezzi.

Dunque siamo veramente alla fine di un’epoca, nell’era della post-verità in cui si può tranquillamente fare a meno della vecchia e logora verità? Che ne è delle parole di uno dei più grandi estremisti della storia che diceva ai suoi discepoli “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32)? Secondo me è proprio giunto il momento di recuperarla.

Ci vorrebbe Sc’veik

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Plonk e Replonk,Mètiers d’antan:le güneral d’operette, 2014

Ci vorrebbe uno Sc’vèik! Viviamo in un mondo popolato da guerre e assistiamo all’arrivo di apprendisti stregoni che vorrebbero gettare benzina sul fuoco: più soldi per le spese militari, più presenza di soldati sul terreno, droni, bombardamenti mirati e così via: ci siamo assuefatti alla guerra.

E allora occorrerebbe rileggere il romanzo antimilitarista di Hasek, il cui protagionista è un buon uomo, dai limitati mezzi intellettuali, che vive l’invio al fronte, nella prima guerra modniale, seguendo solo la bussola di un’illimitata ingenuità al limite della stupidaggine (“sono affetto da cretinismo congenito”, dice tutto serio). Eppure questo individuo, che nella vita normale falsifica pedigree per cani rubati, frequentatore infaticabile di osterie e incapace di rifiutare una bisboccia, risulta alla fine più saggio di tutte le gerarchie sociali e militari. In un mondo impegnato ad andare in guerra, tutti perdono la trebisonda, producendosi in atteggiamenti così idioti, da fare risplendere al lume della ragione la povera semplicità del buon Sc’vèik. V’è il generale che arringa la truppa chiamando i suoi soldati “maiali di mare” e, “dopo queste considerazioni a carattere eminentemente zoologico”, passa a lodare l’amor di patria. Si incontra un cappellano militare che del prete non ha niente: squallido approfittatore, crapulone e bevitore, passa il suo tempo nello scolarsi bottiglie di ogni tipo e nel contrarre debiti di gioco. Vi sono ufficiali tromboni e squinternati, furieri ladri, sergenti animaleschi e intorno a loro ruota tutta una società civile, rincretinita dall’imperativo della guerra, del difendere il sacro suolo, dell’uccidere per un mondo migliore. A un certo punto Sc’vèik si ritrova in ospedale e riceve la visita dei membri un’associazione caritatevole che sono così stupidi da far morire dal ridere.

Hasek mise in ridicolo il militarismo. Lo fece in maniera feroce, all’indomani dell’inutile carneficina (definizione data da Benedetto XV) iniziata nel 1914. Ci vorrebbe davvero qualcuno che ci facesse riflettere su dove, oggi, stiamo portando questo mondo, con tutta questa guerra. Dice, Hasek, nell’introduzione, presentando Sc’vèik: “Io voglio molto bene a questo eroe oscuro….. Egli non ha mica incendiato il tempio della dea in Efeso, come fece quell’imbecille d’Erostrato, allo scoo di apparire sui giornali e nei libri di lettura. E ciò mi pare che basti”.imgres

L’amore è la nostra risposta

Bataclan 13 novembre 2015. Una strage. 93 persone perdono la vita in un attacco terroristico fra i più atroci della storia.

Ma non vogliamo parlare di chi non c’è più a cui vanno il nostro pensiero e le nostre preghiere. Vogliamo parlare di coloro che sono sopravvissuti e che durante quest’ultimo anno hanno dovuto imparare a convivere con l’orrore al quale sono scampati. Un anno dopo l’attentato alcuni di loro hanno trovato la forza e scelto di comparire in un video per dare una risposta forte e definitiva a quell’oceano di odio dimostrato la sera del 13 novembre del 2015 a Parigi: “questa esperienza”, ricordano, “permette di comprendere che ciò che ci mantiene in vita è l’amore, in tutte le sue forme. L’amore come forza, una forza di vita”.

Come spesso accade in questi casi è bastato a Clarisse Lacarrau, sopravvissuta del Bataclan, gettare il seme di questa idea perché la macchina della produzione si mettesse in moto, e con il passa parola sono stati coinvolti non solo tanti altri sopravvissuti, ma anche poliziotti e soccorritori. Ismaël Mounin ha accettato senza battere ciglio l’onore e l’onere di realizzare questo eccezionale documento.

“Nous l’avons voulu brut, physique, et surtout nous voulons mettre l’amour sur la scène publique comme une énergie, une force, une réponse” (Noi lo abbiamo voluto crudo, fisico e soprattutto abbiamo voluto mettere l’amore sulla scena pubblica come un’energia, una forza, una risposta).

Un inno alla vita e alla forza dell’amore.

Voglio votare

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In questi giorni se ne parla molto:  è giusto che gli italiani  all’estero possano votare? 

Si tratta di una questione che fa parlare: in effetti, chi da molto tempo vive fuori dall’Italia, può aver perso quei legami e quella prossimità di vita e di intenti che sono necessari per esercitare pienamente i diritti di partecipazione civile. V’è chi va giù ancora più duro: questi italiani all’estero non pagano le tasse e quindi che vadano al diavolo.

Tutte posizioni legittime, ma superficiali. E io voglio spiegare perché la penso diversamente.

Gli italiani all’estero sono ambasciatori preziosi  del modo di vivere italiano. E oggi, questo modo di vivere non è più pizza e mandolino ma arte, architettura, cibo, moda, arredamento, un una parola: stile. Lo stile italiano, ossia un elemento formidabile di soft power: la capacità di influenzare e attrarre gli altri attraverso la cultura. Un elemento di potere che, in un mondo globalizzato e per un paese votato all’export, vuol dire ricchezza. Non solo: tanti italiani all’estero occupano posizioni rilevanti in aziende, università, organizzazioni internazionali, media. Sono “prodotti” di un’Italia di successo, che danno un’immagine dinamica e internazionale del nostro paese. Levar loro il voto vuol dire privarli dell’appartenenza a una comunità che si riferisce sempre e comunque all’italianità.

Ma non c’è solo questo: gli italiani all’estero mandano soldi a casa, spendono in italia (per ragioni di famiglia o di proprietà), creano opportunità per altri italiani, e tutto questo lo fanno a costo zero perché non pesano sul nostro welfare (ci si cura all’estero) e magari una volta acquisita una buona pensione, dopo una vita di lavoro, la vengono a  spendere in Italia.

Occhio a dire che gli italiani all’estero sono un peso. Io credo che siano una risorsa e che il voto serva a tenerli legati al paese più di quanto non si creda.

Safety pin

Una semplice spilla da balia fa capolino sugli abiti di tante persone in questi giorni. Una semplice spilla da balia è diventata il simbolo di sicurezza e solidarietà con tante minoranze che si sentono, a ragione, minacciate dai recenti avvenimenti politici.

Il simbolo e il suo uso sono nati nel Regno Unito all’indomani del referendum che ha sancito la Brexit. Il significato era semplice, una spilla di sicurezza – di sicurezza perché era la spilla che veniva usata per fermare le fasce dei neonati prima dell’avvento dei pannolini, concepita in modo che non potesse nuocere al bambino – voleva rappresentare un importante primo passo per dimostrare solidarietà e supporto a tutti coloro che temevano le reazioni all’indomani del referendum.

Il simbolo è stato ripreso e amplificato dopo il risultato delle elezioni negli Stati Uniti. In migliaia hanno applicato la spilla da balia ben in vista. Il significato è stato definito sui social media: “Io sono sicuro, se sei un musulmano, una donna, un omosessuale, una persona di colore, un latino, un transessuale, un immigrato, un disabile che sta provando paura, parla, io ti ascolterò, io ti sosterrò, io mi alzerò per te, io mi siederò per te, io resterò in silenzio per te. Farò del mio meglio per farti sapere che ti amo. Questo è il mio segno di riconoscimento”.

Un messaggio forte sul non aver paura, sul combattere questa ondata di populismo, di chiusura mentale che sembra volerci sommergere e che va non solo contro la logica ma contro la storia stessa.

Combattere con le armi della solidarietà, facendo vincere la cosa più importante, quella che nessun politico da quattro soldi può levarci: la nostra umanità.